La Chiesa italiana sulla via di Francesco?

Alla luce del discorso papale alla curia romana, una vicenda lavorativa particolare può dire qualcosa su quanto la chiesa italiana si lasci mettere in 'crisi' dalla via di Francesco o preferisca ad essa il 'conflitto'.
22 Dicembre 2020

Una settimana fa, dopo 16 anni di attesa, è stata firmata un’intesa tra il presidente della CEI e la ministra dell’Istruzione (MI) che riguarda il futuro concorso per insegnanti di religione. A fronte dei toni usati dalla nota informativa CEI e MI – dove si parla di ‘storica stabilizzazione’ e di ‘realizzazione delle aspirazioni’ dei docenti – la notizia ha avuto pochissima eco sui quotidiani: un po’ di celebrazione da parte di Avvenire e Fatto Quotidiano, un pizzico di polemica da parte di Repubblica e Corriere della Sera. Silenzio totale, mi sembra, dall’altro fronte – o dai fronti estremi – della politica.

Nella pancia dei social, invece, quella che doveva essere un’esplosione di gioia per il traguardo raggiunto, si è manifestata sotto forma di notevoli turbolenze, provenienti – per qualcuno insolitamente – dagli insegnanti stessi e da qualche vescovo. Tali turbolenze sono giunte anche all’orecchio attento di Andrea Grillo che ha voluto, come è nel suo stile, riportare alcune “parole chiare” pronunciate sulla questione, tra le quali ha ritenuto poter essere ricomprese quelle scritte qualche mese fa con Massimo Pieggi sulla rivista Il Regno. Ad esse rimando chi volesse avere chiare tutte le sfaccettature della questione, riassunte – nel caso si abbia ancora meno tempo  – in questo richiamo su Re-blog pubblicato a luglio: sono contributi fondamentali per non cadere nella svista di sollevare obiezioni alle seguenti asserzioni che trovano già in essi risposta.

Quello che mi sembra interessante e doveroso evidenziare, invece, è la capacità che possiede questa vicenda, apparentemente particolare, di restituire una problematica di interesse decisamente più generale: se e quanto le Chiese locali (diocesane) e le conferenze episcopali (regionali, ma soprattutto nazionali) abbiano intenzione di compiere i passi ecclesiali, ormai dovuti, sulla strada pastorale e magisteriale indicata da Francesco.

Chi ha avuto e avrà la pazienza di leggere con attenzione gli articoli indicati non potrà non accorgersi che innanzitutto è in gioco il valore della giustizia sociale. Il rischio che in questo concorso ordinario aperto a tutti (e solo parzialmente riservato) moltissimi docenti perdano il posto di lavoro o si vedano diminuire le proprie ore di lavoro e quindi lo stipendio è evidente (nel caso di vittoria del ruolo da parte di chi ora è ‘senza cattedra’, il posto dovrà essere ceduto da chi ora è ‘in cattedra’). E, sia detto con franchezza, moltissimi ordinari diocesani (vescovi o direttori dell’ufficio scuola che siano), forse lo stesso presidente della CEI, sono stati e vengono invece continuamente rassicurati dagli organi competenti della CEI sull’insussistenza di tale rischio, ma qui tertium non datur: o sbaglia chi tra noi è inquieto o sbaglia chi rassicura.

Tra i preoccupati ma anche tra i rassicurati, più di qualcuno ha cercato e cerca di immaginare qualche modalità giuridica che trasformi un siffatto concorso in un concorso di fatto straordinario e del tutto riservato (ad es. l’idea di concedere l’idoneità concorsuale solo a docenti già ‘in cattedra’ o quella di (far) credere/sperare che il ministero pubblichi un bando di concorso – solo o innanzitutto – tale). Questa soluzione, però, non solo difficilmente resisterà nelle aule giudiziarie (come accadde già nel 2004), ma soprattutto non è corretta dal punto di vista dell’etica pubblica: se si è in disaccordo con il legislatore si interviene politicamente o in via giudiziale, ma non si evoca (in modo del tutto inappropriato) la fiducia nei confronti degli ordinari diocesani affinché applichino la normativa in modo tale da trasformare, seppur per migliorarla, la volontà del legislatore. È vero che si suol dire fatta la legge trovato l’inganno, ma questa soluzione è appunto una degenerazione, una alterazione della ratio legis, in un senso ampio è un invito a ‘corromperla’. E da ogni tipo di corruzione Papa Francesco ci sta esortando da tempo a guarire – anche perché il passo dalla corruzione della ratio legis o del pensiero a quella della prassi, legata agli interessi che gravitano intorno a un concorso pubblico (posti in ballo, corsi e libri preparatori, etc.), è breve – come segnalava già a suo tempo l’allora segretario CEI mons. Galantino.

Si potrebbe però giustamente obiettare che, in fondo, un concorso volto a verificare il merito di chi vuole insegnare è ciò che è previsto anche per gli altri docenti. Ed invece, chi conosce la realtà concordataria dell’insegnamento della religione sa che tale concorso non solo non verifica il vero merito, ma anzi e perciò viola la dignità e l’eguale trattamento dei lavoratori – aspetto ancor più grave se ciò riguarda quei lavoratori precari sulla cui tutela Papa Francesco ha più volte chiesto di fare attenzione (discorso ai dipendenti vaticani, 21 dicembre 2017 e 2020). Certo, questo passaggio logico è molto delicato e, per potercisi districare senza sfracellarsi, è necessario tenere fermo il principio di Papa Francesco secondo cui la realtà è superiore all’idea (EG, 233).

Sappiamo benissimo che dentro e fuori la Chiesa, a destra come a sinistra, il Concordato e ciò che vi è legato – come l’insegnamento della religione – costituisce un problema. Ma oggi la realtà è questa e, cercando di non essere ideologici, deve essere compresa nella sua complessità dialettica (cosa molto diversa da quel “mostro giuridico” di cui parla il Corriere della Sera). Può piacere o meno, lo si voglia eliminare o rafforzare, ma attualmente Stato e Chiesa hanno concordato (ex art.7 Cost.) che il ministero dell’istruzione condivide con un ente terzo (in questo caso la Chiesa – come altrove l’Università) l’onere di essere il soggetto che compie la selezione pubblica (ex art. 97 Costituzione) sul merito degli insegnanti (conoscenze e competenze disciplinari, oltre alle concrete capacità relazionali): esso affida agli uffici scuola competenti delle chiese locali le procedure di verifica iniziali (ormai molto serie e identiche a quelle dei concorsi statali per le altre discipline: scritti e orali, spesso con l’aggiunta del colloquio con uno psicologo), ma mantiene quelle successive (quando uffici scolastici regionali e dirigenti scolastici possono rifiutare la nomina d’intesa e segnalare incapacità tali da portare al mancato rinnovo dell’incarico o alla revoca della idoneità stessa).

Ciò significa soprattutto che, ammessa ma non concessa l’inesistenza dei rischi lavorativi denunciati, è proprio la modalità di concorso pensata sin dal 2004 a rivelarsi ormai inadeguata all’anzidetta complessità del «servizio alla cultura comune» che l’insegnamento pubblico della cultura religiosa costituisce: «un grande pasticcio in cui si alleano ingenuità e presunzione, laicismo indifferente e tridentinismo altrettanto indifferente», «una concorrenza “tra stati autoreferenziali”» (Andrea Grillo).

Di conseguenza, quale dignità può essere riconosciuta a dei lavoratori che, dopo essere stati lasciati dai loro datori di lavoro senza concorsi per quasi vent’anni, verrebbero valutati per legge (186/03), secondo quanto ricorda la stessa intesa, solo su conoscenze che non hanno nulla a che fare con il lavoro svolto in classe? Con il conseguente paradosso che potrebbe vincere il ruolo qualche insegnante bravissimo ad imparare a memoria nozioni giuridiche e ‘pedagogismi’ vari, ma poco ‘ferrato’ in sapere teologico e capacità relazionali? Affermare, come alcuni fanno, che attraverso tale valutazione riduzionistica si individuerebbero indirettamente ma comunque dei bravi insegnanti, è una posizione talmente poco  adeguata ad ogni selezione pubblica e privata del personale che difficilmente può anche solo essere messa a tema.

Di quale eguaglianza di trattamento tra lavoratori, poi, si potrebbe parlare se non viene riconosciuto che l’idoneità ecclesiale ad insegnare può corrispondere, se e solo se intesa nella suddetta complessità dialettica, a ciò che lo Stato chiama abilitazione? Ossia a un concorso di merito già superato e che, in tutte le altre discipline, apre giustamente la strada a procedure di verifica altrettanto riservate e straordinarie? Ecco perché quanto detto qualche giorno fa dal cardinal Bassetti sulla sacralità e dignità personale, familiare e comunitaria del lavoro ha lasciato interdetti molti insegnanti di religione: viene sentito assolutamente vicino e condivisibile, ma proprio per questo non se ne vede la corrispondenza con l’intesa firmata.

Qualcuno potrebbe chiedersi, a questo punto, come è possibile che si sia arrivati a tutto ciò. La risposta in un certo senso è disarmante nella sua semplicità e, anch’essa, tocca un altro valore caro a Papa Francesco che in Italia soprattutto padre Spadaro, con pochi altri vescovi (Pompili, Lorefice) e laici (Brunelli, Riccardi), ha provato a far attecchire: la sinodalità e, dunque, la cosiddetta corresponsabilità dei laici (sempre che sia ancora adeguata – e non già o ancora clericale – tale espressione). Con quanto successo non sappiamo, se anche il nostro Roberto Beretta in un post.it del 20 ottobre scriveva: «Cardinal Bassetti:”L’incontro del Mediterraneo, promosso dalla Cei a febbraio e che si svilupperà ancora nei prossimi mesi, è segno di un impegno concreto a livello culturale, sociale e politico. Sarà un nuovo inizio”. Ma il sinodo chiesto da papa Francesco proprio no, eh?».

Guardando la foto che ritrae i partecipanti alla sottoscrizione dell’intesa, possiamo notare ex parte ecclesia, oltre al presidente e al segretario della CEI, il direttore dell’organo competente della CEI per l’IRC (don Daniele Saottini) e il professor Cicatelli, immaginiamo in quanto esperto di problemi istituzionali dell’IRC – tutti, credo, concordi con il tipo di concorso che sembra profilarsi (in base all’intesa  e alla legge 159/19). È chiaro che se alla formazione della volontà della presidenza CEI non hanno potuto contribuire realmente altri punti di vista (ecclesiali, sindacali o culturali), in grado di portare prospettive scientifiche altre (sintetizzate ad esempio nei contributi del sottoscritto e dei colleghi Massimo Pieggi e Nicola Incampo), è difficile poter sostenere che l’intesa rappresenti il frutto di un cammino sinodale, di quell’«apostolato dell’orecchio» in ascolto dei laici che Papa Francesco auspica caratterizzi la comunità ecclesiale. Per non parlare del discernimento e della formazione di un’opinione pubblica ecclesiale sul merito della questione: salvo Il Regno e qualche altro organo di stampa cattolico (Vita trentina, Voci e volti, L’ancora) nessun altro quotidiano o settimanale/mensile cattolico – tra quelli sollecitati – si è occupato della problematica ascoltando questi punti di vista altri, così da contribuire alla costruzione di una visione della vicenda tendenzialmente monocorde e irenica.

È chiaro che se nella comunità ecclesiale soprattutto chi detiene il potere non si lascia mettere in crisi dalla presenza e dalle idee dell’altro, si creeranno le condizioni perché una crisi salutare di quello che Andrea Grillo ha chiamato «modello tridentino» si involva in quel conflitto sterile proprio ieri criticato dal Papa nel discorso alla curia romana. Non può sorprendere allora che sui social affiorino contrapposizioni prima inesistenti tra generazioni diverse di docenti, oppure che emerga una presa di posizione come quella del vescovo di Pavia, il quale parla di «scelte irrispettose» di quanto espresso da «vescovi lombardi e anche altre Conferenze Episcopali Regionali» attraverso «tutti gli incaricati regionali di IRC…voce di tutti gli incaricati diocesani», e che costituiscono una ferita a quel principio della «comunione nelle differenze» (EG, 228) che Papa Francesco ha evidenziato sin dalla sua esortazione programmatica. Non può sorprendere, altrettanto, l’ipotesi che questa «unità superiore al conflitto» (EG, 228) venga tutelata in via giudiziale nel caso sia bandito un concorso così iniquo (non dimentichiamo che lo scorrimento delle graduatorie dello scorso concorso è avvenuto sì, secondo normativa, ma per un numero inspiegabilmente limitato di posti rispetto a quelli autorizzati dalla legge stessa).

Come si esce allora da questa crisi salutare evitando che involva in un conflitto sterile? Innanzitutto esercitando le virtù cardinali della prudenza, della temperanza e della giustizia: l’intesa è stata firmata, ma il bando non è necessario che sia pubblicato. Con l’anno che verrà si potrà approvare una normativa che regoli, per usare anche qui nelle conclusioni un’espressione cara a Papa Francesco, una soluzione audace e creativa: l’unica in grado di soddisfare gradualmente (EG, 24; 223-225) gli interessi di tutti. Un concorso straordinario – ribattezzato da Andrea Grillo «modello trentino» – con il quale (da sempre) auspichiamo da un lato che le Chiese locali (con l’aiuto delle conferenze regionali e di quella nazionale) perseguano con sempre maggiore responsabilità e (possibilmente) uniformità una selezione in ingresso e in itinere degli insegnanti di religione che non faccia sfigurare l’istituto (ecclesiale) dell’idoneità di fronte a quello (statale) dell’abilitazione; dall’altro lato, che il ministero dell’istruzione individui modalità innovative per valutare in ingresso gli aspetti di sua competenza (legislazione scolastica, teorie pedadogiche, indicazioni didattiche, etc.) senza che venga meno la complessità e la dialettica concordataria e si producano di fatto discriminazioni e ingiustizie sociali (ad esempio, verificando tali aspetti prima o durante l’anno di prova, con diniego statale della nomina d’intesa, in caso di docente impreparato o inadeguato, ed eventuale revoca ecclesiale dell’idoneità).

Questo ormai è il quarto Natale da quando si è aperta tale questione nella chiesa italiana, ma non è mai variato ciò che auspicavamo e che tuttora auspichiamo per un Natale che sia sereno e sulla via di Francesco: fratelli tutti.

 

 

 

 

 

Una replica a “La Chiesa italiana sulla via di Francesco?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    C’è estremo bisogno di questa realizzazione, di una Istruzione che arrivi più capillare, rivolta alla singola persona a considerare non soltanto il popolo indistinta massa di gente ma persone alla ricerca e realizzazione di una propria identità con dei valori unificanti, edificanti una sempre nuova civiltà. Come…, se non esercitando la nostra libertà a guardarsi dentro a confrontarsi con quanto ci affratella e porre rimedio se il mondo che ci circonda è diventato una babele dove proprio tutti anche singolarmente parlano una lingua propria, sconosciuta insipiente l’uno all’altro, che divide e vanifica il raggiungimento di una concordanza fare del mondo una terra di pace. A che serve inventare, acquisire nuove conoscenze se poi tutto questo ha fine, perché la strada percorsa non ha creato quella vita che un Messaggero di Pace sceso dall’alto ci ha insegnato, assicurato essere Futuro per ogni uomo nato per diventare essere anche divino fatto per avere vita per sempre?

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