Domenica delle palme
Quando eravamo bambini, e qualcuno, mentre eravamo già a letto, veniva a raccontarci una fiaba, e la fiaba finiva troppo presto per la nostra fantasia, noi chiedevamo: «Raccontamela ancora». Se capissimo veramente qualcosa, questa Domenica delle Palme, finita la lunga lettura del Vangelo della Passione, dovremmo restare in piedi. Ci dovremmo rifiutare di sederci. E al sacerdote che ci guarda confuso, dovremmo rispondere: «Raccontacela ancora».
Di questo racconto della Passione, la Chiesa, il mondo – il mondo non lo sa, la Chiesa forse sì –, noi non siamo mai sazi. Perché questo racconto dà sapore a tutti i giorni del mondo; a quelli che erano venuti già ed erano andati via senza sapore, e a tutti gli altri che son venuti dopo. Dà sapore anche ai nostri giorni, alla manciata dei nostri pochi giorni. Dà sapore alle sere in cui ci sentiamo soli, e questo morde; dà sapore alle notti in cui passiamo da corpo a corpo in cerca di che, in cerca di chi; dà sapore alle mattine in cui ci svegliamo accanto alla persona che amiamo; dà sapore alle giornate faticose, appesantite, così come a quelle piene di sole e di azzurro.
E sarà ancora così, anche tra cinquecento anni, tra mille anni, tra cinquemila anni. Questo stesso racconto, levigato dalle lacrime di tante generazioni – speriamo anche dalla nostra – sarà riletto, proclamato, raccontato come ciò di cui non bisogna perdere traccia, come ciò che non va assolutamente perduto. Perché se perdessimo questo racconto, noi saremmo disperati. Saremmo persi.
Ognuno ha da lamentare – se ci interrogassimo uno per uno, in sincerità, risponderemmo tutti così – una mancanza d’amore. Questo siamo, costitutivamente. Ci manca l’amore. Non ci sentiamo amati. Ma non è colpa degli altri: è bene che ce ne convinciamo. Questa mancanza d’amore è un bisogno più grande di noi. È possibile che l’uomo esprima un bisogno più grande del suo cuore? Sì, quando questo bisogno lo ha messo nel cuore Dio stesso.
Ecco perché senza questo racconto della Passione noi saremmo persi: perché solo questo racconto ci dà la certezza che il nostro bisogno infinito è esaudito. Solo questo racconto ci certifica che c’è stato Chi ci ha amati infinitamente, come il nostro cuore chiede di essere amato. Quando diciamo «Non mi vogliono bene, non sono amato abbastanza», noi invochiamo questo Amore folle che ha progettato l’Incarnazione, la visita di Dio in mezzo a noi, con la nostra carne, con i nostri nervi, con le nostre passioni, con le nostre lacrime, fino al dono totale di sé.
È per questo che il consiglio che per secoli ci è stato dato – forse in alcuni tratti malinteso, o mal espresso – è sempre ancora valido, e lo sarà sempre: bisogna mettersi davanti al crocifisso. Bisogna starci. Bisogna piantarsi lì, fissarsi lì. Con lo sguardo fermo su di Lui. Se ancora ci sentiamo non degni, se ancora ci sentiamo non amati, se ancora ci sentiamo senza valore, se ancora non ci sentiamo la cosa più preziosa, più bella, più grande, più amabile agli occhi di Dio, è perché non teniamo abbastanza lo sguardo fermo su Lui crocifisso.
Le viae crucis di una volta, dal sapore ottocentesco, iniziavano così: «Considera, anima mia…». Allora considera, anima mia, quello che Gesù ha fatto per te, tacendo, lasciandosi portare, lasciandosi tradire, rinnegare, condannare, crocifiggere, lasciandosi morire. Considera che tutto questo è avvenuto per te, e lo avrebbe fatto anche per te solo: tu sei unico ai suoi occhi; sei «l’unica colomba» (Ct 6,9).
Nella mia chiesa, stare davanti al Crocifisso significa anche stare davanti al Tabernacolo. È tutto lì: il Cristo sofferente e la luce della Resurrezione.
Lì davanti il racconto, che è Parola, prende vita e senso. La Parola si trasforma e diventa un’esperienza.
Grazie per l’articolo
È vero che la lettura della passione non stanca perché l’intensità della tragedia rivela per contrasto l’intimità del rapporto, non tanto di obbedienza ma di affetto, con il padre. Il contrasto c’è anche tra il tema drammatico della passione e quello festoso delle palme con il relativo brano che mi pare di ricordare che una volta si leggesse in questa domenica. Questo contrasto aiuta a capire la situazione catastrofica vissuta dai discepoli e da Pietro che non accettano un tale epilogo, se non successivamente ricorrendo al compimento delle profezie.
Non mi è mai capitato di tentare di correggere Luigi.
Già leggendo ;
“,,,,dà sapore alle giornate faticose, appesantite, così come a quelle piene di sole e di azzurro.”
La mia mente e la vista catarattica ( ma forse catartica?) ha letto:
” Come a quelle pietre piene di sole e di azzurro”
Forse Lui voleva contrapporre a morte e sofferenza GIOIA e LUCE e CIELO??
Non so
Ma vengo al mio distinguo
Non
” Allora considera, anima mia, quello che Gesù ha fatto per te,” che richiama troppo quel ” per redimerci del Venerdì Santo, che personalmente rifiuto, ma bensì
Invertendo soggetto;
TU
LUI
Cosa senti, vivi, provi, cosa ti muove DENTRO quell’Uomo crocifisso,
Dimmi Uomo.
TI CAMBIA DENTRO???
NO?
Allora non non hai capito un cavolo
PS
Anche la pietra non potrà più essere la stessa
Anche il Cielo..
Anche il Sole, la luce..
MA TU??????