Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo
«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». È un assedio. Tre volte glielo dicono, o forse di più: «Salva te stesso». Prima i capi del popolo, che aspettavano da troppo tempo ormai la soddisfazione di vederlo inchiodato, ridotto all’impotenza, schiacciato. Poi i soldati, che non smettono neanche ora di vomitargli addosso violenza. E poi il malfattore appeso alla croce, condannato come lui: «Salva te stesso. E già che ci sei salva anche noi».
Noi l’avremmo fatto. Io l’avrei fatto. E non tanto per liberarmi dal dolore fisico, dai chiodi, dall’asfissia, quanto piuttosto per volontà di affermazione. Forse l’avrei pure mascherata coi migliori intenti: così vedranno chi sono, e non potranno non credere. Avrei convocato gli angeli, avrei fatto addensare il cielo, e in un solo slancio di potenza avrei lasciato che la croce sputasse i chiodi dal legno su quella gente e io tornassi libero, così, davanti al terrore e allo schianto di tutti: popolo, capi, soldati, pure i malfattori accanto a me.
Così forse gli avrebbero creduto sul serio. Questa gente è così: si piega solo alla potenza, crede solo all’affermazione di sé, all’imposizione, al successo violento, e non fa niente se calpesta gli altri, se calpesta tutti. La debolezza è cosa da idioti, è cosa da perdenti, nella migliore delle ipotesi è un vezzo da poeti: «Bisogna avere il coraggio di essere fragili, e non fa niente se diamo a tanti l’illusione del bersaglio facile, se mostriamo la crepa che gli altri possono allargare» (F. Arminio, Studi sull’amore).
Forse ti avrebbero creduto, ma in quello stesso istante il paralitico risanato sarebbe tornato rigido, il cieco guarito avrebbe riperso la vista, Lazzaro sarebbe rientrato nel sepolcro, gli storpi avrebbero smesso di saltare, il vino sarebbe tornato acqua senza sapore. . E da quello stesso istante ci avrebbe schiacciato tutti, fino a toglierci il respiro, quella solitudine di quando noi no, non riusciamo a salvarci da soli. Invece tu resti così per sempre: inchiodato, senza scappare, senza reagire a chi ti sfida «dai, facci vedere». Anche la resurrezione che verrà dopo, in fondo, è perché quell’ora di tenebra sul Calvario resti per sempre, e tutto possa ricapitolarsi lì, e in tutte le mie fatiche, nelle mie solitudine, nelle mie ferite, io possa sempre – in ogni ora della storia, in ogni momento della vita – trovare te come compagno.
E mi commuove l’innocenza, quasi l’ingenuità, del buon ladrone crocifisso accanto a te – l’unico che, in quel macabro spettacolo, riesce ancora a credere che tu sia davvero un re: «Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno». Forse se lo immagina quel regno, come li ha conosciuti sulla terra. Forse intravede i tesori, le ricchezze, la corte, i fasti. E non osa chiedere di entrarci; chiede solo che il re si ricordi di lui; chiede di sopravvivere almeno nella sua memoria. Se avesse una piccola foto di sé, gliela darebbe, così ti ricordi di me. Ma il dono – è sempre così – supera l’attesa: «Oggi sarai con me in paradiso». «La fiducia rivive, l’occhio spento si illumina: dopo il perdono al ladro chi dovrà più disperare?» (Liturgia ambrosiana delle ore, Inno, Settimana in albis).
Mi piacerebbe farmi amico questo buon ladrone, che è stato il primo ad entrare in paradiso con Gesù. Mi piacerebbe chiedergli com’è stato quando è entrato in questo regno, e che poca cosa devono allora essergli parsi i regni e i tesori e le ricchezze di questa terra. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9). Soprattutto vorrei chiedergli come si fa a fidarsi di un re che ha il coraggio di essere fragile. Un re che si lascia inchiodare le mani, aperte, per perdere tutto, anziché stringere, come farei io, per non perdere niente, per prendere tutto. Come si fa a fidarsi di un re che si comporta esattamente al contrario di come mi comporterei io se gli altri mi gridassero «Salva te stesso!».
Quel ladrone che ha dimostrato fiducia in Gesù, ha creduto in uno che , pur dichiarandosi re non si è imposto come tutti gli altri in forza e supremazia, ma facendo e operando il bene, cura e attenzione verso i piccoli, quel Gesù guariva i loro mali insegnando e difendendo la loro dignità di esseri umani presso i Dottori della Legge . Mentre invece, il suo stato di crocifisso, era da colpe commesse, derivava da una misera vita vissuta. Ha creduto in Gesù uomo innocente, il suo dichiararsi re di un regno di vita nuova, Speranza e Verità, e piuttosto che scendere dal supplizio, e tornare alla vita di sempre, che altro non lo aveva condotto se non alla morte, umilmente ha chiesto e ricevuto il dono promesso da un Dio Salvatore
Analisi bellissima che raggiunge il cuore nel profondo, è proprio quello che vorresti dire..grazie! Cercherò di diffondere questo testo il più possibile
Retorico??
So che lo sai.
Gesù ha vinto.
Ha vinto perché ha fatto la scelta giusta. Chi di noi, sinceramente , non amerebbe la vittima innocente?
Per capire Gesù basterebbe capire che
lui vuole insegnare a noi da che parte dobbiamo stare se vogliamo aspirare alla Beatitudine eterna. Quel padrone lo aveva capito.