Quei segnali al bivio

Nella spiritualità del sentiero un posto fisso si dovrebbe riservare ai segnavia che ci rassicurano e ci incoraggiano, soprattutto nelle nebbie
21 Agosto 2020

Nella ricerca personale e nella vita di fede si sostiene l’importanza di  “farsi le domande”. E’ molto meno ricorrente l’ insistenza sul “trovare le conferme” che ci rassicurano e ci incoraggiano. E non si pensi soltanto alle spiegazioni approfondite e razionali: le conferme possono venire anche da un’esperienza in più, da due indizi convergenti o dal rinforzo di una persona di fiducia.

Nel camminare a piedi si vive anche l’esperienza di trovare le conferme: hanno quasi sempre una forma rettangolare con tanto di punta segnaletica che sembra volerci dire:   vai avanti così, la direzione è quella giusta.

La tabella di legno dipinta  di bianco e rosso (i colori convenzionali della nostra sentieristica) ci ribadisce innanzitutto di essere sul sentiero prescelto,  è la prova fedele che non abbiamo smarrito la strada per disattenzione o per errata interpretazione.  Non è un fatto scontato, anche ai tempi del Gps a portata di mano. Dopo le disavventure o i tornanti più insidiosi della vita, sappiamo quanto sia importante “rimanere nel solco”.

Appena usciti dal bosco oppure dietro  quell’ ultimo spuntone roccioso che porta alla sella o al passo, il segnavia ci attende immobile e ci rivolge un  muto arrivederci . Con la sua presenza rasserena,  lascia intendere che c’e piena corrispondenza fra la carta e la strada, fra la linea tratteggiata e i passi compiuti, tra il numero e il suo sentiero. Annuncia quasi sempre anche il tempo di percorrenza fino alla meta successiva: è soltanto indicativo, non va considerato  un ultimatum, un traguardo obbligato. Prendiamolo piuttosto come un aiuto a tarare l’andatura, a scrutare le nuvole ormai vicine, a misurare la tappa rispetto alla durata complessiva dell’escursione.

Anche a questo punto può venire la conferma a proseguire. O, al contrario,  il consiglio di tornare indietro perchè si è già appagati, oppure la soluzione di “tagliare” con una variante, per non correre il rischio di completare il giro nel buio della sera o sotto la pioggia battente.

Consulente affidabile  e impagabile, il paletto segnavia ci offre tutti gli elementi per valutare. Sul sentiero, come nella vita poi, la decisione spetta a noi, dono di libertà e responsabilità personale.

Esiste una tecnica e un’ampia trattatistica, perfino una scuola di segnaletica dove si formano tanti volontari. Sono le loro mani a inizio stagione a revisionare i tracciati con badili, cesoie e pennelli. Sostare davanti ad un paletto riverniciato è anche dire grazie agli uomini custodi del sentieri. Anche se talvolta la loro opera viene stupidamente danneggiata da vandali.

Eccoci finalmente al bivio, talvolta atteso, talvolta sorprendente. Giù gli zaini  e fuori la cartina:  questo è il luogo critico della scelta, il momento del discernimento. per dirla in ecclesialese.

Come ogni scelta dalle conseguenze anche gravi non può essere frettolosa, le alternative vanno soppesate, non escluse a priori. Può anche sortirne una soluzione diversa da quella immaginata alla partenza,  una variante impensata, ma conveniente.  E’ l’esperienza del “farsi la strada”, che può anche essere sorpresa, rinuncia, scatto in avanti….

I problemi sorgono quando la segnaletica, trascurata o divelta,  non c’e’.  E sorgono anche quando c’è, ma non si vede. Ad esempio, con quella nebbia fitta che ti costruisce intorno un muro grigio, quasi soffocante. Allora anche i segnali biancorossi si scolorano, perdono forza. In quelle occasioni  vengono in soccorso gli ometti, piccole piramidi di sassi, un’ antica segnalazione usata soprattutto sulle creste rocciose o nelle zone più esposte alle nebbie. La loro distanza ravvicinata consente di proseguire a vista, suscita riconoscenza verso quanti ne hanno costruito la sagoma triangolare. Nella nebbia ci si affida a loro, come ad una guida alpina che conosce il tracciato ad occhi chiusi.

Esattamente come nella vita, quando non si e’ in grado di vedere, è meglio mettersi dietro ai passi di chi ha la vista più lunga, accettare di farsi guidare, anche per un tratto breve, finchè la nebbia non dirada e tutto si riavvicina pulito, nitido, familiare, come quei segnali biancorossi, in fila indiana per farci da scorta.

Il vescovo alpinista austriaco Reinhold Stecher  ha paragonato le tabelle segnaletiche agli uomini che nella vita sono in grado di indicarci mete “che realmente valgono e sono realisticamente raggiungibili”: “Questi uomini – aggiungeva nel suo famoso testo “Il messaggio delle montagne” – devono essere innanzitutto solidi e diritti nell’indicarci la meta. Una segnaletica distorta conduce troppo in alto verso l’illusione oppure in basso verso la banalità”. E concludeva: “Dio ci salvi dagli utopisti, dai fantasiosi e dai manipolatori che si spacciano per guide.”

(2 – continua)

Una replica a “Quei segnali al bivio”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ha detto bene il signor Vescovo alpinista, dal salire in montagna si imparano cosa conta anche nella vita ordinaria, segnaletica sicura, non allontanarsi troppo dal sentiero per non perdersi e fidare su uomini sicuri. A voler considerare l’oggi, l’impressione è di aver smarrito la carta dei percorsi; se su un treno, questo è deragliato, la locomotiva non esiste. Quando è un falso orgoglio ad avere il sopravvento, si disdegna ogni altro fraterno, sincero, lucido consiglio, circa un come rimettersi in piedi. Tutti fanno lamenti e tutti si muovono in proprio, ma intanto il treno resta lì, in attesa di chi? Il timore è forte che si faccia avanti un presunto capace a rimetterlo in careggiata per una meta sconosciuta ai più. Nessuno pensa di ascoltare l’altro, di consultare la carta topografica a vedere quanto sia la distanza circa la meta condivisa, a quale macchinista di provate doti, affidare la guida del treno.

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