A un anno dalla morte di Papa Francesco, il volume restituisce complessità e invita a un discernimento più esigente sull’eredità bergogliana, che, più che un sistema da difendere, è un processo da consolidare.
Non basta l’angelo, Signore. Anche se il suo aspetto è come la folgore e il suo vestito è bianco come neve, non sarà mai bello come te. Solo se sei Tu a venirci incontro possiamo essere sicuri del nostro compimento.
Senza il racconto della Passione noi saremmo persi: perché solo questo racconto ci dà la certezza che c’è stato Chi ci ha amati infinitamente, come il nostro cuore chiede di essere amato.
Tra le parole e i fatti del Vangelo di oggi si fanno strada due sensazioni: la tensione che sale e un desiderio di intimità. Sarà la trama dei prossimi giorni, fino ad un altro grande grido di Gesù, questa volta per tirare fuori noi dai nostri sepolcri.
Il “vero” miracolo di Gesù col cieco nato non è quello di avergli ridato la vista, ma quello di aver messo in moto il desiderio. Aver convinto quell’uomo ad alzarsi per andare alla piscina di Sìloe. Aver fatto riscoprire a quell’uomo il desiderio di tornare a vedere.
Quella sete che senti dentro e che ti porta di notte in notte, di corpo a corpo, di cuore a cuore, è perché sei fatto per Lui, e al tuo desiderio non basterà nulla che sia meno di Lui.
Oggi non dobbiamo far altro che lasciarci sedurre da questa bellezza, come se Gesù sapesse che, o passa per la strada della bellezza, o non ci conquisterà mai completamente, mai del tutto.
Quando smetteremo di voler insegnare a Dio come si fa dio, la nostra Quaresima sentirà il calore e il profumo della vita che già scorre verso lo stupore della Pasqua.
Le parole di Gesù nel Vangelo di oggi già sono una preparazione remota alla Quaresima che si apre tra pochi giorni: un tempo per vivere da figli, nel Figlio. E intanto travediamo già la meta, col suo Amore pasquale che finalmente dà pieno compimento alla Legge e ai Profeti.
A noi che siamo abituati a pesare il valore sul fare, oggi è chiesto soltanto di essere. Il sale deve solo essere sale; la luce deve solo essere luce. E siamo sale e luce se tutto il resto non ci separa da Lui, che è l’unico che dà sapore alla nostra tiepidezza
Che cosa sia il cristianesimo diventa sempre più chiaro proprio oggi: i tempi di crisi servono a discernere, a separare, «come il pastore separa le pecore dai capri». Da una parte i miti, dall’altra gli arroganti e i furbi; da una parte chi è cristiano, dall’altra parte chi non lo è.
È già tutto Vangelo questo: che tu abbia camminato sulla riva del mare di Galilea; che tu sia venuto a guarire ogni malattia, ogni infermità, ogni languore. Impossibile abituarsi ad un Dio così.
C’è una parte della nostra umanità che noi non conosceremo mai, perché ha voluto prendersela tutta e solo lui, come agnello mansueto: la nostra condanna. Lui che era l’unico giusto ha voluto prendere il nostro posto.
Questa è la giustizia di Dio: scendere così in basso, così in fondo, senza dignità, senza rispetto per sé stesso, pur di abbracciare tutto, pur di assumere tutto, prendendo su di sé tutto il nostro peccato.
La storia è già scritta: la luce splende sempre nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta. E, meraviglia delle meraviglie, questa luce splende in mezzo alle tenebre con la nostra carne.
«Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio»: il suo “peso specifico” c’ha cambiato la vita? C’è stato pure in noi un prima e un dopo? Altrimenti che figlio è, che nascita è, che Natale è.
Il Dono del Natale è restare dove si è, sapendo di essere amati infinitamente. Ancora storpi, ancora ciechi, malati, bloccati, fragili, peccatori, ma infinitamente amati e infinitamente perdonati
Nelle pieghe di questo Natale si nasconde il dono che Dio ha pensato per noi. Che questo dono sia quello che sogniamo noi, non ce lo garantisce nessuno. Il sogno di Dio è più grande: Giuseppe lo sa.
Ogni volta che penseremo di aver trovato «colui che deve venire» sarà solo illusione, perché «dobbiamo aspettare un Altro». E in questo “frattempo” riconoscere le sue visite, un bacio lasciato di corsa nella notte.
Dio non si lascia addomesticare, non si lascia incasellare nel nostro mosaico. Chiede di mettere in discussione tutto, e di costruire insieme una nuova relazione con Lui.
Voi non siate di quelli colti di sorpresa, mentre mangiano, bevono, stanno alla macina o nel campo. In un mondo distratto, come ai giorni di Noè, voi siate di quelli che attendono, come innamorati, altrimenti vi perdete tutto il bello.
Vorrei farmi amico il buon ladrone e chiedergli come si fa a fidarsi di un re che si comporta esattamente al contrario di come mi comporterei io se gli altri mi gridassero «Salva te stesso!».
La morte di Cristo è la vera fine della storia, perché lì si compie il disegno di Dio. E allora niente andrà perduto: tutto è raccolto dalle forti mani di Dio, e tutto ritroveremo nelle Sue mani
Non occorre più tempio, né buoi, pecore, o cambiavalute, perché la pace è fatta, per sempre, «nel santuario del suo corpo». Ma allora guai a chi tira fuori i vecchi banchetti dei professionisti del sacro. Per loro vale ancora il rimprovero di Cristo.
Il sogno di Dio su di me è che io stia sempre con Lui, e neanche alla morte sarà consentito di rovinare questo sogno. La morte è un accidente: non ha potere sull’amore che ci unisce a Lui.
Dio è giudice solo per chi gli porta qualcosa da giudicare: i suoi digiuni, le sue decime, le sue virtù. Smette di essere giudice, ed è solo salvatore, per chi gli porta tutto da salvare.
Mentre preghiamo, abbiamo sempre una riserva di fiducia in altro che non sia Dio. Ma che preghiera è questa? Eppure l’autocoscienza dell’uomo è coscienza della propria fragilità che apre necessariamente alla dipendenza da un Altro, il nostro Necessario.
Quando ci resti male perché gli altri non son venuti, e con il silenzio nel cuore chiedi «dove sono gli altri nove?», moltiplicheremo i ‘grazie’, moltiplicheremo i baci, moltiplicheremo l’amore, fino a quando non penserai più a quelli che non son tornati.
«Siamo servi inutili», non necessari, non indispensabili. Dio non ci ama per necessità; ci ama perché è innamorato pazzo di noi. E ci amerebbe comunque, anche se non fossimo bravi a fare quello che chiede. L’amore è lo spazio della libertà, non della necessità.
Dovremmo augurarci che il volto del povero alla porta o del bambino che fugge da Gaza ci tolgano il sonno la notte. Solo chi si lascia interpellare da una mancanza riesce ad accogliere una Presenza più grande di sé
Gesù potrebbe scagliarsi con furore contro le piccole e grandi disonestà con cui affermiamo con prepotenza noi stessi contro gli altri. E invece no. Suggerisce una scaltrezza: che almeno ci facciamo amici i poveri
Abbiamo bisogno di ripartire dal sogno di Dio che nessuno vada perduto per non lasciarci strappare più da nessuno la sicurezza che «Dio ha tanto amato il mondo»
Alcune riflessioni sull’accusa di «auto-ghettizzazione» mossa al pellegrinaggio giubilare della associazioni di credenti LGBTQ+
Un racconto nel tempo pasquale, incentrato sugli affetti, alla vigilia della Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia.
Il Vangelo è pieno di spazi vuoti in cui inserirsi, in cui entrare per tessere la propria storia di confidenza, di intimità, di amicizia con il Maestro.
Il destino della storia è già scritto, ed è un destino di piena affermazione della dignità dell’uomo e dei suoi diritti.
Il 2024 ha segnato i 25 anni della morte di Luigi Santucci e i 55 anni della prima edizione del suo “Una vita di Cristo. Volete andarvene anche voi?”. La riscoperta di quelle pagine è uno dei migliori regali che potremmo farci per questo Natale.
Dignità e responsabilità di Giuseppe Piva (Il Pellegrino, 2024) è una proposta spirituale da fare a tutti, non solo agli accompagnatori spirituali e alle persone omoaffettive, per liberarsi di tutto ciò che appesantisce il cuore ed è di ostacolo nella scoperta dell’amore di Dio.
Baciarlo, lasciarsi baciare, baciarsi, lasciando che le “tastiere” dei sensi lascino risuonare «nitide melodie d’altrove»