Smettiamola di morire

Il sogno di Dio su di me è che io stia sempre con Lui, e neanche alla morte sarà consentito di rovinare questo sogno. La morte è un accidente: non ha potere sull’amore che ci unisce a Lui.
2 Novembre 2025

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Impazziremo di stupore quando un giorno vedremo e capiremo finalmente il disegno di Dio su di noi. Il Vangelo che ascoltiamo solleva un po’ il velo. Intravediamo l’intima intesa tra il Padre e il Figlio, nello Spirito Santo: una sola cosa, una sola volontà, un solo disegno. Un solo amore.
Io so che, da questo Amore, sono stato voluto, desiderato, immaginato. Dio mi ha pensato – se non fosse un impiccio lessicale, dovremmo dire: mi hanno pensato; in Tre – e mi ha voluto così come sono. Prima di esistere come creatura, sono esistito nel loro desiderio – nel desiderio di Dio.
E mi ha voluto perché io stessi con Lui; il Padre, il Figlio, lo Spirito mi hanno immaginato, pensato, desiderato, e quindi chiamato all’esistenza, perché voleva stare con me, perché volevano donarsi a me, riversarsi in me, come nell’unico – io solo: Dio non si divide; si dona tutto intero a ciascuno, come se ciascuno fosse l’unico.
E perché questo sogno del Padre, e del Figlio, insieme allo Spirito Santo, non fosse compromesso da nulla, sono stato redento. La redenzione è l’opera di Dio che interviene ad impedire che, maldestri come siamo, roviniamo il suo sogno. È l’opera di Dio che impedisce che la mia fragilità, il mio limite, il mio peccato, mi segni per sempre e rovini il suo disegno su di me: quello che io stia con Lui.
Neanche alla morte sarà consentito di rovinare questo sogno. «Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39).
Che nulla vada perduto di ciò che il Padre gli ha dato: questa è la volontà che il Figlio è venuto a realizzare. E come si fa a credere che contro la volontà del Padre – e di un Dio fatto uomo – possa fare qualcosa la morte, la nostra fragilità, il nostro peccato, «né alcun’altra creatura»? Come si fa a credere che qualcosa che non sia Dio possa strappare alle sue mani quello che Dio non vuole in alcun modo perdere?
Ed è commovente che Gesù non dica «che nessuno vada perduto», ma «che niente vada perduto». Non solo i fratelli e le sorelle che ho amato, ma tutto il bello del creato, tutte le emozioni, ogni amore vissuto, ogni bacio dato, ogni carezza, ogni montagna, ogni magnolia, ogni sorriso, tutto «io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Tutto ritroverò, alla fine di questa vita, tra le Sue mani che hanno raccolto e custodito. Nulla andrà disperso.

Come si fa a credere che dopo tutto l’amore della creazione e poi l’amore della redenzione – dopo averci resi partecipi del suo essere e poi della sua vita divina – dopo averci desiderato, immaginato, voluto, creato, coltivato, nutrito, salvato, questo Dio possa permettere che qualcuno vada perso? «Tantus labor non sit cassus», recita un bell’inno antico: tanta fatica non sia vana.
E tanta fatica – e tanto amore – non è vano. La morte è un accidente: non ha potere sull’amore che ci unisce a Lui. D’altra parte, se crediamo che siamo davvero una cosa sola con Lui – e Gesù ci assicura di questo –, è impossibile immaginare una fine: Lui non ha fine.

Così possiamo essere certi che «con l’apparire del mattino rivedrò il sorriso di quei volti angelici che da tanto tempo amo e per poco avevo perduto» (J.H.Newman, Luce gentile). Ma già ora posso continuare a vivere con chi ho amato e non vedo più. Anzi, paradossalmente è proprio ora che posso avere con loro una comunione più viva, senza diaframmi, senza i limiti del corpo, dello spazio, del tempo, senza le difficoltà a capirsi in cui si incaglia la nostra umanità.

È bello che il ricordo dei fedeli defunti, quest’anno, cada di domenica, giorno della resurrezione: dà il giusto sapore alle cose. Dovremmo stare di più nel giorno della resurrezione; dovremmo radicarci di più in quella domenica mattina, nel giardino del sepolcro; dovremmo avere una fede sempre più pasquale. Ricordo di aver ascoltato un’omelia del giorno di Pasqua che concludeva così: «È Pasqua. Smettiamola di morire». Chi ci ha amato e ci ha preceduto, forse, ci direbbe lo stesso: «Smettetela di morire».

2 risposte a “Smettiamola di morire”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Si, è proprio così, si può constatare la verità cioè che la morte non ha potere di separare le persone. La separazione per la morte del corpo, può umanamente essere vissuta come una ferita, e dolorosa la separazione, ma resta vivo tutto quanto vissuto, amore nato cresciuto come una pianta, le realtà di una vita trascorsa anche condividendo in sentimenti ciò che i giorni hanno portato . In questa esperienza l’ amore nato famigliare, fraterno, di amicizia è maturata la profondità dei nostri e altrui sentimenti, che sono scaturiti dal cuore, dove risiede quel Bene che il Dio Creatore ha posto come luce a renderci liberi e capaci di vivere di quel medesimo amore . Suo esempio e Parola e’ il Risorto, con il farsi dono di Amore per noi, “Io sono la via, la Verità, la Vita. Un grazie, per essere presente, aiuto, Fratello in ogni e per per ogni uomo che in Lui confida.

  2. Alberto Ghiro ha detto:

    Nelle letture di oggi si parla molto di volontà che si può associare all’argomento della morte in quanto essa è superiore alla morte e la morte non è opposta alla volontà se non per il dolore che la sovrasta. La volontà di vita è associata all’essere figli, per chi ha fede, e per chiunque alla volontà di fare e amare mentre la morte viene dal fallimento della volontà di essere che quando sostituisce la volontà di amare sostituisce la volontà di vita con una deprecata volontà di morte. Quando si parla di vita non si intende solo la propria vita che riconduce alla volontà di essere ma la vita in sé. Gesù rende sacra la volontà di amare e la vita che diventa vita eterna.

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