I Domenica di Quaresima
Mi ha sempre affascinato il modo medio-orientale di contare i giorni, che accomuna cultura ebraica e cultura islamica, e di cui resta qualche ombra anche nelle pieghe della nostra liturgia. Lì i giorni si contano a cominciare dalla notte, come li conta Genesi: «e fu sera e fu mattina»; ogni giorno comincia al tramonto del precedente; e così ogni notte è gravida di luce, ogni buio contiene in sé già il giorno. Ho pensato che è così anche per la Quaresima. Mi è venuto in mente l’altro giorno, quando ho visto che la magnolia dietro l’abside del Duomo, a Milano, è già carica di gemme che premono per sbocciare.
Ho pensato che la Quaresima in fondo è così: tu da fuori non la vedi, ma ha dentro già tutta una vita che aspetta di esplodere. È l’attimo col fiato sospeso prima del bello che arriva. Il buio della terra già gravida del germoglio che sta spuntando e chiede di fiorire. Che profumo, che sapore, che dolcezza, allora, questo tempo sospeso, questo tempo a luci basse, questo tempo di attesa, se sentiamo che palpita già il segreto custodito nel suo silenzio – se sentiamo già come Amore che preme la meraviglia imminente della Sua Pasqua.
E, in questo fiato sospeso, la prima pagina del Vangelo che ci raggiunge ci prende sul serio, ci tratta da adulti, ci porta nel cuore del dramma di tutto: «Il tentatore gli si avvicinò». Esiste un tentatore, dunque; esiste un nemico: «Satana, questo approfittatore di solitudini», lo chiama Turoldo – perché le tentazioni peggiori arrivano lì, nel deserto, dove morde la solitudine. Ma la cosa inaudita è che questo nemico gli si avvicina – non a me, piccolo, debole, povero, stupido, no. Si avvicina a Lui, il Figlio di Dio, il Verbo eterno del Padre, Colui per il quale tutto sussiste.
Altro che la nascita nella mangiatoia, altro anche che gli insulti e gli sputi dei soldati; non c’è abbassamento, umiliazione, più alta di questa: il Nemico ha potere su di Lui. Gli si avvicina, lo porta nella città santa, lo pone sul punto più alto del tempio, e poi sopra un monte altissimo: ne dispone, senza che Lui opponga resistenza; si lascia portare, come preda. E si lascerà portare ancora più in basso, alla fine dei Suoi giorni: «Si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (Lc 4,13). Niente distanza tra Dio e Satana, tra inferno e paradiso: è una lotta corpo a corpo. E se il Nemico ha questo potere su di Lui, che ne sarà di noi, così piccoli?
«Io l’ho confessato con tutta la mia vita: io gli ho creduto anche perché è stato tentato» (D.M. Turoldo, Il diavolo sul pinnacolo). E non solo per questa incantevole solidarietà di Lui che ha voluto conoscere da dentro la fatica della tentazione – ben più grave la nostra fatica, della Sua, che con il male non aveva alcuna complicità, mentre noi, quanta ne abbiamo. Non solo per questo, ma perché Egli di nuovo grida il suo «Vattene!», e questa volta anche a me, quando – come il tentatore – vorrei che fosse diverso.
Perché forse anche io, come il tentatore, appena sentita la voce dal cielo dire «Questi è il mio Figlio diletto!» (Mt 3,17), mi sarei avvicinato a sussurrargli: «Se tu sei davvero il Figlio di Dio, di’ che le pietre diventino pane per me e per tanti; gettati giù, perché tutti ti credano; baratta col Nemico tutti i regni del mondo e la loro gloria, così regnerai ovunque». In fondo, sembrano richieste finanche evangeliche: la fame nel mondo; un mondo cristiano; la pace, finalmente. E invece no: «Vattene! I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie» (Cfr. Is 55,8). Lo dirà anche a Pietro, qualche tempo dopo: «Mettiti dietro di me» (Mt 16,23).
Mettersi dietro di Lui, lasciando che sia Lui a decidere come salvarci. Noi, come Pietro, come Satana, la croce non l’avremmo capita, non gliel’avremmo suggerita, gliel’avremmo impedita con tutte le nostre forze. Gli avremmo proposto di tirare pane dalle pietre, di mostrarsi potente, di prendersi tutti i regni del mondo. E invece Lui sceglie di restare senza pane, sebbene avesse fame; sceglie di restare senza imperi e senza ricchezze; si mette dalla parte del povero, del vuoto: è questo il Suo posto. Ed è quando sceglie questo posto che – come in una creazione rinnovata – «gli angeli gli si avvicinarono e lo servivano».
Non è facile capire un Dio così. Non è facile capire un Amore così. Non lo capisce il tentatore, che vuole insegnare a Dio come si fa dio. Non lo capiamo noi. Ma in fondo non l’avevano capito neanche Maria e Giuseppe, quando lo sgridarono dopo che si era perso nel tempio (Cfr. Lc 2,41-52). «Di fronte al mistero di Lui siamo tutti nel buio: peccatori e santi, diavolo e Madonna» (L. Santucci, Una vita di Cristo). Abbiamo quaranta giorni davanti a noi per provare a capirlo un po’ di più. Solo quando un pochino il buio si smaltirà e riusciremo a capire, o almeno ad accettare, un Dio che ama e salva così, la nostra Quaresima sentirà già il calore e il profumo della vita che le scorre dentro verso lo stupore della Pasqua.
La resistenza ad una tentazione vissuta in solitudine è un conflitto interiore come quello descritta nel racconto ma che può anche non avere un così lieto fine. Il suo modo di affrontare le tentazione ci insegna come distaccarsi dalle tentazioni e a ben guardare la sua vita e quello che ne è seguito il conflitto viene dall’accettare le tentazioni più che dall’opporvisi. È così che viene criticato per non digiunare e definito un mangione, che ha conquistato il mondo con il suo breve cammino terreno e che è caduto per mano di pochi capi dopo essere stato innalzato da moltissimi fedeli. Il racconto si rivela così essere più un epitaffio con la tradizione dei midrash che una narrazione.