L’inno di Mameli suonato da due chitarre in motivo quasi rock da una terrazza che si affaccia su una piazza Navona deserta. È una delle immagini più iconiche di quei tre mesi vissuti in lockdown nel marzo-maggio 2020. Insieme con le riprese di Papa Francesco che si presenta su una piazza San Pietro vuota per pregare con i fedeli collegati in mondovisione. Abbiamo vissuto un’esperienza surreale, reclusi ciascuno nella propria abitazione, alcuni di noi separati a forza e lontani dalle proprie famiglie per mesi, seguendo regole ferree quali mascherine, distanze di sicurezza, sanificazione, uscita di casa solo per comprare medicinali e cibo, vaccinazione con farmaci forse non sufficientemente testati, indotta e forzata dalle circostanze. Bollettini statistici quotidiani sulle vittime. L’Italia è risultata l’ottava nazione al mondo per decessi, con oltre 196 mila vittime, su oltre sette milioni di morti nel mondo.
Ma quella che fu ricordata come una “nemica” contro cui “andare in guerra” (a proposito di linguaggio militare) deve, a mio parere, essere riletta come una esperienza limite che avrebbe potuto renderci migliori. Sapete come chiamava San Giovanni Crisostomo il diavolo? “Il santificatore”! Perché, dove lui agisce, si aprono due prospettive opposte: o favorirlo (ecco tutte le dinamiche spirituali legate al male: superbia, orgoglio, egoismo, arrivismo, delitti in parole, opere e omissioni attuati per la conquista del “potere”) o combatterlo (e questo, sì, santifica chi gli si oppone). Ogni esperienza, per quante prove e quante sofferenze possa provocare, deve poter essere vissuta con pazienza e come un’occasione per crescere e produrre dei frutti – come insegna la parabola della vite, nella quale l’operazione dolorosa della potatura comporta il risultato positivo di aumentarne i frutti (cfr. Gv 15, 1-8).
Del magistero di papa Francesco segnalo soprattutto le parole dell’udienza del 26 agosto 2020 che invito caldamente a rileggere: “Noi stiamo vivendo una crisi. La pandemia ci ha messo tutti in crisi. Ma ricordatevi: da una crisi non si può uscire uguali, o usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione”.
Non è difficile accorgersi che, invece, dopo i mesi di sospensione, di speranza (“andrà tutto bene!” – era la parola d’ordine che girava nel Paese, insieme con l’invito a esporre sui balconi una bandiera italiana per certificare la solidarietà di intenti che univa tutti i cittadini), di attesa e infine di lenta uscita dal dramma vissuto, siamo entrati in due conflitti armati – in Ucraina e a Gaza – che hanno coinvolto il nostro sentito e le nostre coscienze. Per quattro anni abbiamo chiesto invano che le vie della diplomazia potessero essere ripercorse rispetto a quelle delle armi. Oggi, però, le vicende internazionali ci spingono verso un nuovo paradigma che non è più quello disegnato da chi vide nell’ONU una alternativa alla pazzia che portò a due conflitti mondiali. Con evidenza, la proposta che vede nell’investimento nelle armi la soluzione a qualsiasi supposta minaccia bellica sta entrando come una nuova e più vorace “pandemia” che costringe a povertà e miseria intere popolazioni: da quelle del “Sud del mondo” al quelle delle nostre società occidentali.
È sotto gli occhi di tutti che gli Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU hanno subito un brusca frenata da queste vicende. I costi degli armamenti sono raddoppiati in questi anni ed essi richiedono tagli alle spese su alimentazione, sanità, istruzione, welfare state, ricerca e formazione. Non è un mistero che dalla pandemia in poi la forbice tra la ricchezza di poche migliaia di miliardari e la sussistenza del resto degli otto miliardi di abitanti della Terra si sia drammaticamente allargata: ci sono miliardari che non sanno più come impiegare i loro soldi al punto di decidere di costruire vettori che li portino a fare una passeggiata nello spazio (mentre un quarto dell’umanità muore di fame e non ha accesso all’acqua potabile!). Certo, queste derive non sono nuove nella storia dell’uomo, ma oggi più che mai non possiamo permetterci di imboccare strade di non ritorno.
Torniamo a quei mesi in pandemia. Cosa ci ha insegnato quell’esperienza?
Intanto ci ha fatto vivere quasi all’unisono, con un senso di profonda solidarietà fra tutti noi che vivevamo sospesi in quell’esperienza drammatica e le vittime con le loro famiglie, i contagiati, gli “eroi” di quella stagione, gli operatori sanitari. Data l’iniziale impreparazione in cui si era trovato il Sistema Sanitario Nazionale (al punto di dover drammaticamente scegliere tra i contagiati delle prime settimane chi attaccare alle macchine salvavita e chi no), il primo insegnamento è quello legato agli investimenti nel settore della sanità pubblica, affinché possa divenire sempre più capillare, diffusa, efficiente e preventiva, in termini di strutture, di assunzioni e di formazione.
Altra esperienza incredibile è stato il fatto che nei tre mesi di lockdown la natura si è riappropriata di spazi perduti. L’arrivo in città di cinghiali, daini e altri animali lo certificava. Ma, soprattutto, i satelliti hanno registrato livelli di pulizia dell’atmosfera e dei bacini idrici mai visti dall’epoca della prima rivoluzione industriale ad oggi! La denuncia e le indicazioni che vengono fornite dalla Laudato si’, ben rappresentata dal docufilm TheLetter.org, insieme alle statistiche che ci parlano della scomparsa del 70% della biodiversità, del continuo anticipo dell’Overshot day, dell’innalzamemto delle temperature e dei fenomeni climatici estremi dovrebbe suggerire ai governi mondiali di imporre per tre mesi l’anno la sospensione di tutte le emissioni di anidride carbonica dovute alle industrie e ai trasporti marittimi, aerei e terrestri . anche perché le stesse immissioni dei cacciabombardieri sono impattanti, insieme con il famigerato uso delle armi all’uranio impoverito e al fosforo, che contaminano i terreni dove sono sganciate, a Gaza, in Ucraina e non solo.
Altra esperienza particolare è stata quella della didattica a distanza e dello smart working. Sicuramente la didattica a distanza e quella mista non hanno le possibilità di efficacia di quella in presenza. Altro è avere gli studenti dietro una telecamera, altro è il colpo d’occhio su coloro che sono in presenza, potendone leggere la prossemica, il linguaggio del corpo, l’attenzione o meno e potendo interagire in maniera diretta e non mediata. Però, anche la distanza ha le sue possibilità, innanzitutto nell’utilizzo di tutti quegli strumenti che in classe sono oggi gestibili nelle LIM di ultima generazione, ma che devono poter essere fruibili allo studente nei device a sua disposizione in famiglia (links, video, portali didattici, lavagne interattive, strumenti di registrazione, scrittura, calcolo, disegno). Se, dunque, la didattica in presenza è quella principale, tutti gli strumenti che oggi sono gestibili online a distanza e che sono utili alla didattica e allo studio devono poter essere utilizzati e potenziati. Forse questi campi sono oggi meglio sfruttati dal panorama delle Università, piuttosto che da quello dei cicli di istruzione precedenti. Inoltre, le aziende che permettono il lavoro in smart working producono evidenti benefici non solo sulla qualità della vita dei loro impiegati, ma anche sulle minori emissioni di co² dovute al non utilizzo dei trasporti pubblici o privati.
Chiudo queste riflessioni con due vicende personali.
Il lockdown ha spinto un’ esperienza di volontariato locale parrocchiale – quella di una scuola gratuita di insegnamento di italiano L2 per gli stranieri – a divenire una scuola davvero “internazionale”. In questi anni le lezioni della scuola, passata da quelle in sola presenza a quelle a distanza, hanno accolto tra i suoi studenti persone collegate da tutta Italia, e poi da Ucraina, Siria, Libano, Venezuela, Ecuador, Argentina, Brasile, Panama, Russia, Bielorussia, Germania, Francia, Inghilterra. Senza quella “costrizione” alla didattica a distanza, forse questo non sarebbe avvenuto.
Infine, è grazie al lockdown e ai miei studenti – a cui ho voluto dedicare sei lezioni con tre articoli in chiave biblica e tre su alcune figure di santi (pubblicati online in quei mesi) – che è nata la mia passione per la scrittura e ho scoperto questo strumento di divulgazione, educazione e sensibilizzazione a tematiche sociali, culturali e religiose che sento oggi più che mai urgenti e preziose. Anche di questo ringrazio l’esperienza della pandemia per le occasioni che ha generato e per quelle lezioni che, spero, ognuno di noi possa raccogliere…
Sono scoppiate 3 guerre dopo la pandemia. Ieri a Theran pioveva catrame.
IO vedo il lasciato di sbandamenti confusione incertezze crescenti contestazioni fughe a lato disaffezione solitudini desespoir tauromachia…