Oltre Ruini e il progetto culturale

Oltre Ruini e il progetto culturale
11 Novembre 2019

Un bilancio del progetto culturale a 20 anni dalla sua nascita?

Sono andato a rileggere il documento fondativo del ‘97. Dichiara che l’obiettivo è “far emergere il contenuto culturale dell’evangelizzazione, anche quale apporto qualificato dei cattolici alla vita del Paese”. Ora, se guardiamo i risultati, mi sembra evidente che siamo bel lontani da ciò. I valori non negoziabili (traduzione di quel “contenuto culturale”) sono di fatto insignificanti nella stragrande maggioranza delle persone e soprattutto nelle scelte collettive di questo paese. Sia sui temi caldi legati al rapporto col corpo e la vita, sia di quelli di ambito sociale, sia di quelli connessi alla gestione dell’economia. Perché?

Insieme ad altri fattori c’è, a mio avviso, una causa nei presupposti dai cui il progetto era partito. L’ipotesi era che anche dopo gli anni ’90 le persone si aggregassero secondo le stesse dinamiche degli anni ’50-’60, cioè non solo per trovare risposta a bisogni individuali, ma anche per vivere, in questa aggregazione, un senso condiviso della vita umana, che, pur trovando espressioni culturali diverse, si fondasse sulla percezione comune del valore della persona umana. Di conseguenza la democrazia era la forma di mediazione migliore possibile; il consenso democratico esprimeva effettivamente le culture in cui il valore della persona umana si traduceva, il voto era lo strumento operativo attraverso cui la società si dotava di una governabilità e la mediazione e il dialogo politico erano le strategie perché tale governabilità funzionasse.

Ora, è proprio questa ipotesi di partenza a non essere più reale dopo gli anni ’90, ed è proprio la mancanza della percezione di questo cambiamento, da parte ecclesiale, che ha reso sterile il progetto culturale, pensato, cioè, per un mondo che non c’era più.

Dagli anni ’90 ad oggi, l’aggregazione sociale consiste sempre meno nel vivere un senso della vita condiviso, e sempre più come semplice strumento a vantaggio del singolo. In questo senso, la società non c’è più. Al suo posto c’è quella che A. Bonomi definiva già nel ’96 “la moltitudine”: un insieme di individui isolati che hanno relazioni solo per assolvere a necessità proprie.

Ciò, dopo qualche anno di “liquidità” della società, ha portato al riemergere delle tribù, come acutamente aveva osservato M. Maffessolì nel 2004: l’insopprimibile bisogno di senso condiviso tra esseri umani, riemerge nel mare liquido del relativismo e costruisce, dal basso, stili di aggregazione tribali che chiamiamo lobby, mafie, movimenti culturali, multinazionali del consenso, che colonizzano le democrazie, ma solo secondo i propri interessi.

Questo ha rovesciato la dinamica della mediazione politica. L’adesione degli elettori non nasce più dal basso, per associazione ideale di individui che si riconoscono in una prospettiva precisa, ma dall’alto per induzione comunicativa di emozioni che finiscono per convogliare le decisioni di voto sulla lobby che meglio ha saputo “condizionare” le scelte elettorali.

Siamo nella post – democrazia, descritta da C. Crunch nel 2003. All’interno di un contenitore formalmente democratico, il governo è in mano a chi ha forza economica e competenze comunicative, per costruire il consenso. La politica è solo comunicazione e lo stile è l’essenza della direzione da tenere, mentre i contenuti delle scelte politiche sono marginali e possono essere perfettamente modificati. L’unico obiettivo politico è consentire alla “tribù” di turno di trarre vantaggio dall’essere al potere. Perciò il conflitto d’interessi è strutturale e non più patologico.

Non aver riconosciuto questo stato di cose come “condizione” culturale da cui dover partire, che ci piacesse o meno, ha confinato i cattolici in una delle tante tribù che galleggiano sulla liquidità, per nulla diversa dalle altre. Ma con due caratteri specifici: insignificante, per l’insistenza esclusiva sui contenuti e l’incapacità di farsi riconoscere in uno stile comunicativo che crei consenso, e marginale, visto i numeri sempre più ridotti, buona solo per essere preda della lobby di turno che vuole governare.

Ma allora, oggi dovremmo abbandonare il campo? No. Lo spazio culturale e politico in cui i cattolici possono lavorare è molto ampio, ma va vissuto, a mio avviso, partendo da criteri diversi. Provo a metterne lì alcuni.

1) Lo stile e le forme con cui comunichiamo e ci relazioniamo sono molto più importanti dei contenuti che sentiamo di dover sostenere. Significa aver il coraggio di ritornare a rileggere la Parola di Dio con lo sguardo sul modo con cui Cristo si relazionava nello spazio culturale e politico di allora per poter “costruire” uno o più stili cristiani d’azione, ben prima che definire con chiarezza contenuti cristiani da sostenere. Cristo è molto prima una persona con cui ci si relaziona, che una idea da salvare.

2) Al momento, è molto più importante l’azione coscienziosa, professionale e testimoniante dei singoli politici cattolici che non la “presenza” e la “mediazione” del gruppo politico che si autodefinisca cattolico. Ciò significa riconoscere che non siamo nel tempo delle sintesi culturali, ma del cambiamento e che le indicazioni della classica filosofia politica cattolica oggi non funzionano più. Chi non lo coglie è destinato spesso all’insuccesso, perché manca di incarnazione effettiva.

3) L’area di intervento di maggiore efficacia probabile del cattolico non è quella direttamente partitica, ma è quella pre-politica, in cui la propria fede sia in grado di scovare risposte, non necessariamente preconfezionate, culturali ed evangeliche, alle situazioni concrete che ha davanti. Ciò significa produrre testimonianze, primariamente con la propria vita individuale e di gruppo, che sappiano di vangelo, e scelte operative che ne traducano la bellezza, ben prima della creazione di leggi che ne tutelino la verità. Altrimenti quelle leggi non serviranno a nulla e quella verità verrà “sfruttata” e tradita dalla lobby di turno che mette gli occhi sui cattolici.

4) L’azione dei cattolici in quanto gruppo, non più come singoli, riparte solo se lo stile relazionale del vangelo è vissuto prima a livello ecclesiale. Ciò significa che è molto più “azione politica” oggi, mostrare che siamo capaci di riconoscerci all’interno della Chiesa, in un fondo comune, al di là delle nostre divisioni interne, e che siamo in grado di comunicare e razionarci accogliendo le nostre diversità. Altrimenti rimarremo una delle tante lobby, che, come le altre, guardano solo alla propria posizione da difendere e non sanno offrire nessun contenuto allo, ormai svuotato, concetto di bene comune.

 

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