Scuola, vita e gratuità…

Mentre forme estreme di capitalismo imperversano sempre di più, riducendo tutto a merce, è necessario salvaguardare spazi di ascolto, discernimento e crescita esistenziale che siano il più possibile gratuiti..
28 Gennaio 2026
  • Foto di Kenny Eliason (su Unsplash)

Nell’attuale fase di transizione culturale è difficile parlare di scuola. Tante attese e molteplici visioni affollano i dibattiti intorno a un tema che solitamente viene considerato centrale per il presente e il futuro della nostra società. L’ultimo libro di Eraldo Affinati – Per amore del futuro. Educare oggi (San Paolo, 2025) – mira a sviluppare una riflessione che si focalizza in primo luogo sul “come essere” a scuola anziché sul “come farla”. Da ciò potrebbe emergere il profilo di un’istruzione tesa ad interessarsi tanto dell’inquietudine esistenziale degli studenti e delle studentesse quanto della loro formazione culturale e professionale. Discutiamo dei contenuti del libro di Affinati con il professore Cosimo Miosi. Docente di Storia e Filosofia presso IIS “G. D’Alessandro” di Bagheria, Miosi ha recentemente presentato il volume di Affinati in un incontro pubblico – svoltosi nella cittadina siciliana – che ha coinvolto insegnanti, dirigenti, amministratori, genitori, studenti e studentesse.

 

Professore Miosi, per sviluppare un’idea di scuola – come fa Affinati nel suo libro – occorre in primo luogo intuire le caratteristiche tipiche del tempo che attraversiamo. Quali sono le peculiarità della nostra stagione?

Siamo dentro la stagione delle crisi: crisi economica, sociale, dei valori, climatica, democratica, geopolitica, pandemica e su questa china si può affermare che la crisi si sia trasformata in una struttura permanente del reale. L’unico modello che sembra sottrarsi alle crisi è il paradigma capitalistico, di un capitalismo che si è trasformato, che viene interpretato come unico modello di sviluppo. Tutto è merce, tutto è possesso, il denaro desiderio esplicito e manifesto, nuovo Dio del millennio. Il capitalismo non è in crisi, ma semmai è causa delle crisi. Infatti per Mark Fischer «è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo». Alla base di tutte queste crisi vi è quella culturale ovvero il disorientamento etico, civile, politico e sociale. Paradossalmente mio nonno, che non era pienamente alfabetizzato, aveva meno cose di me e molte più certezze, ma non sono un nostalgico, è soltanto un dato di fatto. Vogliamo convincerci che questo mondo non produca crisi interiori? Ho letto il testo di Affinati come una risposta convinta, ferma e allo stesso tempo delicata alle paure che il tempo che viviamo alimenta. Se riusciamo a ripartire dalla scuola e da una idea precisa di scuola potremo assumere l’antidoto contro le paure, vera deriva del presente.

 

All’interno di questa criticità culturale, sociale e politica quale significato assume il testo di Affinati?

Voglio cominciare dicendo che cosa è stato per me il libro di Eraldo Affinati. I libri possono essere tante cose: compagni di viaggio, ispiratori, vite che si aggiungono a quella vissuta, mondi. Ma un libro, e questo è il mio caso, può essere un balsamo, una carezza e una speranza. Perché un balsamo? Il testo di Affinati in questo senso per me è stato un balsamo poiché ho trovato idee di come essere a scuola di cui sono convinto da tanto tempo. E la prima idea convincente si può sintetizzare con il titolo dell’ultimo volume di Ivano Dionigi La scuola la fanno i maestri non i ministri (Laterza, 2025). Che significa questo manifesto? Che non è pensabile la scuola e il mondo educativo in generale come un luogo dove chi ha la responsabilità educativa si limiti a “rispondere al mansionario”, così lo definisce Affinati nel capitolo intitolato Contro la frammentazione. Purtroppo il sistema, potremmo dire i ministri, ci spingono incessantemente in questa direzione. Il maestro non è colui che esaurita la triade spiego, interrogo, valuto ha esaurito il suo compito. Il maestro, come dice Affinati, non è un “impiegato postale della cultura da trasmettere” perché la responsabilità educativa chiama in causa chi insegna in modo totale, completo. Non nel senso che si debbano svolgere più ore di quello che già svolgiamo, ma nel senso che oggi, in questa stagione incerta e problematica e sottoposta a mutamenti tecnologici epocali, i contenuti da soli non sono sufficienti.

 

Oltre ai contenuti, alle nozioni, di cosa hanno bisogno i giovani che affollano gli istituti scolastici?

Il libro di Affinati ad ogni riga, ad ogni passo sottolinea questo: il contenuto separato dalla relazione, dalla guida del maestro, dalla capacità e volontà del maestro di essere – come sostiene l’autore – “uno specialista dell’avventura interiore” resta nozione, resta sterile e insignificante. Così il libro ci spinge a fare una riflessione sul fatto che a scuola gli adolescenti hanno la necessità di fare incontri, di ascoltare la parola adulta, di trovare dimensione relazionale e grazie all’incontro sarà possibile attivare le domande di senso. Quando crediamo che tutto sia perduto è nostro dovere crederci sempre, non abbandonare mai l’idea che ogni nostra parola può avere effetti, può trasformare, può interrogare giovani coscienze. Sempre più spesso, a me pare che la scuola abbia rimosso le domande di senso e sia andata verso la sempre più massiccia specializzazione dei saperi, verso quella che Affinati chiama la frammentazione, forse perché è diventata un’istituzione al servizio di un modello di società, che è appunto il turbocapitalismo, e non incubatore di cambiamento.

 

Quale paradigma prevale nella scuola di oggi?

Nella scuola sembra prevalere in modo capillare la logica del do ut des. Insegniamo solo a ricevere qualcosa in cambio, un voto soprattutto, e poi tutto il resto. È evidente che questo paradigma tende a riempire tempi, ma dubito che lasci segni significativi. Non è pensabile che la scuola di ogni ordine e grado, di qualsiasi tipo essa sia: liceale, professionale, tecnica si limiti – autoassolvendosi – a svolgere un ruolo semplicemente trasmissivo di conoscenze. Non è pensabile che accanto alla letteratura non ci sia l’interrogarsi sul senso delle esistenze che tutti quei personaggi incontrati rappresentano (sarebbe la migliore educazione affettiva: insegnare più letteratura), che accanto alla funzione della parabola e agli integrali non ci sia un interrogativo sul mondo, che insieme alla storia non ci sia il chiedersi su cosa oggi accade in questo mondo così fragile, accanto a Kant non ci sia il tentativo di interrogarsi sui valori morali che mutano e sui limiti della conoscenza. Insomma non è in fin dei conti solo cosa sappiamo che farà di noi persone migliori, ma è soprattutto cosa facciamo con quel che sappiamo. In questo senso per Affinati non è possibile separare la scuola dalla vita, aspetto che invece l’istituzione in sé tende a dividere sempre di più e torna la dimensione della frammentazione, della separazione. Gli adolescenti in effetti vivono prevalentemente questa dimensione: da una parte la scuola dei saperi trasmessi dall’altra la vita vissuta. Ecco, questi due mondi sono troppi lontani, è necessario riavvicinarli e solo la figura del maestro sarà in grado di farlo.

 

L’idea di una scuola sempre più legata alla vita concreta non è recente, ma è possibile attuarla?

Questa idea di scuola ha alle spalle grandi educatori, penso a Don Milani, a Danilo Dolci e a tanti altri tuttavia sembra essere spesso etichettata come “buonista”, mai aggettivo fu più deleterio e abusato. La scuola che ascolta, che dialoga, che parla, che unisce serietà e inclusione che pensa che non ci vogliono i metal detector ma i maestri, non è una scuola “buonista” è semplicemente una scuola più difficile da fare e che ha bisogno di molte più risorse, più investimenti dicono gli economisti. È quella scuola che assume pienamente su di sé la sfida, non accontentandosi del mansionario, non rispondendo semplicemente al sistema. È la scuola della costituzione, aperta a tutti e significa che la scuola agisce per l’emancipazione per trasformare la sudditanza in cittadinanza come sosteneva Calamandrei. La scuola aperta a tutti significa anche, a parer mio, che dovrebbe stare proprio più aperta. Questo significa ancora una volta avere maggiori risorse. Pensiamo per un attimo a una scuola dove alcune sere c’è il cinema, altre un dibattito, altre un torneo di ping pong, altre si legge un libro, altre si gioca on line, dove si fa teatro, la scuola che si trasforma in aggregatore sociale potrebbe essere una risposta alla solitudine di molti adolescenti o a volte all’incapacità di trovare vie di comunicazione che poi si traducono in violenza. Non abbiamo bisogno di controlli in ingresso, semmai abbiamo necessità di comprendere cosa diventiamo in uscita.

 

(Intervista a cura di Rocco Gumina)

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