V domenica di Quaresima
Nella fitta tessitura del Vangelo di oggi, mi è tornato alla mente un ricordo di natura personale, sebbene non diretto. Un sacerdote milanese, collaboratore molto stretto del Cardinal Martini nei suoi primi anni in Diocesi, poi parroco in città, una volta mi mostrava un bigliettino che Martini gli aveva fatto arrivare dopo un momento di difficoltà in parrocchia. In perfetto stile martiniano, c’era scritto, tutto a mano, in latino: «Infirmitas haec non est ad mortem, sed pro gloria Dei». «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».
Mi sono così ricordto di quello che Martini, nei suoi Esercizi sui Vangeli, amava ripetere spesso, sull’amicizia tra Gesù e Lazzaro. Diceva: «Lazzaro non fa niente: non parla, non agisce, non si sa chi sia, non ha un carattere preciso. Dato che Lazzaro non fa nulla, vuol dire che Gesù fa tutto: è Gesù che sceglie gli amici e non c’è bisogno di possedere una qualche caratteristica speciale, perché la prima caratteristica speciale è lasciarsi scegliere. Lazzaro rappresenta, a mio avviso, la persona che è amata da Gesù perché Gesù così vuole» (C.M. Martini, I Vangeli. Esercizi spirituali per la vita cristiana).
È una dolcissima carezza, alla fine di questa Quaresima, tornare a dirci che Gesù ci ama perché vuole così, e basta. Non per i nostri digiuni, non per le nostre virtù, né per le nostre viae crucis. Ci ama perché vuole così, e basta: non c’è da indagare, non c’è capire, non c’è da chiedere. C’è solo da accettare. È un bene che questo tempo di Quaresima, ormai al termine, non sia andato secondo i propositi che avevamo fatto; altrimenti penseremmo di meritarci la Pasqua; e invece la Pasqua arriva e basta – perché Gesù vuole così.
Tra le parole e i fatti del Vangelo di oggi si fanno strada, con tensione ascendente, due sentimenti, due sensazioni, che ci portano già sulla soglia della Settimana Santa. Si fa strada a ritmo incalzante la tensione che sale, il presentimento del dramma che incombe, l’aria che si fa pesante. Marta e Maria mandano a chiamare Gesù nel posto al di là del Giordano dove si era rifugiato dopo che i Giudei stavano per lapidarlo. Tommaso parla di andare a morire; e dopo la resurrezione di Lazzaro, i capi dei sacerdoti e i farisei riuniscono il sinedrio per decidere di ucciderlo (Gv 11,47). Addirittura, ad un certo punto, i capi dei sacerdoti decidono di uccidere anche Lazzaro (Gv 12,10).
A questa tensione fa da contrappunto un clima denso di affetto, di intimità, quasi di desiderio di prossimità, di amicizia. Gesù si commuove profondamente, «e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”». Scoppia a piangere davanti a tutti – forse anche per la tensione che lo preme dentro –, tanto che la gente che sta lì non può che dire: «Guarda come lo amava!». Dev’essere costato tanto quel miracolo a Gesù – forse l’unico miracolo che abbia chiesto al Padre un po’ anche per sé, per amore di quegli amici. Dev’essergli costato tanto, perché non poteva non sapere che, dopo quel segno, non gli avrebbero dato più tregua, lo avrebbero definitivamente schiacciato.
Questo intreccio tra tensione e intimità accompagna tutta la trama dei prossimi giorni. La ritroveremo la sera del Giovedì santo: da un lato la tensione del traditore che deve fare presto il suo lavoro – «Quello che devi fare fallo al più presto» (Gv 13,27) –, e dell’altro il desiderio di Gesù di stare stretto ai suoi, aggrappato quasi fisicamente alla loro amicizia – «L’anima mia è triste fino alla morte: restate qui» (Mt 26,38). Alla fine, ci sarà un altro grido, come il giorno della resurrezione di Lazzaro – «Gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”» –, per tirare fuori questa volta me – ciascuno di noi – dai sepolcri in cui ci siamo chiusi: «Dando un forte grido, spirò» (Mc 15,37).
La resurrezione di Lazzaro è l’ultima volta in cui possiamo entusiasmarci per la divinità di Gesù: uno che addirittura risuscita i morti. Da qui in avanti, saremo confusi davanti alla sua debolezza, alla sua impotenza, alla sua fragilità: uno che si lascia uccidere. Non è un caso che, oggi, nelle chiese si velavano i crocifissi, fino al Venerdì santo. Deus absconditus – si nasconde – per poi svelarsi e rivelarsi come Amore che si dona fino all’ultimo alito di vita, fino all’ultima goccia di sangue. C’è una sensualità, un senso nuziale, un richiamo d’amore, in questo velarsi e svelarsi, che è un peccato si sia perso. Nascosto ora ai nostri piccoli occhi, sarà bello ritrovare Gesù, il Venerdì santo, senza più veli, senza paludamenti, nudo, per starci corpo a corpo, pelle a pelle, senza nulla che si metta più tra noi e Lui.
E non c’è segno più sommo dell’uomo Cristo di quel grido che là si è udito di affetto verso un amico morto che ha desiderato ritornasse a vivere. Lo possiamo pensare rivolto a ognuno di noi per l’amore fraterno che Egli ha così testimoniato. verso l’umanità. Anche a noi oggi in prossimità della Pasqua a quella domanda rivolta a Marta”Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?” interroga la fede personale e a noi il dare risposta. Tanti sono i segni di misericordia che Egli ha compiuto ma il ridare la vita in eterno solo da Lui Gesù Cristo è stato compiuto perché ogni uomo in ogni sua condizione possa coltivare speranza.. Non cerca adoratori come gli idoli che il mondo propone, l’uomo servo, ma l’uomo libero che aspira a dignità da figlio di Dio.
Si, il Gesù che scoppia a piangere alla vista del sepolcro dove giaceva l’amico morto, ci fa sentire una vicinanza estrema alla nostra umanità, così prossimo uguale al pianto e al dolore che si prova quando ci viene a mancare un famigliare. Un Gesù solo uomo, e per questo rivelatosi “fratello”, semmai se ne dubitasse, e quanto segue il suo grido “Lazzaro vieni fuori” pieno del potere che gli viene dal Padre, il ritorno in vita dell’amico, dimostra con quanto amore si è consegnato poi a coloro che lo avrebbero poi condannato e crocifisso, per amore verso quell’uomo, così soggetto a povertà derivanti dalla sua natura umana, e per questo dare la sua vita a volerlo salvare. Un grido il suo tutto di generosità fraterna. Per questo il credere nel Gesù Risorto aumenta la ns. fede oggi in un mondo che appare distruttivo della vita e confidiamo nel suo amore che salva
Qualche anno fa andai a messa nella chiesa di un istituto per disabilità gravi alle porte di Padova dove anni prima mia figlia aveva fatto la prima comunione. Arrivato per tempo, andai a sedermi in una zona a destra dell’altare da solo ma dopo poco in quell’ala entrarono da un accesso diretto gli utenti dell’istituto. Rimasi l’unico degli esterni seduto lì tra i sorrisi simpatici di alcuni ragazzi down che mi divertivano, gli altri erano correttamente seduti nelle altre due aree davanti e a sinistra dell’altare. Ho trovato subito strana e ingiusta questa separazione che non poteva essere dovuta a motivi di sicurezza essendo io uscito incolume quel giorno. Questo episodio lo lego ad un’interpretazione del brano che ipotizza la disabilità di Lazzaro e alla liberazione dalla sua segregazione…
In-ter-preto..
Absconditus..
Vero.
Lui è qui, vicino e…
Noi manco ce ne accorgiamo!
Tanto, che fa’,?? È LUI che ci pensa a scegliere noi, no???
E potrei fermarmi qui, vero?
Ma ci rendiamo conto di. COSA stiamo perdendo??
Seduti sul ns sofà
.. assorbiti dai NS media..
Stiamo perdendo la. VITA..
La sua dimensione verticale trascendente anche spesso tragica presente tutto intorno a noi..
Stiamo perdendo noi stessi e quel..
Cosa? Perché? Chi?
Il senso delle cose
.il loro significato.