Pietre di Siria

Nel giorno della vocazione di San Paolo, il racconto di un viaggio in Siria ci fa avvicinare a quanto vissuto duemila anni fa dall'apostolo delle Genti...
25 Gennaio 2023

Svuotando il mio zaino, al ritorno da intensissimi giorni in Siria, tiro fuori da una tasca un sasso.

È da questa pietra che provo a partire per raccogliere ciò che ho visto e che non avrei mai voluto vedere, ciò che ho vissuto e incontrato lungo quelle strade solcate da millenni di popolazioni antiche.

La Siria è un paese straordinario, dove si respira storia in ogni suo angolo, culture incrociate, commistione di religioni, culti e riti e luoghi di incredibile valore dal punto di vista archeologico e naturalistico.

Entrare in Siria però è stato come un lungo travaglio, una notte tra check point, filo spinato e vecchi barili che delimitano le zone, gabbiotti di cemento da cui si sporgono militari infreddoliti. La notte è gelida ed i controlli sono lentissimi, passaporti e visti, pagamento di tasse d’ingresso, continue fermate del bus…

Siamo arrivati qui da varie parti d’Italia, un bel gruppo di ragazzi, con qualcuno un po’ più avanti negli anni come me, messi insieme dall’Associazione Percorsi di Vita e guidati, per la parte logistica, storica e culturale da Samer Arkilo, siriano di Aleppo e per il cammino spirituale da Padre Francesco Cavallini, gesuita.

Siamo tutti sulla via per Damasco, la stessa percorsa da San Paolo duemila anni fa.  È buio fuori ed è da questa prima notte che capirò che il buio farà parte di questo cammino, buio nelle strade, nelle case, buio come gli occhi accecati di Saulo, buio in questa gente cui è stato tolto tutto e a cui oggi non viene data possibilità di alzare lo sguardo.

Proprio da qui ha inizio il nostro viaggio, dalle pietre su cui Saulo è caduto.

Damasco oggi è una città profondamente devastata dalla guerra, caotica, sporca, dove la storia millenaria si affaccia ancora con prepotenza ed orgoglio su una povertà indicibile, su distruzione e degrado. L’antico suk pullula ancora di gente, l’atmosfera è soffocante di merci, ma il contrasto con interi quartieri bombardati è fortissimo. La gente pare non vedere più queste macerie, ci cammina a fianco, automobili sgangherate e moto, tante moto sfrecciano cariche di persone e merci. È un traffico strano che non capisco. Bambini soli ovunque: qualcuno raccoglie spazzatura in sacconi più grandi di lui, altri mendicano sporchissimi accasciati lungo le vie, altri provano a giocare con palloni di fortuna nelle piazzette tra le macerie. Tutti in ciabatte con i piedi lividi dal freddo. Le case  non hanno più vetri alle finestre, ma grandi teloni penzolano a riparare freddo e intimità. Capisci dove la gente ancora riesce ad abitare dai bucati stesi, anzi ammucchiati su corde tese tra pilastri di cemento.

Ogni tanto qualche donna ha messo un vasetto con una piantina sul davanzale, a fianco di un muro trivellato di buchi. Mazzi di fili elettrici penzolano sopra le porte, attraversano vie come rampicanti senza foglie. Cammino e cerco di immaginare la vita qui. Guardo le donne come me, le osservo nelle vie, nei suk, nei loro vestiti lunghi neri, nei veli che coprono i loro grandissimi occhi. Mi stupisco perché, se incontro il loro sguardo e accenno un saluto, capisco che lì sotto sorridono ancora. Queste strade sono le stesse dove Saulo ha vissuto nella normalità, un lungo tempo di maturazione, di elaborazione profonda.

Damasco ha ancor oggi piccole cellule di speranza che resistono, che provano a far breccia, come straordinari nuovi Anania che si prendono cura di questi bui, di queste infinite povertà, gratuitamente e con una commovente speranza. Persone che sanno davvero porgere la mano in modo autenticamente fraterno. Ho incontrato piccole comunità, vescovi, sacerdoti che resistono soli, frati coraggiosi, gente comune, ragazzi che con una forza inaudita mettono in moto attività, accoglienza, sostegno e riaccendono bellezza dove bellezza proprio non ce n’è. La comunità dei gesuiti, il Centro Sant’Alberto Hurtado ne è un esempio commovente.

Anche ad Aleppo, la distruzione è ovunque ed è difficile camminare lungo le sue strade, incrociare gli occhi delle persone che increduli ci guardano come marziani: “Cosa siete venuti a fare qui?” – sembrano dirci. Non siamo turisti, no. E’ molto difficile per noi essere qui, aver timore di guardare dentro le case sventrate, violare un dolore senza misura, camminare sul sangue versato da troppe anime. Sentire il dovere morale di essere vicino, di portare speranza, di dir loro un semplice “siamo con voi, non vogliamo che il mondo si dimentichi, vi lasci soli…”. Provare l’imbarazzo di fotografare, ma sentire il bisogno di urlare una così grande vergogna, quella che i media fan presto a mettere da parte.

Tra le macerie di un intero quartiere bombardato qualcuno ha costruito un presepe, una grande natività tra povertà, polvere e rifiuti. Tre militari stanchi sono seduti lì a fianco, tre Re Magi assurdi, forse davvero in cerca di una luce in questa oscurità allucinante. Sono ragazzi, cresciuti vedendo solo dolore, violenza, distruzione e morte. Hanno respirato solo il linguaggio della guerra e chissà  se hanno ancora desideri e sogni. Forti solo nelle loro mimetiche e nelle armi che imbracciano, fragili e massacrati nei loro vent’anni.

Ricostruire la pietra è facile, quello che è difficile è ricostruire l’uomo” – ci dice durante una toccante testimonianza il Vescovo di Aleppo dopo una Messa nella Chiesa Armena Ortodossa, poco più in là. “Stanno andando via tutti i giovani, e questo oggi è ancor più grave della guerra stessa” continua. Nella parrocchia ci racconta che si stanno avviando molti progetti a favore dei giovani, per aiutarli a restare, a formare una loro famiglia, a comprare una casa.

Ricostruire l’uomo. Che macigno immenso ha questo paese addosso…

Pietre ovunque in queste città. Pietre accatastate e messe un po’ più in là per passare. Spostate e basta. Lì, a memoria della brutalità della guerra. Sono un’infinità, sono montagne di rovine abbandonate perché non si sa da che parte iniziare, perché non ci sono i mezzi per ricostruire, per provare a ripartire. La Siria è un paese sotto embargo e tutto è bloccato, congelato, inibito. Forse volutamente tenuto fermo.

Usciamo da Aleppo e percorrendo la immensa piana che ci porterà a camminare sulle rovine dell’antica città di Apamea, dal finestrino del bus è un susseguirsi di villaggi rasi al suolo, casa per casa, con precisione scientifica e diabolica. Nulla doveva rimanere in piedi. Tutto è devastato, vuoto, abbandonato e morto. Carri armati parcheggiati negli scheletri delle case. Militari qui e là che controllano il passaggio. Intere popolazioni massacrate e costrette a sparire. Un silenzio irreale in una natura che chiede oggi di vivere. Ogni tanto si incontrano pochi uomini che provano a coltivare patate o che pascolano greggi stanchi.

Pietre e pietre anche qui. Cumuli di pietre. Macigni sul cuore e sugli occhi che faticano a guardare. Come le squame sugli occhi di Saulo.

Anche sul meraviglioso sito archeologico di Apamea ci sono pietre, antichissimi marmi, colonne abbattute, capitelli finemente scolpiti. Ma qui c’è una bellezza che parla. Bellezza di una storia antica. Il contrasto tra queste pietre è fortissimo. Il contrasto tra pietre intrise di bellezza e pietre intrise di dolore. Grandiosità e abbassamento che si guardano. Come può l’uomo arrivare a tanto?

Visitiamo cittadelle fortificate, castelli crociati di incredibile ingegneria militare. Luoghi di difesa, arroccati in alto, chiusi, imprendibili. Minimondi efficientissimi di sopravvivenza. Li visito ammirandone la struttura, la perfetta conservazione nel tempo, ma non riesco a vederne il buono: vedo solo la vita spesa in difesa. La vita non è qui dentro, chiusa da giganteschi muri di infinite pietre. Sulle torri più alte tira un vento teso, respiro guardando le montagne intorno. La Siria non ha bisogno di questi baluardi, di fossati invalicabili. Non vedo ponti, le finestre qui sono soltanto sottili ferritoie… buio anche qui.

La sera è magnifica, in lontananza c’è il mare, un Mediterraneo che visto da qui ha tutto un altro significato. Penso ai tanti che qui davanti hanno sognato libertà e futuro.

Ma la pietra uscita dal mio zaino ha un colore meraviglioso…non è il bianco delle rovine di Damasco, Aleppo, Homs…non è nemmeno il nero basalto dell’antica Bosra, cupa ed immensa capitale Nabatea prima, poi romana e, come sempre, infine araba.

È una pietra rosa ed arancione con qualche striatura giallo ocra. E’ una pietra che non sa di guerra, di bombardamenti, di conquistatori o regni antichi.

È una pietra e basta. Bella, silenziosa e libera.

È una pietra del deserto alle spalle del Monastero di Deir Mar Musa, messa in tasca mentre meditavo sulle parole di Padre Jiad Youssef, superiore della comunità. “Pace è perfezione” ci diceva “è compimento di una evoluzione, di un percorso. E’ uscire da sé e andare verso l’altro, uscire dalle nostre grotte, dai nostri buchi. Pace è somiglianza con Dio, è la pazienza di Dio sui nostri desideri, nel nostro processo di evoluzione…” Così come il processo maturato da Saulo, proprio qui su questa terra. Maturazione di conversione e missionarietà.

Uscire da sé… è per questo che sono arrivata qui.

Seduta su quel deserto di sassi rosa c’è Isaia che ci aiuta a stare dentro questo viaggio, a capire la forza e la speranza di un Dio che continuamente rilancia la vita, che apre sentieri inaspettati. “Non ricordate le cose passate, non considerate più le cose antiche. Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare, non ve ne accorgete?

Guardo questa terra, la preghiera oggi deve partire proprio da qui.

Mar Musa è un’oasi di dialogo e silenzio insieme. Qui la voce di Dio entra da una porta minuscola scavata nella roccia. I monaci vivono nella lentezza più bella, tra lavoro e preghiera. Essere accolti qui è un dono immenso, un privilegio che va custodito e che deve portare frutti importanti. Nei giorni che viviamo lì, abbiamo saputo che uno dei monaci della comunità, Padre Jacques Mourad, che nel 2015 fu rapito dal Daesh, viene nominato vescovo di Homs. Di quest’uomo mi porto a casa l’intensità ed il raccoglimento nella preghiera, corpo ed anima un tutt’uno, le mani che cantano durante la consacrazione, gli occhi profondi e dolcissimi di chi ha molto sofferto, di chi ha molto sperato.

Ma la pietra più spaccata e dolorosa è quella del villaggio di Maalula, un antichissimo insediamento in una stretta vallata a nord di Damasco. Qui si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù e oggi è un borgo devastato dai ribelli integralisti islamici. Qui la popolazione scappò dalla furia e si rifugiò sulle montagne. Ma lottò e resistette fino all’ultimo sangue. Padre Fadi, parroco del villaggio, ci accompagna lungo i vicoletti arrampicati sulla roccia. Si ferma poi davanti alla porta sgangherata di una casa. Qui, ci racconta, tre ragazzi sono stati uccisi dagli islamisti che intimavano di convertirsi all’islam. Uno di loro era suo nipote, la voce si rompe dalla commozione. Martiri veri, remoti, sconosciuti, come tanti, troppi, in questa terra. Qui l’Isis ha devastato tutto, bruciato icone, rapito le monache dell’antichissimo monastero di Santa Tecla, discepola di San Paolo. Ma la comunità cristiana resistette e resiste, unita, contro l’odio e la cancellazione delle identità. Insieme proviamo a recitare insieme un Padre Nostro in aramaico, lento, strofa per strofa, intorno all’altare della chiesa di San Sergio e Bacco, anch’essi martiri, romani del II sec. d.C.

Tanti martiri, come Padre Frans Van Der Lugt, gesuita ucciso ad Homs durante la guerra, comunità dove siamo stati accolti e dove ci è stata raccontata la storia di quest’uomo di riconciliazione tra comunità, generazioni, tra cristiani e musulmani, tra ideologie politiche.

Lasciamo infine la Siria riscendendo ancora a Damasco. Ora Saulo è un uomo spogliato di tutto. Non c’è più autocentramento, zelo, potere…Passando per un buio profondo, un lungo cammino nella debolezza, ha trovato proprio in questa sua fragilità, la sua forza, e sarà così che attraverso questo suo cammino la Buona Notizia ha attraversato i confini. L’ultima sera c’è un clima di festa tra noi, festa fraterna e piena di speranza per questa gente. E’ bello perché stasera non vedo più il buio di questa città.

Stanotte mi si fissa sul cuore la frase che ci lasciò il Vescovo di Aleppo salutandoci: “Se qualcuno ritorna, è perché c’è qualcuno che rimane”. Perché questa terra, è terra di gente che lotta per rimanere, e tornare a visitare la Siria, a dar loro forza e speranza sarà l’impegno di ciascuno di noi e di molti altri.

 

6 risposte a “Pietre di Siria”

  1. Stas Gawronski ha detto:

    Grazie per questa testimonianza. Ho fatto il viaggio in Siria con Percorsi di Vita questa estate, mi ritrovo molto nelle tue parole. È importante lasciare una traccia/seme di questa esperienza.

    • Lella Noce Ginocchio ha detto:

      A distanza di mesi, è ancora molto forte il senso di responsabilità unita a grande impotenza nel cercare di concretizzare la testimonianza a reali azioni di sostegno. Ma le vie e le modalità si trovano, piano piano, senza arrendersi, unendo forze, idee e i diversi carismi di chi vuole o può aiutare.
      Grazie per aver condiviso sensazioni e pensieri.
      Lella

  2. Michele Augugliaro ha detto:

    Il ricordo della terrazza di MarMusa è sempre presente nei miei pensieri, così come la voce di Paolo che narra della ricostruzione. Grazie Paolo per le emozioni che ogni giorno si rinnovano nel constatare il valore di quel giorno vissuto a 42 gradi sotto il tendone della terrazza.

  3. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ma cosa dire anche dellAfganistan del quale ieri è stato teletr. Un quadro di miseria nel quale vive la gente da far vergognare il non intervenire. Se si pensa ai miliardi per “fare la guerra sempre più grande, invece di mandare cibo, magari con aerei , cibo e indumenti gratuito a chi manca perfino della “speranza a non morire”!!. Dappertutto si assiste a un degrado di umanità, gli uni verso altri, solo prevale l’ingordigia di detenere il potere in competizione reciproca. E’ stato detto che perfino la ricchezza va in maggior percentuale a pochi ricchi rispetto ai miliardi di poveri del pianeta. Forse Dio vuol vedere se almeno vi sia un resto che abbia il coraggio di intervenire, dimostrando la Fede in Lui e di credere che sia possibile sacrificarsi non per morire ma per realizzare la Pace. Ma perché non si vuol vedere dove la guerra sta portando tutti, lo stato e umano e della natura nel mondo!!miserevole

  4. Adriana Somigli ha detto:

    Un diario intenso in cui storie e storia si intrecciano. Siamo figli e figlie di quella storia e possiamo essere fratelli e sorelle di quelle storie nascoste dietro i muri diroccati o i cumuli di pietre o dietro i teli alle finestre ingentilite da una piantina. Grazie Lella per questa narrazione.

  5. Dario Busolini ha detto:

    Grazie per questo scritto che dovrebbe essere letto e riletto tante volte e pregato anche, tanta è la sua dolorosa verità e tale il filo di speranza che, nonostante tutto, riesce a tenere insieme i macigni di dolore di un popolo fatto a pezzi. Anche io ho fatto un viaggio in Siria, ma poco prima che scoppiasse la guerra, quando nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto, per cui non sono mai riuscito a trovare una spiegazione, nemmeno parziale. Mentre leggevo rivedevo quei luoghi e quella gente come erano prima e il cervello mi andava in tilt… E’ scandaloso e peccaminoso che la Siria sia lasciata in questo stato e che perduri l’embargo (questo sì, c’era già prima) e che anziché aiutarne la ricostruzione si stia facendo di tutto per trasformare in una seconda Siria pure l’Ucraina.

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