Di te si affanna questo cuore

Ogni volta che penseremo di aver trovato «colui che deve venire» sarà solo illusione, perché «dobbiamo aspettare un Altro». E in questo “frattempo” riconoscere le sue visite, un bacio lasciato di corsa nella notte.
14 Dicembre 2025

III domenica di Avvento

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Mi suona così familiare questa parola, Signore. L’ho chiesto tante volte anche io, in quelle sere, in quegli abbracci, in quei baci; ogni volta a chiedere «Sei tu quello giusto, o ne devo aspettare un altro?». Con sguardo sospeso, come di bambino che non desiderava altro che un «Sì, sono io! Sono arrivato! E qui si calma l’ansia. E qui finisce l’attesa. E qui finisce la corsa del cuore. Sono io!». Di sera in sera, di abbraccio in abbraccio, di bacio in bacio – «Perdona il disperato amore / che mi spinge di notte in notte» (D.M. Turoldo, Preghiera alla Vergine, in O sensi miei…) – sempre a chiedere con occhi da bambino «Sei tu?».

Se fossimo sinceri, ogni volta che anche a noi qualcuno chiede, con occhi da bambino, «Sei tu?», dovremmo rispondere: «No, mi spiace. Non sono io. Non sono io quello che deve venire. Non sono io quello che aspetti. L’affanno non finisce qui. Non sono io quello che calma il tuo cuore. Non sono io quello che riempie il tuo vuoto. Non sono io quello che guarisce il tuo desiderio». Dobbiamo ancora aspettare un altro – un Altro. Perché «di Te si affanna questo cuore / conchiglia ripiena della Tua Eco»; perché sei Tu «amore celato nei nostri amori»; perché «ogni voce d’amore era singulto. Invece / Eri Tu che odoravi nella carne, / Tu celato in ogni desiderio, / o Infinito, che pesavi sugli abbracci» (D.M. Turoldo, O infinito silenzio; Mio Signore; Amore e morte; in O sensi miei…).

La “spina nella carne” che non ci sarà mai tolta (2Cor 12,7) è questo affanno, questo desiderio che boccheggia, questa quota irriducibile di desiderio, questo infinito ferito che ci portiamo dentro, e ogni volta che penseremo di aver trovato «colui che deve venire» sarà solo illusione, perché «dobbiamo aspettare un Altro». Siamo irrimediabilmente fatti per un Altro, che già possediamo tutto – «trovai l’amato del mio cuore; lo strinsi forte e non lo lascerò» (Ct 3,4) – ma che non possediamo ancora – «sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato» (Ct 3,1). Eccolo qui il nostro dramma: stare in questo dilaniante “frattempo” tra «l’ho trovato» e «l’ho cercato, ma non l’ho trovato».

E in questo “frattempo” riconoscere le tue visite. Stare sveglio, per non perdermi neanche un minuto, neanche un istante, quando arrivi come un cerbiatto, saltando per i monti, a spiarmi da dietro al muro, a guardarmi dalla finestra: «Alzati, vieni! L’inverno è passato» (cfr. Ct 2,1). Non addormentarmi, per non rischiare di arrivare tardi ad aprirti quando vieni di notte, con i riccioli neri bagnati di gocce notturne (Ct 5,2): «Ho aperto allora all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso» (Ct 5,6). Perché il Tuo tocco è così: è l’eternità che si riversa in un istante, è il tutto che si condensa in un frammento, è un attimo, un lampo, un bacio lasciato di corsa prima di andar via con la promessa di tornare.

Questo Natale, ti prego, non fare così. Non te andare così presto, non scappare, non lasciarmi subito ancora da solo. Portami nel tuo giardino, mangiamo favo e miele, beviamo vino e latte, inebriamoci d’amore (cfr. Ct 5,1). Andiamo nelle vigne, vediamo se già germoglia la vite, se le gemme si schiudono, se fioriscono i melograni (cfr. Ct 7,13). Stiamo così, la tua sinistra sotto il mio capo e la tua destra che mi abbraccia (cfr. Ct 8,3). Ti parlerò dei miei affanni, ti racconterò della mia giornata, dei miei affetti, dei miei amici. Forse, per scherzare, come un bambino, te lo chiederò «Sei tu colui che deve venire o devo aspettare ancora un altro?». E il tuo sorriso – tra i tuoi riccioli come grappoli neri, i tuoi occhi come colombe su ruscelli d’acqua, le tue labbra come gigli profumati (cfr. Ct. 5,11-13) – non lascerà più spazio a dubbi.

 

Una risposta a “Di te si affanna questo cuore”

  1. Alberto Ghiro ha detto:

    L’attesa è legata alla preghiera, ci si attende che ciò a cui aneliamo possa realizzarsi anche al di là dei limiti del possibile. È la preghiera che ha accompagnato la recente scomparsa di mia mamma, prima con una speranza di guarigione, poi con la speranza di sollievo dalla sofferenza, seguita dalla consolante preghiera di elevazione dell’anima al cielo. Un barlume di vita eterna si è però acceso con un fatto inatteso: una nostra zia è mancata la mattina seguente dopo aver saputo della sorella a cui era legata. È un altro dispiacere che si è aggiunto ma che è diventata subito immagine consolante di continuità e qualcosa che di certo non ci attendevamo e, se viene da Dio, ricorda proprio come il modo in cui si manifesta è dalle origini diverso da come ci attendiamo.

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