Logiche di guerra e di pace: tra frastuono e silenzio

In tempi di crisi e di guerra, è umano - troppo umano? - farsi portatori di logiche che appaiono necessarie. Ma costruire la possibilità della pace richiede altre logiche, a prima vista sempre stolte e folli…
7 Marzo 2022

Nei nostri anni liceali e universitari abbiamo vissuto con l’angoscia propria di chi è ancora “figlio” la Guerra del Golfo e le Guerre jugoslave – le primissime “post-Guerra Fredda”. Oggi viviamo questo conflitto Russo-Ucraino anche con l’angoscia di chi è divenuto nel frattempo “padre” di “figli” e “figlie” che erediteranno il mondo che sapremo consegnare loro. Anche da questa più matura angoscia sono nati alcuni frammenti di dialogo che condividiamo con i nostri lettori.

 

SIMONE: «In questo tempo di guerra, dentro alle “logiche stringenti!”, agli schieramenti già scritti, che spazio può avere lo Spirito Santo, che è il “Logos” di Dio?».

SERGIO: «La risposta altra, o meglio, la ricerca della risposta altra rispetto a questa domanda – che sento profondamente mia – può essere avviata se ci mettiamo sulle tracce di quegli scrittori che – in situazioni solo apparentemente diverse, ma a rischio della ‘sempreverde’ censura che essi possono subire dal Potere di turno – hanno cercato di mostrarci come si finisce nella spirale della violenza e come se ne può uscire».

 

SIMONE: «Allora chiediamoci: se tutto quello che ha senso fare in un momento critico – secondo queste “logiche stringenti!” – è in fondo già scritto, inevitabile e pragmatica conseguenza, evidente sillogismo, una sorta di unico cruciverba ancestrale che si ripropone in milioni di versioni apparentemente diverse che solo i più abili solutori, esperti dell’unico manuale chiuso e definito, possono risolvere, che senso hanno il futuro e la storia?».

SERGIO: «Mi fai tornare in mente I promessi sposi quando, nel capitolo IV°, si incontrano sulla via Ludovico – “protettor degli oppressi e vendicatore de’ torti” – e “un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione”, facendo sorgere il problema di chi deve fare il primo passo e cedere la via. Il narratore fa notare, con tragica ironia, che “in questo, come accade in tanti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso quale delle due fosse la buona; il che dava opportunità di fare una guerra ogni volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra”. Soprattutto quando, ai rapporti reali e di buon vicinato, sono subentrati quelli virtuali e a distanza: Ludovico ‘il giustiziere’, infatti, “non aveva mai parlato in vita sua” con ‘il prepotente’ in questione, “che gli era cordiale nemico e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno dei vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed essere odiati senza conoscersi”. Soprattutto quando l’esibizione del conflitto, la spettacolarizzazione della guerra, non fa che alimentarli sempre di più: “la gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre di più il puntiglio de’ contendenti”. Similmente, nel capitolo V, durante un “convito” nel palazzo di don Rodrigo, Ludovico – ormai Fra Cristoforo – assiste ad una comica “disputa” tra “voci discordi, che cercavano a vicenda di soverchiarsi” per sciogliere una “questione” legata al diritto di “battere” – o al dovere (“per diritto delle genti”) di non “battere” – un ambasciatore “disarmato” che aveva portato e consegnato a qualcuno (senza chiedergli “licenza”) la “sfida” da parte di qualcun altro. Dopo aver proferito, su richiesta di don Rodrigo, la sua scandalosa “sentenza” in merito, Fra Cristoforo resta tragicamente ammutolito di fronte alla reazione del dottore della legge Azzeccagarbugli: “che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate”.

 

SIMONE: «Rispondere a un problema in modo perfettamente coerente al suo schema, significa non uscire mai dallo schema. E non risolvere il problema. Se il Dio in cui ho creduto di credere finora è – alla fine dei conti, quando bisogna prendere decisioni cruciali – il dio delle “logiche stringenti!”, allora da questo momento mi dichiaro, dolorosamente, ‘ateo’».

SERGIO: «René Girard non si stupirebbe – e io con lui – di questo tuo ‘ateismo’, avendone ben chiarito (ma non è il solo!) la legittimità, anche da un punto vista cristiano e cattolico. Nella seconda parte del libro Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978), il pensatore francese mostra la differenza di significato tra un “Logos della violenza” – proprio di una “divinità della violenza”, di una “trascendenza della violenza” – e un “Logos dell’amore” – proprio di una “divinità non violenta”, di una “sovratrascendenza dell’amore” – senza però dimenticare la “complessità tortuosa” di entrambi. Il primo, infatti, rappresenterebbe un Sacro sì violento, perché “raccoglie, riunisce gli opposti non senza violenza”, ma “impedendo loro di distruggersi” (momentaneamente). Mentre il secondo, soprattutto di fronte al rischio di una distruzione totale e definitiva, non si mobilita “all’appello dei nostri odi fratricidi”, “si sottrae alle illusioni odiose dei doppi” e “allo spirito di rivincita e di vendetta”, anzi, “tratta i fratelli nemici con uguale benevolenza” ed è disposto a “dare la propria vita per non uccidere, per uscire in questo modo dal cerchio dell’assassino e della morte”. È chiaro quindi che se, da un lato, non è vero che “non ci può essere nessun altro dio all’infuori della violenza” e, dall’altro lato, è vero che “i vangeli tolgono alla divinità la sua funzione più essenziale nelle religioni primitive, la sua capacità di polarizzare tutto quello che gli uomini non riescono a dominare nei loro rapporti con il mondo”, ecco che “una riconciliazione senza riserve mentali” può richiedere un “ateismo pratico” rispetto al dio ‘sempreverde’ della violenza sacra».

 

SIMONE: «Ma allora tutta quella teologia dell’incarnazione, della croce e della resurrezione come “scandali”, quelle parole e quei gesti “insensati”, “illogici” di Gesù, non servono solo per scaldarci il cuore in qualche momento edificante. Ci deve essere sempre un modo diverso da quello ovvio che rompe lo schema e che può essere tentato: può essere pericolosissimo, può essere un fallimento ma anche insieme la via per un mondo diverso. Ma deve esser tentato. Per questo esistiamo».

SERGIO: «Concordo pienamente. E la “sentenza” di Fra Cristoforo, infatti, non è per gli altri astanti edificante, ma scandalosa – d’inciampo, direbbe René Girard – a causa del suo essere apparentemente insensata, illogica: “il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate”. Da scandalizzato, non a caso, risponde immediatamente il conte Attilio, rivelando quanto si muove dentro di sé e cosa è veramente in gioco nella contesa: “con queste sue massime lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d’onore: impunità per tutti i mascalzoni”. Non si discosta dallo stesso scandalo il dottor Azzeccagarbugli, nonostante il tono meno grave e più ironico: “in verità, io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l’uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa… Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall’impiccio di proferire una sentenza”. Fortunatamente, però, la convinzione del conte Attilio, secondo cui “il supposto [di Fra Cristoforo] è impossibile”, viene smentita dalla storia stessa: come già Firenze e Pisa, Francia e Germania, così anche Occidente e Oriente, Stati Uniti, Europa, Russia e Cina, finiranno per non odiarsi e combattersi più. Fortunatamente, di fronte ai saggi – e alla saggezza – di questo mondo, è grazie all’altra logica – non di ma in questo mondo – che possiamo continuare, anche oggi, a rendere ragione con mitezza della nostra speranza di pace (1 Pt 3,9-15)».

 

3 risposte a “Logiche di guerra e di pace: tra frastuono e silenzio”

  1. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    In fondo ONU doveva servire a qs.
    Forse servirebbe un accordo mondiale a sanzionare chiunque aggredisce.
    Ma come gestire i gruppi tipo Legione Straniera o quello russo?
    Né si può ragionevolmente pensare a limitare/colpire la produzione di armi..
    Forse l’unica sono accordi tra Nazioni tipo Nato…

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Oggi è indispensabile uscire dalla logica della Guerra. Tutti questi morti, a che serve fare un monumento delle persone vive che erano? La guerra uccide. Cosa rimane allora da fare se c’è chi si ribella a uno stato di situazione he non sopporta più, e magari con ragione, come è tale l’aria inquinata dal troppo gas originato da quanto è stato creato, inventato di macchinari a eliminare la fatica fisica. E’ un giro vizioso che porta a dover decidere ache cosa rinunciare. Ecco dunque il crocevia /semaforo dove necessità fermarsi. Questa sera una suora dopo la messa ha offerto una meditazione quaresimale Su “saper far silenzio e ascoltare la Parola, in silenzioso intimo ascolto” nell’A,T Ascolta e ripetuto 1000 e più volte, nel N.T. 450 e..Dio dunque si è rivolto all’uomo invitandolo ad “ascoltare” ciò che Egli gli stava dicendo” .Cristo è stato ed è la Parola che oggi il credente dovrebbe fare propria se crede in Lui,…

  3. gilberto borghi ha detto:

    Ma allora mi chiedo e vi chiedo: Firenze e Pisa, Francia e Germania e tantissime altre diani litiganti che si potrebbero citare, come hanno fatto ad arrivare a non litigare più? L’usicta dalla logica solitacome avviene?
    Noi siamo portaotri di una verità che non si fa se non sulla croce, cioè lasciando che il male possa arrivare fino all’estremo pensabile, di uccidere Dio stesso. Questa logica se catapultata direttamente nella realtà è dirompente… e non so se davvero possa appartenere al mondo pur essendo nel mondo.

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