24 agosto 2016: voce del verbo Amare

A cinque anni di distanza cosa resta di quella terribile notte che sconquassò interi paesi, seminando morte e distruzione?
24 Agosto 2021

Una delle poche immagini che ho di Amatrice è uno scatto fatto dal cellulare il giorno in cui dovevo lasciarla. Stavamo rifacendo gli zaini e riordinando la nostra tenda. Il tempo era freddo e aveva piovuto tutta la notte. Ho ancora la sensazione di umidità nelle ossa, l’odore del fango ovunque e negli occhi quelle madri che si aggiravano in ciabatte tra le tende non sapendo più dove stendere i panni bagnati.

Poi, un grido di bambino: “mamma, guarda nel cielo, l’arcobaleno!!” A poco a poco i vialetti del campo tornarono ad animarsi di persone, anziani svuotati di speranza provavano ad alzare lo sguardo, qualcuno si abbracciava, i bambini correvano felici saltando tra i tiranti dei tendoni blu.

Ogni segno in quei giorni era vissuto con una sensibilità straordinaria, la Terra aveva sconvolto tutto, e ogni essere umano sopravvissuto alla notte di quel 24 agosto, provava ad attaccarsi con una forza disumana a piccoli, piccolissimi sintomi di vita.

Amatrice è davvero il suo nome, amatrice è la sua anima. Solo a partire da questo suo nome si può entrare in una storia dolorosissima, una storia profondamente radicata alla sua terra.

Terra madre, meravigliosa e selvaggia, Terra amata, anche nella tragedia, Terra… cui solo l’uomo nato in quel ventre così fragile e indomabile, riesce a portare un rispetto ed un amore senza eguali.

Ero là pochi giorni dopo quella notte e nel retro dei miei occhi rimangono situazioni che nessun Tg o documentario è riuscito a raccontare.

Quella foto è una delle pochissime che ho potuto scattare senza imbarazzo. Non era pensabile violare l’intimità di quelle case sfracellate, né fermare quell’immensa tragedia in semplici immagini. Nel passare vicino a quelle montagne di macerie potevi solo abbassare lo sguardo e tacere. Sotto il tendone della Protezione Civile, la notte tardi, provavo a fermare qualche pensiero sul mio quaderno. Ne venivano fuori solo parole sparse difficili da tenere insieme in frasi compiute.

Nulla in quelle ore stava insieme. Tutto sembrava scaraventato, distrutto, frantumato in pezzi.

Era difficile trovare il modo per stare lì.

Provai a partire da quel nome.

AMATRICE, avevo letto arrivando su un cartello stradale piegato dal sisma e amatrice dovevo essere nei miei giorni là, vicina a quella gente.

I legami sconquassati da quella Terra inquieta ripartivano proprio tutti da qui.

Le madri che ho conosciuto in quei giorni me ne diedero la prova. Ho vissuto una fortissima testimonianza di amore e Fede proprio a partire da quelle donne, giovani o anziane, una viscerale protezione verso i loro figli, un sostegno solido per i loro uomini. Il perno della ricostruzione era partito già dopo pochissime ore, proprio da quel modo di stare insieme, di tenere stretti i legami in un luogo ove nulla stava piú insieme, amandosi in un dolore smisurato.

Terra madre e Madri di terra, forti, feconde e culla di un modo di dare vita ancora e ancora, con le mani piene di polvere e fango e il cuore pieno di sconfinata speranza.

Mamma, guarda in cielo, l’arcobaleno” ho ancora quelle vocine stupite e gioiose nel cuore. Quell’arcobaleno sul campo era proprio come quello che apparse sulle nubi dopo il diluvio della Genesi, quello in cui Noè lesse il segno dell’alleanza con un Dio che custodisce, un Dio che sa prendersi cura delle sue creature, che non abbandona, mai.

Nessuno ti chiamerá piú abbandonata,
né la tua terra sará piú detta devastata,
ma tu sarai chiamata mio compiacimento…

la gente di Amatrice cantava così le parole di Isaia 62 sotto le tende durante le Messe di campo. Gesù era con loro, nel pane spezzato su quegli altari improvvisati e sghimbesci, dove lo scambio del segno della pace durava lunghi ed intensissimi minuti, in abbracci bagnati da lacrime e forza.

Oggi, a 5 anni di distanza, torno lá con una preghiera lontana, piena di ogni volto incontrato e grata per essere parte di questa Alleanza, questa cura che Dio riesce a prendersi, tramite e per ciascuno di noi…soprattutto dopo le prove più sconvolgenti.

 

Una replica a “24 agosto 2016: voce del verbo Amare”

  1. Paola Isabella ha detto:

    “Ne venivano fuori solo parole sparse difficili da tenere insieme in frasi compiute.” Proprio come era difficile tenere insieme i mattoni delle case e i cuori spezzati dalle perdite ……in queste parole sei riuscita a riassumere il dramma di quelle persone❤️ grazie Lella per averci regalato ciò che è rimasto dietro ai tuoi occhi…..

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