Stiamo cominciando a conoscere la complessità dell’approccio teologico (fondamentale, dogmatico ed ecclesiologico) del neovescovo di Roma, cogliendone – anche dietro sua esplicita indicazione (qui) – il legame («la scia») con l’analoga complessità che caratterizzò il «rinnovamento» operato dal Concilio Vaticano II .
Si tratta ora di verificare se c’è una chiave di lettura, altrettanto unitaria e magari analoga, che caratterizza lo «sguardo antropologico» di Leone XIV. Egli stesso d’altronde, nell’omelia della messa pro ecclesia celebrata con i cardinali (9 maggio), ha messo in evidenza la necessità di comprendere quale sia il «mondo che ci è affidato» – con «i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni» – e, di conseguenza, quale possa essere «il bene» per il «genere umano» di questo nostro tempo.
Mi sembra di poter affermare che, per ora, anche in questo caso emerga una certa attenzione del neovescovo di Roma alla complessità del mondo in cui viviamo, a partire dai «due atteggiamenti» che secondo Leone XIV lo caratterizzano.
Da un lato, l’atteggiamento delle città (con i loro cittadini) belle e lussuose, ma «sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà» in nome di «altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere». Per Leone XIV è questo il contesto che, di fronte a «le istanze di onestà e le esigenze morali» di Gesù, «non esiterà a respingerlo e a eliminarlo» come persona «fastidiosa» – che merita solo di essere «deriso, osteggiato, disprezzato» dopo averlo magari «sopportato e compatito» (come «persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire», ma in fondo un «“ciarlatano”» predicatore di «una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti»).
A me sembra che, dalla costruzione logica delle frasi di Leone XIV, il giudizio di «ambienti/contesti» difficili «in cui urge la missione» sia rivolto soprattutto a questo primo tipo di atteggiamento. Tale delimitazione è decisiva perché «la mancanza di fede» indicata dal neovescovo di Roma non abbraccia tutto il variegato mondo dell’ateismo – soprattutto, come ha interpretato (erroneamente) Vito Mancuso, non quell’ateismo pensante già messo in “cattedra” dal compianto cardinal Martini affinché i credenti imparino da esso. Ma, piuttosto, Leone XIV si riferisce a una sorta di ateismo elitario caratterizzato da quella che potremmo chiamare la celata disperazione delle élite (progressiste o conservatrici che siano), la quale in effetti può comportare e comporta (a destra come a sinistra) «drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco».
Dall’altro lato, abbiamo l’atteggiamento della «gente comune», la quale, pur apprezzando Gesù come «un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele», quando la Sua sequela comporta «troppi rischi e inconvenienti» e un eccesso di «pericolo», «lo abbandonano e se ne vanno, delusi» – come i discepoli più stretti.
È questa gente – questa parte di popolo – che rischia di ridurre Gesù a «una specie di leader carismatico o di superuomo», la qual cosa, quando riguarda i battezzati, deve essere definita per Leone XIV come una sorta di «ateismo di fatto». Non mi sembra che siamo così distanti da quanto intendesse Francesco quando parlava di «ateismo pratico» nel popolo dei credenti. Anche qui la delimitazione è è decisiva perché, altrimenti, finiremmo come Vito Mancuso vittime di un’interpretazione erronea, ritenendo che tali parole di Leone XIV travolgano anche l’umanesimo ateo (o agnostico) – come, ad esempio, fu quello di De André in Si chiamava Gesù, Il Testamento di Tito, Preghiera in gennaio e Smisurata preghiera – quando invece esse toccano e – non a caso – suscitano il fastidio, se non l’ira o il risentimento, soprattutto dei credenti conservatori e, comunque, di tutti coloro che idolatrano messianicamente il leader politico di turno.
In questi «contesti», ovviamente, l’annuncio e la testimonianza missionaria dovrà essere impostata e proposta in modi differenti, facendo molta attenzione a come incarnare nelle élite e nel popolo il rapporto complesso e dialettico tra verità e misericordia, affinché non avvenga che anche nella Chiesa si finisca per essere forti con i deboli e deboli con i forti, caricando pesi eccessivi sui primi (Lc 11,46) mentre i secondi vengono sempre giustificati (Lc 11,42). Importante, nel frattempo, è che in entrambi i casi l’approccio pastorale proposto da Leone XIV sembra essere non moralistico (o pelagiano – con le parole di Francesco), bensì sempre basato sulla «grazia preveniente» e centrato sull’amore misericordioso che precede – e perciò stimola – qualsiasi conversione: soprattutto quella di chi è stato chiamato «ad un’esistenza nuova mentre era ancora lontano dal Vangelo e perseguitava la Chiesa» o era «ancora incapace di alimentarsi da solo» (Omelia, 20 maggio 2025).
In altri termini, perfettamente in linea con Evangelii gaudium (35-39), il Dio «riconciliante» che Leone XIV offre a questo «mondo ferito dalla guerra, dalla violenza, dall’ingiustizia» (Discorso all’assemblea generale delle P.O.M.) è un «seminatore “sprecone”». Il Suo amore, infatti, tocca «ogni realtà», «qualunque nostra situazione», anche «là dove è improbabile che porti frutto» e senza aspettare che «diventiamo il terreno migliore». Anzi, Egli confida e spera che proprio perciò fiorisca «in noi il desiderio di essere un terreno migliore», su cui «lavorarci ancora per farci diventare un terreno migliore», in quanto è Lui che «scalda le zolle della terra e fa maturare il seme» (Udienza, 21 maggio 2025).
Certo, per ora, la luce o le luci a cui fa riferimento Leone XIV non sono quei «valori umani e spirituali» (Discorso al corpo diplomatico, 16 maggio 2025) che secondo il concilio Vaticano II (AG 4; GS 22) già troviamo nel mondo grazie all’opera dello Spirito e del Cristo che sempre ci precede – e che avevo qui chiamato colori [1] – ma quella luce di Dio che risplende dalla città posta sul monte (1Pt 2,9) – ed è da proclamare per le sue meraviglie (Ap 21,10) – o quella dei cattolici santi che devono «brillare» come «“luci del mondo”» (Mt 5,14).
Spero vivamente che questa colorazione già insita nella zona grigia, fondamentale per comprendere il mondo postmoderno, venga presto ripresa e sviluppata da Leone XIV – come già aveva cominciato a fare parlando della Luce di Cristo che sempre precede la Chiesa in missione o dei «valori», delle «cose meravigliose» e delle «risorse» già presenti nel «mondo giovanile» (Discorso alle scuole lasalliane, 15 maggio 2025).
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[1] Cfr. Sergio Ventura, Imparare dal vento, EDB (2024), p.11; 170.
A Lourdes giorni scorsi ha avuto luogo il pellegrinaggio delle Forze Armate. Una risposta a quale servizio siano esse indispensabili a mantenere la Pace in ogni parte del Mondo. Veterani che raccontano di quanto la guerra non debba mai essere mezzo perché lascia non solo distruzione ma tanti morti e cuori con ferite difficili anche nel tempo a essere dimenticati. Pensare che giovani debbano dare la vita sembra oggi intollerabile idea, per cui proprio nel luogo dove il cielo si è aperto a che Maria raggiunga messaggera di ammonimenti alla Pace, sembra una reale prova anche dell’esistenza di un Dio che invita a dare valore alla vita di ogni persona umana e a confidare e dare ascolto a quanto l’intelligenza della mente e del cuore lo Spirito suggerisce per operare al bene comune.
I rilievi enunciati dal Santo Padre al popolo di Dio sono chiara analisi della realtà in cui vive la Chiesa, la quale oggi come ai primordi deve farsi missionaria a cominciare dal proprio habitat, persona, famiglia, comunità, paese, senza frontiere ovunque nel mondo. Cristo attrae per la sua Parola e essa stessa operante attraverso fedeli che credono. Il lievito agisce sulla pasta lasciando questa coperta da correnti d’aria, il risultato della lievitazione si fa vedere dopo certo tempo. Si può dire che anche nella società serva lo stesso procedimento, unità di intenti, spontanea adesione che è l’amore verso ciò che si intende raggiungere, come il bene comune là dove esiste sofferenza perché nell’emarginazione di persone trascurate perché deboli, li nasce la forza per ridare dignità, pretendere giustizia della verità
La guerra è una piaga perché per uccidere si suppone provare sentimenti forti come odio reciproco.