La passione di don Roberto

Una vita consumata perchè consegnata e donata, giorno per giorno: il martirio è solo l'atto finale di una vita vissuta così.
17 Settembre 2020

Ci sono vite (pensiamo a don Pino Puglisi, Charles de Foucauld, frére Roger, don Isidoro Meschi…) che all’apparenza vengono strappate e straziate in modo incomprensibile, che sembrano interrotte e incompiute, per le quali la morte pare un terribile e ingiusto incidente. Così anche don Roberto.

Ma forse nessuna vita è sprecata nel momento in cui ciò che di quella vita si può dire è che era donata. Una morte violenta, assurda e inutile toglie ogni apparenza e lascia un’evidenza: tutto quella che la vita di don Roberto diceva è ‘dono’. E il gesto terribile di chi uccide per ira o disperazione o recriminazione dice questa cosa: la gratuità.

È certo una cosa folle, che chiede uno sguardo simile a quello che davanti alla croce – scandalo e stoltezza per i pagani – ti fa dire che una morte ‘inutile’, marginale, è in realtà vita totalmente ‘gettata’ per amore. E dunque quella morte non è inutile ma è salvifica. Ma qui i pensieri si fanno ardui.

Uno strappo…  o una consegna: don Roberto non era preoccupato di cosa avrebbe perso e di cosa avrebbe guadagnato, per lui era importante l’umanità dell’altro al cui servizio aveva posto la sua umanità, consacrata nel segno del sacerdozio. Perché essere prete – lo dico sottovoce, vergognandomi un po’ di alcuni tratti clericali del mio modo di essere– è esattamente consacrare la propria umanità all’umanità altrui: alla dignità, alla verità, alla compassione. Consacrarsi a un amore (a misura di Cristo) che ha una sola forma: la forma della croce.

Noi non sappiamo né quando né come moriremo. E non è detto che avremo un gran tempo per prepararci, o se ne avremo magari non saremo così disponibili, o saranno altri i sentimenti che abiteranno il nostro animo. Viviamo con la consapevolezza che non siamo padroni nemmeno di noi: la vita che perdiamo – soprattutto in un gesto violento, o drammatico – può essere causa di rimpianto, di ripulsa, di vendetta o rivalsa. Oppure può svelare che la nostra vita non aveva nulla da difendere, nulla da trattenere, nulla da tenere ‘al sicuro’ e dunque si è compiuta al di là di previsioni e progetti.

Non si diventa buoni gentili e umani alla fine: tolto il velo del tempo, appare quel che ognuno è. Una vita già data non importa come finisce: quanto tempo abbiamo per essere noi stessi, per divenire umani, per essere compagni di strada delle persone che incontriamo? Non ne abbiamo la più pallida idea. Senz’altro un giorno alla volta: e don Roberto – prete, credente, uomo – ha vissuto così.

Don Roberto ha vissuto di pazienze quotidiane, di gesti microscopici e testardi di bene, fino all’istante che lui non sapeva sarebbe stato ultimo. Istante che è diventato luminoso, di una luce quasi accecante.

E mentre contempliamo dolorosamente la morte di don Roberto, valga per tutti noi, credenti affannati, sbuffanti e forse un po’ intimoriti – proprio quanto scriveva Madeleine Delbrel:

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza. Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora. La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria. Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze.

Nessun martirio esiste, nessun bene esiste, se non c’è la disponibilità a consumarsi così. Oggi, forse, più che in altri tempi e in altre stagioni della storia. È scritto da sempre nel nostro cuore.

4 risposte a “La passione di don Roberto”

  1. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Dalla cronaca del il Giorno
    “Il giorno successivo ci sarebbe stata l’udienza definitiva davanti al Giudice di Pace per decidere il suo allontanamento dall’Italia: “Avevo paura che venissero a prendermi per portarmi al rimpatrio”, ha detto. L’uomo ha riconosciuto di aver ricevuto aiuto, non abbastanza da sradicare la sua convinzione: “È vero – ha ammesso – spesso don Roberto mi ha dato da mangiare, ma poi mi ha tradito”.
    Armato di un grosso coltello da cucina acquistato a giugno, che teneva sempre con sé, nei giorni scorsi li aveva aspettati ( i suoi avvocati ) vicino al Tribunale. Ma i due avvocati non si erano visti, così martedì mattina ha inventato una scusa, il mal di denti, e ha raggiunto la parrocchia di San Rocco

  2. Gian Piero Del Bono ha detto:

    Don Roberto sicuramente santo e martire. Non santi ma complici dell’ assassinio tutto coloro che hanno permesso con la loro indifferenza che un sedicente “ malato mentale” con gia’ due decreti di espulsione, dopo condanne per spaccio e violenze sulla moglie, potesse vagare armato di coltello da macellaio, col quale ha assassinato il Don ma poteva assassinare chiunque. . Non risulta che il “malato mentale “ avesse una cura psichiatrica ne’ che volesse averla Risulta invece che brigasse con avvocati per non essere espulso e che abbia litigato col Don perche’ non gli aveva consigliato l’ avvocato giusto.
    Don Roberto sicuramente santo, il tunisino sicuramente assassino, e noi societa’ italiana sicuramente “ malata mentale” a permettere tutto questo.

  3. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Don Roberto vive/vale/ci illumina più che con la sua morte o la SUA vita…. con quanto ricevuto da tanti umani relitti e abbandonati. Proprio come don Resmini qui a BG. E tanti altri
    U M A N I T À.

    PS. Qualcuno lo dica p.f. a quelli de ” il foglio” che ogni gg “Francesco ha fallito nella Fede”. Quale più luminosa testimonianza della propria Fede?

  4. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Più che esaltare le qualità e i meriti di Don Roberto, che si occupava degli ultimi, di una comunità che vive nella strada, dovremmo provare sdegno che questo omicidio insensato, sia accaduto qui nostro Paese, Chi ha compiuto tale efferatezza era straniero magari malato, e suona strano che un tale povero possa avere odio da uccidere chi gli da aiuto.! Eppure per analogia, la stessa cosa è accaduta a Gesù Cristo, che malgrado tutto il bene che è venuto a portare in Terra, con testimonianza e verità, è stato messo a morte da certuni, Ai giorni nostri il suo Vangelo on è più cultura dominante,attira solo i più poveri, quelli che invocano giustizia, e’il consolatore dei sofferenti che sperano in un mondo migliore dove giustizia e pace regneranno secondo le sue promesse.Testimonianza di Lui sono tutti quelli che portano la sua croce non al collo ma sulle spalle e vivono compiendo con amore la sua Parola

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