La formazione del laicato/1. Problemi e sfide.

Ferma l'importanza del sapere "come" relazionarsi con gli altri, quando la Chiesa comincerà ad occuparsi seriamente del sapere "cosa" dire agli altri?
11 Novembre 2023

Formazione. È questa una delle tante parole chiave che scandiranno il cammino sinodale della chiesa in Italia. Una parola che certo non giunge nuova alle orecchie di chi frequenta l’ambiente ecclesiale, tanto più se impegnato come educatore, catechista, animatore ecc.

Il fatto, tuttavia, che venga richiamata questa dimensione in quelli che sono stati definiti I cantieri di Betania lascia intendere che malgrado sia una realtà presente e “già sentita” nelle nostre comunità, essa richieda comunque un qualche ripensamento, a fronte forse (penso io) di una scarsa efficacia dell’attuale formazione e delle modalità con cui nelle rispettive comunità questa viene portata avanti.

Ho già avuto modo, in un altro intervento, di sottolineare l’importanza per questo cammino sinodale (italiano e non) del ruolo della teologia o, per meglio dire, dei teologi e delle teologhe che si sono formati e formate in Facoltà, Istituti superiori, Fondazioni ecc. Il rimando, dunque, alla formazione del popolo di Dio nelle comunità mi sembra il contesto ideale per riconoscere un primo (se non il decisivo) compito in cui investire questo “capitale umano teologico”.

L’impressione, infatti, è che da parte dello stesso laicato non ci sia “piena avvertenza” della necessità di una seria formazione teologica, e tanto meno un “deliberato consenso” verso le iniziative che pure vengono proposte. Partecipando a diversi incontri di formazione per educatori e catechisti (per esperienza penso in particolar modo a quelli organizzati dall’Azione Cattolica) il focus sembra sempre concentrarsi quasi unicamente sul livello pedagogico-didattico, metodologico e psicologico-attitudinale. Il principale intento è quello di formare circa le modalità e le tecniche da utilizzare nei diversi incontri di catechesi (sia essa per bambini, giovani o adulti), approfondire le dinamiche di gruppo, apprendere una capacità relazionale per entrare in empatia con l’interlocutore, capirne le esigenze e disporsi così in maniera corretta per costruire una buona relazione educativa.

Questi aspetti – anche se forse non c’è bisogno di dirlo – sono assolutamente decisivi e fondamentali. Il metodo esperienziale e il protagonismo dei destinatari (per continuare a usare termini cari all’Azione Cattolica) sono fuochi imprescindibili attorno ai quali tracciare l’ellisse della catechesi. Però non bastano.

Sono convinto sussista un sottile “non-detto” nelle coscienze dei cosiddetti “operatori pastorali” della formazione, quello che potremmo definire anche “laicato impegnato”, vale a dire: la teologia è “roba da preti”, questioni lontane, astratte, irrilevanti per le “persone di oggi” che chiedono invece un contatto, una vicinanza, una relazione sincera. È più importante interrogarsi su “come” arrivare a queste persone, stargli vicino e ascoltarle. Il resto (semmai) verrà dopo.

Ebbene, questo dispositivo mentale (ripeto, secondo me presente ma spesso in modo inconsapevole) fa sì che si riproponga una nefasta contrapposizione: da una parte i preti, quelli che hanno studiato, fanno l’omelia, commentano il vangelo, guidano la preghiera ecc.; dall’altra il laicato, quelli che pensano al sociale, alla formazione delle persone, alle loro esperienze e intessono legami.

Risultato? Gli incontri dell’ormai cosiddetta “formazione” diventano momenti conviviali, merende, week end in compagnia, dove l’importante è “fare gruppo”, “stare insieme”. Nell’organizzazione di questi eventi, poi, arriva il momento “serio” di confronto con l’esperto o, per le realtà più piccole, con il prete di turno, che commenta il vangelo, fa un approfondimento oppure spiega un aspetto della fede o un documento del magistero. A seguire, subentrano di nuovo i laici che riprendono il discorso (solitamente a gruppi) più o meno così: “Bene, questa però è la teoria. Noi invece come viviamo?”. E si comincia così il solito scambio di battute su quanto vanno male le cose, le difficoltà che ci sono (in parrocchia e nella vita) e talvolta anche le belle esperienze e gli incontri che ci hanno segnato. Fine della formazione. E questi incontri, per non appesantire le nostre vite già piene di “cose da fare”, si fanno sempre più radi e sporadici.

L’immagine che ho voluto offrire è ovviamente una “caricatura”, senza voler offendere nessuno, ma penso rispecchi diverse esperienze reali. Il problema, mi sembra, è la separazione inconscia posta a monte: la teologia non ci serve. Ebbene, forse dovremmo chiederci: ma quale teologia? Perché dietro quella prima convinzione, ce n’è un’altra ancora più radicata, ovvero che la teologia sia “quello che dice il prete”, sia il magistero della chiesa, sia una dottrina ormai antiquata, sempre difficile, “che segue la Bibbia e non la scienza”, che parla di cose di un’altra epoca.

È questo, forse, il principale ostacolo da superare e capire che, invece, la teologia è tutt’altro. Per certi versi, forse, potremmo dire che la riforma del modo di fare teologia, intesa quale riflessione di fede sulla rivelazione di Dio in Gesù, nei suoi modi e nei suoi contenuti, sia uno dei frutti più importanti del concilio Vaticano II a partire dalla costituzione dogmatica Dei Verbum.

Cosa significa che Gesù faceva i miracoli? Che senso hanno le parabole? Cosa ci dicono i vangeli? Che cos’è la fede? A cosa servono i sacramenti? Cosa vuol dire che Gesù ci redime con la sua morte? Siamo sicuri di sapere davvero cosa vogliono dire queste domande e quali siano le risposte, oppure in realtà abbiamo solo una certa precomprensione, proveniente solitamente dalla catechesi che abbiamo vissuto, ma che in realtà non corrisponde più al modo con cui oggi si studia e si approfondisce la novità, la bellezza e il senso del messaggio cristiano?

Qualcuno potrebbe chiedere: “E come facciamo a sapere noi, oggi, non esperti, cosa sia la teologia?”. E torniamo così al punto di partenza: formazione. È questo, penso, lo sforzo più importante da richiedere oggi alla formazione. Avvicinare al popolo di Dio la coscienza teologica che, in larga parte, abita ancora troppo solo le Facoltà e le istituzioni teologiche. Una formazione, quindi, non tanto sul fare, bensì sul sapere, due dinamiche che, forse, non sono poi così lontane.

6 risposte a “La formazione del laicato/1. Problemi e sfide.”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    La Chiesa i suoi Pastori sono come famiglia, un corpo unico, così come l’insieme delle Parabole sono Vangelo, questo e’ la Persona del Maestro, il Cristo Signore.Ora, questo scoprire da laici, di aspirare a erudirsi per divenire a sua volta insegnanti della Parola , evangelizzatori? è per colmare il vuoto che la penuria di vocazioni ha lasciato? Ma già ci sono Teologi laici, i quali si fanno leggere con interesse ma non seguiti , rispetto a presbiteri, che magari non tutti sono teologhi, il loro ministero li comprende e vengono “ascoltati” considerato il loro servizio come da luce più alta. Perché non basta il sapere, se non proviene dall’essere come il Pastore per le sue pecore. La apostolica benedizione non è dall’l’uomo , ma da Colui che Egli impegna la vita a seguire. E il fedele riconosce se non lo è, dal Vangelo che predica

  2. Pietro Buttiglione ha detto:

    Scrive Fabio:
    ” ruolo dei laici come evangelizzatori, che ormai è diventato una sfida decisiva e non può risolversi finché restano dei semplici “collaboratori del parroco”.
    La riscoperta della dimensione spirituale individuale della vita di Fede che prescinda dal “fare” e da quell’attivismo che affligge molte realtà parrocchiali.”
    Mi osservavo stanotte:
    Qui va tutto su you tube& whatsApp. OK. Ma le Parrocchie non comunicano tra di loro, anche i sigg.Parroci.. almeno avessero un canale intestino..
    I laici? Ammirevoli le tante realtà… ma esecrabile come esse pure nn comunicano tra di loro. Sembrano fortini da difendere da invasori.
    Ció NON ostante.. io credo che non sia un probl di info/comunicazione ma di qualcosa che viene prima:
    la FEDE, per dirla nel modo saputo dei sigg. Teologi.. la sua Incarnazione Forse meglio. Come ben scrive Fabio, la di.ensione SPIRITUALE.
    Ciao

  3. Fabio Colagrande ha detto:

    Ho apprezzato molto la tesi di questo articolo che mi pare presenti bene una criticità delle nostre comunità cattoliche.
    Mi pare sia un problema che s’intreccia con altri due, altrettanto gravi.
    Il ruolo dei laici come evangelizzatori, che ormai è diventato una sfida decisiva e non può risolversi finché restano dei semplici “collaboratori del parroco”.
    La riscoperta della dimensione spirituale individuale della vita di Fede che prescinda dal “fare” e da quell’attivismo che affligge molte realtà parrocchiali.
    Affrontando seriamente questi aspetti credo si possa disegnare un futuro possibile per il cristianesimo.

  4. Giancarlo Branchini ha detto:

    Mi ritrovo molto in quella caricatura e nelle diffidenze di tanti laici nei confronti della teologia. Le mie posizioni si sono radicate con la guerra in Ucraina. Qualche anno prima dello scoppio della guerra sembrava fossimo a un passo dalla piena comunione con gli ortodossi: anni e anni di dialoghi teologici avevano appianato quasi tutte le divergenze. Poi l’autocefalia alla Chiesa Ucraina e di colpo ci siamo scoperti su posizioni opposte. E tutti quei dialoghi teologici? Voltafaccia di Kirill o cattiva teologia?

  5. Enrico Parazzoli ha detto:

    Sottoscrivo ogni singola riga. Ma sono preoccupato per la poca teologia che abita anche la pastorale di qualche confratelli e il devozionismo risultante.

  6. Pietro Buttiglione ha detto:

    A me basterebbe che quelli che ‘sanno’ di teologia xché conoscono davvero la Parola, ( ben + che la Tradizione o depositum..).. siano capaci di elaborare una proposta seria di come cambiare la Messa.
    Urgente
    Necessario
    Signi_ficante
    Ben + che la formazione.
    Spesso affidata a matusa o tecnici della comunicazione, con i quali dovremmo risolvere IL problema 😭🙃🤐

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