Il fuoco ha perso la sua violenza

Dio non si lascia addomesticare, non si lascia incasellare nel nostro mosaico. Chiede di mettere in discussione tutto, e di costruire insieme una nuova relazione con Lui.
7 Dicembre 2025

II domenica di Avvento

Povero Giovanni il Battista. Io lo capisco il suo smarrimento, negli ultimi giorni della sua vita, quando, in prigione, sentirà parlare delle opere di questo Cristo. «Mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?”» (Mt 11,2-3). Io la capisco la sua confusione, e quella dei suoi discepoli. Aspettava uno che venisse con la pala in mano, per pulire l’aia e bruciare la paglia con fiamma inestinguibile. Uno che sferrasse la scure, abbattesse gli alberi senza frutto e li gettasse nel fuoco. E invece è arrivato uno «come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori». Uno che, «maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). Uno che lascia che lo abbattano come «l’albero nel suo rigoglio», strappandolo «dalla terra dei viventi» (Ger 11,19): altro che scure posta alla radice.

Ma, in fondo, Giovanni non aveva colpe. «Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio» (Is 11,4). E Dio stesso a Mosè aveva detto: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20). Non si può vedere Dio e non morire: «chi di noi può abitare presso un fuoco divorante?» (Is 33,14). E invece «vim virtutis suae oblitus est ignis – il fuoco ha perso la sua violenza, ha dimenticato la potenza della sua fiamma». Si è fatto tutto mitezza. Tutto dolcezza: «Tu sei tutta la nostra dolcezza», si commuove Francesco su La Verna. È un Dio delle sorprese il nostro; un Dio vivo. «“Oggi vi è nato un Salvatore”, dice il testo liturgico. Ma Dio non dice questo quando nasce. Quando nasce, Egli piange, vagisce, perchè vuole il latte della madre, perché vuole che la madre lo stringa al suo petto perché non senta più il freddo della notte. È Lui che chiede qualcosa – Lui che ci dà tutto» (D. Barsotti).

Il rischio è che potremmo rimanere smarriti e confusi anche noi. Addirittura delusi. Anche questo Natale. Stiamo forse preparando i nostri presepi, curati, precisi, con posizionamenti scelti, per ogni casa, per ogni pastore, per ogni pecorella. Certo, abbiamo lasciato un piccolo vuoto per Lui: possiamo dire che lo aspettiamo, che gli abbiamo riservato uno spazio. Ma dove diciamo noi, in che punto diciamo noi, con la forma che gli diamo noi. Noi aspettiamo il Signore Gesù con la forma che vogliamo noi – con la forma dei nostri bisogni, delle nostre aspettative, nel migliore dei casi dei nostri desideri. D’altra parte, non facciamo così anche nelle nostre relazioni? Prepariamo tutto; il puzzle è perfetto, bellissimo; manca solo la persona da inserire come ultima tessera. Poi, però, facciamo l’esperienza faticosa, certe volte drammatica, di scoprire che la persona che arriva ci chiede di buttare all’aria tutto, e costruire di nuovo insieme.

Così fa anche il Signore che viene. Non si lascia addomesticare; non si lascia incasellare nel nostro puzzle; non si adatta alle forme che addirittura sono già modellate sulla mangiatoia vuota dei nostri presepi. Chiede di mettere in discussione tutto, e di costruire insieme una nuova relazione con Lui. Ma questo ci confonde, questo ci smarrisce, questo ci delude. Aspettavamo un liberatore grande, che ci difendesse dalle ingiustizie di ogni giorno, che ci difendesse dai nemici, che ristabilisse i nostri diritti, che custodisse la nostra posizione, e invece arriva uno che, maltrattato, si lascia umiliare. Aspettavamo un salvatore potente, che ci tirasse fuori dalle nostre paludi con braccio potente, che guarisse i nostri vizi con tocco di magia, che ci liberasse dal peso della vita, e invece arriva un bambino, che piange, vagisce, tende le mani, e ha bisogno in tutto di me.

Io li capisco quelli che il cristianesimo lo lasciano perdere. Sono un po’ come quelli che ad un certo punto si arrendono e fuggono dalle relazioni. La fatica è la stessa. Come quella di Giovanni il Battista, che dovette liberarsi delle sue aspettative e ricominciare di nuovo: tanto che fa, l’importante è che finalmente sei arrivato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)