Come fiume in piena arriva il Vangelo di oggi, imbandito con abbondanza, e con ritmo serrato, tanto che è difficile fermarsi su ogni parola quanto richiederebbe e meriterebbe. È come se, iniziata qualche settimana fa la lettura del discorso della montagna, oggi ci fosse fretta di offrirne ancora quanto più in abbondanza, prima di sospendere tutto, all’ultima tappa prima del grande inizio della Quaresima.
Una volta, questo senso di vigilia, quasi di imminenza, era ancora più marcato dal ritmo della liturgia, che, prima della Quaresima – quaranta giorni –, celebrava la Quinquagesima – cinquanta –, e alla domenica ancora prima, la Sessagesima – sessanta giorni. Come un accostarsi lento, da lontano, alla meta, e poi sempre più rapidamente, quasi a precipitare. Una sensazione simile è rimasta forse nel rito ambrosiano, dove quella di oggi è l’ultima domenica dopo l’Epifania. L’ultima; poi qualcosa di totalmente nuovo ci assorbirà tutti.
In fondo, le parole di Gesù nel Vangelo di oggi già sono una preparazione remota al tempo di rinnovamento spirituale che ci attende dal prossimo mercoledì, perché a certi appuntamenti bisogna arrivare preparati. «Se ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con lui e poi torna»: forse, abbiamo bisogno di una riconciliazione così, per entrare meglio in Quaresima.
E poi, ancora, che sapienza in quella parola così enigmatica: «Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione». Forse sbaglio, ma mi pare che l’invito qui sia ad approfittare del prossimo tempo, mentre siamo in cammino, per rinegoziare, per risistemare, per aggiustare, per non lasciare conti aperti, per chiudere ogni pendenza. Con i fratelli, sì, ma forse – ciascuno intenderà come – anche con Dio.
«Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?» (Is 58,4-6). Non è piuttosto questo il digiuno che il Signore vorrà da noi: non adirarsi col fratello, non chiamarlo “stupido” o “pazzo”, ma riconciliarsi con lui; custodire uno sguardo puro, non predatorio, che non sporchi nessuno, che non tradisca nessuno; coltivare la lealtà nel linguaggio, senza inganno, senza smania di profitto?
È una premura del Signore – e della Chiesa – che in questa domenica ci sia offerta questa Parola che già orienta i nostri passi, facendoci intuire qualcosa di bello e di grande – il più bello e il più grande che si possa immaginare – al termine del percorso che comincia. Nelle domeniche che seguiranno, la nebbia si diraderà sempre di più, e vedremo la meta sempre più chiaramente. Anche la Parola che ci verrà offerta da qui in avanti avrà sempre meno per contenuto una morale, ma sempre più un fatto, dinanzi al quale stare senza preoccuparsi di cosa fare.
Alla fine, non importerà neanche se e come abbiamo digiunato. Il Mattutino della Resurrezione, nella liturgia orientale, dirà: «Voi che avete digiunato e voi che non avete digiunato, oggi siate lieti!». Importerà soltanto Lui, che è venuto a «dare pieno compimento» alla Legge e ai Profeti. Non perché aggiunga nulla; né perché sia l’esecutore perfetto di questa Legge: sarebbe ben poca cosa. Ma perché la Legge e i Profeti erano gravidi di Lui; non facevano altro che annunciare Lui, che preparare Lui, che aspirare a Lui. Ed Egli, col suo Amore pasquale, è venuto finalmente a realizzare, a dare pieno compimento.
Lo ascolteremo nel momento più drammatico di questa storia: «È compiuto» (Gv 19, 30). È il suo Dono che compie finalmente la Legge e i Profeti. È il suo Amore che ci unisce a sé, e, uniti a Lui, ci permette di vivere come Lui. Ecco la nuova, unica, definitiva legge: vivere come Lui. «Affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,45): finisce così il discorso della montagna, ed è questa l’unica nostra legge. Ecco la Quaresima che si apre tra pochi giorni: un tempo per vivere da figli, nel Figlio.
Se si tolgono l’attaccamento ai riti e alla morale che cosa rimane al cristiano della sua fede? Conoscere Gesù facendosi un’idea di lui per superare l’ostacolo dei secoli che ci separano, dell’autenticità di ciò che si è scritto su di lui e della lettura soggettiva che ne è seguita. Aiuta la fede in un Gesù vivente che annulla la distanza dei secoli trascorsi e in uno Spirito che in qualche modo agisce nell’uomo. Autentico è il tentativo di cambiare la mentalità del tempo in cui la fede si era smarrita nell’ipocrisia dei riti, nell’esteriorità della legge e nella parzialità del giudizio. L’alternativa andrebbe ricercata, facendo sintesi, nell’impegnativa volontà di amare che non è spontanea ma va ricercata ed esercitata.