Dio stesso si è provveduto l’agnello

C’è una parte della nostra umanità che noi non conosceremo mai, perché ha voluto prendersela tutta e solo lui, come agnello mansueto: la nostra condanna. Lui che era l’unico giusto ha voluto prendere il nostro posto.
18 Gennaio 2026

II Domenica del Tempo Ordinario

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». L’agnello senza difetto, maschio (Es 12,5; Lev 9,3), da latte (Sir 46,16). «Sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore» (Lev 22,27), «come sacrificio di riparazione da offrire con il rito di elevazione, per compiere l’espiazione» (Lev 14,21). L’aria è piena dei loro belati piccoli, strozzati nel sangue, scannati dai sacerdoti nel tempio (Lev 14,25) – «È la Pasqua del Signore!» (Es 12,11) – mentre fuori dalla città, fuori dall’accampamento, Egli si sta dando fino alla fine (Gv 13,1).

È Lui la vera Pasqua; è Lui «il vero Agnello, che con il suo sangue consacra le case dei fedeli» (Preconio pasquale romano). «Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno» (Es 12,7); lo mangeranno in fretta, pronti a partire, con azzimi e con erbe amare, senza far avanzare nulla al mattino; «il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre» (Es 12,13).

Quel giorno, «Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio”!». Puoi stare tranquillo, Isacco, puoi tornare a sorridere. Non è per te quella legna spaccata, non è per te il fuoco e il coltello; aveva ragione tuo padre Abramo: «Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto» (cfr. Gen 22,8-14). È Lui la vittima, «l’Agnello prefigurato dalla legge antica; non è scelto dal gregge, ma inviato dal cielo» (Preconio pasquale ambrosiano).

Abbiamo ancora sulle labbra e nel cuore la dolcezza del Natale, la dolcezza di un bimbo, e già precipitiamo verso la Pasqua, perché tutto precipita, tutto corre verso la Pasqua: tutto si ricapitola lì. E la tenerezza del bambino della mangiatoia è la stessa tenerezza dell’agnello mansueto (Ger 11,19) che ci guarda dalla croce – «caput inclinatum ad osculandum, brachia extensa ad amplexandum, la testa piegata per baciarci, le braccia allargate per abbracciare» (Bonaventura, De perfectione, VI, 10).

«Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). E a me vengono in mente in questi giorni i ragazzi massacrati in Iran. Non riesco a smettere di guardare i volti di alcuni di loro, così giovani, così belli. Muti, piccoli, innocenti, portati al macello perché nessuno si ricordi più il loro nome (Ger 11,19). Mentre Cristo moriva sulla croce per l’odio del mondo, anche il loro pianto, i loro gemiti, le loro ultime parole salivano al cielo insieme ai versi degli agnelli sgozzati al tempio.

«Che cosa può esserci in comune tra il lupo e l’agnello? Così tra il peccatore e il giusto» (Sir 13,17). Eppure, Lui che era l’unico giusto – o forse proprio perché era l’unico giusto –, ha voluto prendere il nostro posto di condanna. Per questo amore, Egli toglie il peccato del mondo – sapienza dell’Autore sacro, che non scrive «i peccati», ma «il peccato», al singolare. Perché i peccati Dio se li getta alla spalle (Is 38,17), ma la massa del male nel cuore del mondo, la pece densa del suo egoismo, il cumolo delle sue rovine, della sua violenza, della sua cattiveria, questa sì che pesa sul cuore di Dio fino a togliergli il fiato.

È questo peso sul cuore di Dio che Gesù viene a prendere su di sé, senza che ne fosse minimamente responsabile, minimamente colpevole. Per ridare fiato al Padre, e riconciliare noi con Lui. E basta una minima, piccola, anche solo superficiale intuizione di quanto sia denso, di quanto sia buio, di quanto sia pesante questo male del mondo – questo peccato del mondo – per non stupirci dinanzi alla violenza con cui tutto questo si schianterà sul povero Gesù.

«Una vittima sola ha offerto se stessa alla tua grandezza, espiando una volta per sempre il peccato di tutto il genere umano» (Preconio pasquale ambrosiano). Possiamo tornare ad essere tranquilli anche noi, insieme ad Isacco, perché Dio stesso si è provveduto l’agnello, e ora noi siamo quella moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua (Ap 7,9) che sta in piedi davanti a Lui. Possiamo anche noi partecipare al banchetto di nozze (Ap 19,9) perché della nostra umanità c’è una parte che noi non conosceremo mai, non conosceremo più, perché ha voluto prendersela tutta e solo lui: la nostra condanna, la nostra esclusione, il nostro inferno.

 

3 risposte a “Dio stesso si è provveduto l’agnello”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Pensiamo alla sofferenza di un genitore, di avere un figlio che non soddisfatto di quanto ha ricevuto in famiglia vuole la parte, e se ne va a sperperarla soddisfacendo ogni suo desiderata e volere. L’educazione, le cure ricevute tutto inutile, cosa non può essere se non dolore per il genitore? Dio Padre dunque ha provato questo anche dai primi progenitori, con Adamo ed Eva, e per questo amore mai venuto meno, verso la creatura così “incosciente” di quanto ricevuto, vuole ancora salvargli la vita. Gesù Cristo e’ nel suo cuore che si fa amore donato a salvezza di tutti quei “fratelli” che vorranno nel suo nome vivere nel mondo la via dell’amore, nuova vita per i molti da ricondurre all’amore di un Padre che sempre rimane fino all’oggi in attesa del loro ritorno

  2. Marco Ansalone ha detto:

    Gesù, Agnello immolato, serve per placare l’ira divina o la malvagità umana? La dottrina dell’espiazione è troppo umana e giuridica e serve a giustificare le strutture di potere ecclesiastico e quindi inadeguata a comprendere il mistero della salvezza. La sofferenza non è mai salvifica, l’amore, invece, salva sempre. Di fronte al male Gesù ci ha amati sulla croce. L’amore si contrappone alla malvagità umana e ci salva. Gesù doveva rivelare e comunicare sulla croce tutta misericordia del Padre.

  3. ALBERTO GHIRO ha detto:

    Gesù non voleva fondare una nuova religione ma “raddrizzare” la religione e la cultura in cui era nato e vissuto partendo da chi ne era escluso per condizione sociale o geografica. Il peccato originale è quello a cui ai riferisce il termine peccato al singolare, punto di riferimento per l’ebreo che impiegava la sua vita in modo retto per redimersi da esso, da cui la fondamentale bieca osservanza delle leggi morali. Lui ha voluto spostare su di sé questa paradigma peccato e salvezza faidate con una nuova sensata concezione di salvezza che viene da Dio nel presente con la morte di Gesù e ne futuro nell’attesa del suo ritorno, da una visione sul passato, quindi, ad una sul presente e sul futuro. L’unica legge che rimane valida è quella dell’amore, la più difficile da rispettare ma anche l’unica appagante per l’uomo e per la fede.

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