È incredibile! Non appena nei discorsi di Leone XIV fa capolino la parola ragione o verità, in tutta una serie di persone scatta una sorta di giubilo compulsivo. Come se quello fosse il segnale per indicare che è definitivamente tramontata la (presunta) stagione ecclesiale in cui ad ogni livello avrebbe regnato incontrastato solo il magistero sociale della Chiesa. Il segnale che, finalmente, si può smettere di fare solo volontariato nella Chiesa ospedale da campo e si può tornare a rendere ragione, a fare apo-logia, della fede cristiana. In ossequio a quanto sarebbe stato chiesto ai cristiani sin dal primo Papa della Chiesa di Cristo (cfr. 1Pt 3,15).
In realtà, come tutte le reazioni impulsive, anche questa si rivela repentinamente erronea. Da un alto, infatti, essa non si accorge che nel discorso alla Pontificia Università Lateranense (PUL) l’attuale vescovo di Roma ha affermato, sulla scia di San Giovanni Paolo II, che ciò che va «pensata» è la la virtù teologale della fede, mentre la prima lettera di Pietro, al capitolo 3 versetto 15, si riferisce alla virtù teologale della speranza (il che è una differenza di non poco conto), subito precisando che tale apo-logia deve avvenire letteralmente con dolcezza e rispetto – come se il Nuovo Testamento fosse stato sin dall’inizio consapevole di quanta violenza, anche in nome di Dio, si sarebbe giustificata con l’uso della ragione. Dall’altro lato, tale reazione non si accorge di tagliare dal discorso del vescovo di Roma un’importante e decisiva frase di Papa Francesco, mentre fa mostra di concedere a quest’ultimo l’onore post mortem di vedere la sua visione della Chiesa come ospedale di campo ridotta a completamento di quella teorica-laboratoriale di nuovo in auge con Leone XIV.
Quest’ultimo, invece, ha riconosciuto sin dall’inizio del suo discorso alla PUL che è stato proprio Francesco a rilanciare una sempre più «necessaria mediazione culturale della fede (…) aperta al dialogo con gli altri saperi» (ma anche ad un « serrato confronto»), laddove tale mediazione della fede corrisponde esattamente al leonino «declinar[la] negli scenari culturali e nelle sfide attuali» (ad es. il «trans-» e il «post-umanesimo»), non solo «per contrastare il rischio del vuoto culturale (…) sempre più pervasivo», ma anche per «farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti contemporanei» in quanto «proposta pienamente umana». Non a caso, poi, Leone XIV ha parlato di quella «cultura dell’alterità» che è stata, nella sua apertura totale (sino alla possibilità di pensare e vivere etsi Deus non daretur), un altro punto fermo del pontificato di Francesco: riferirsi ad essa senza citare la suddetta mediazione significa non (far) comprendere da dove spunta questa cultura, dato che la coltivazione di essa non è stata una prerogativa del pontificato di Benedetto XVI (troppo concentrato sulla metafisica dell’etsi Deus daretur), si è manifestata forse – ma non in quei termini – in certi frangenti (ecumenici e interreligiosi) del pontificato di Giovanni Paolo II, ma è ancora troppo presto per individuarla come caratteristica del pontificato attuale. Infine, tale reazione compulsiva non si accorge che la critica all’«individualismo radicale» (FT 105) – ormai dilagante a livello di popolo – e all’autoreferenzialità – soprattutto di coloro che esercitano la leadership – sono un marchio di fabbrica di Francesco. Anzi, sono ciò da cui quest’ultimo è partito per elaborare, di fronte al carico di conflitti che il primato dell’ego scatena, una risposta che si è concretizzata nell’intuizione della sinodalità o – se si preferisce – della fraternità: quel camminare insieme, non solo nella prassi ecclesiale ma anche nel pensare teologico, che non a caso viene costantemente rimosso nel giubilo compulsivo in questione.
Quello che però sfugge ancor di più ai giubilanti è il fatto che la visione di Leone XIV è molto più empirico-scientifica di quanto si voglia far credere. La ragione, o meglio il pensare leonino è quello dell’esploratore, di colui che mentre è grato alla grande storia passata si mette in «appassionata ricerca» di una piccola verità non ancora data (nel suo approfondimento futuro) all’interno dei luoghi “ufficiali”, ma che può darsi (nel suo approfondimento futuro) anche «altrove»: lungo «sentieri» e «percorsi ancora inesplorati» e tutti da «sondare» [1]. Perciò essa richiede, con espressioni care a Francesco, «prospettive inter- e trans-disciplinari», oltre che «interculturali», mentre lo stesso dialogo e confronto «con il mondo» e «con le culture», ossia con quella «storia [che] spesso provoca la fede», viene visto dal vescovo di Roma come una «palestra» in cui esercitarsi e affaticarsi quotidianamente. Non a caso, un altro (grave) taglio effettuato dai giubilanti è quello relativo alla volontà chiaramente espressa da Leone XIV di istituzionalizzare l’approccio scientifico alle «tematiche» francescane della pace, dell’ecologia e dell’ambiente – in quanto «parte essenziale del recente Magistero della Chiesa» – proprio per poterle costruire sulla roccia della «scientificità» e della «fatica del pensiero », e non sulla sabbia dell’«approssimazione» o della «rigidità».
Insomma, ancora una volta il “taglia e cuci” praticato sui testi di Leone XIV, sulla spinta emotiva di un certo risentimento verso il pontificato di Francesco, non fa altro che far scivolare i giubilanti (e i loro seguaci nella Chiesa) «nella tentazione di semplificare le questioni complesse» – a partire da quelle dei rapporti tra le teologie dei diversi pontificati – lasciando così inalterati, se non avvalorando, i «radicati pregiudizi» anche ecclesiali nei confronti della «ricerca» e dello «studio», e il conseguente fallimento di ogni «pratica pastorale» fondata su una mediocre «preparazione teologica, biblica o giuridica» [2].
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[1] Rimando ad un altro articolo la dimostrazione compiuta che il concetto di verità è sviluppato da Leone XIV in modo per molti inaspettato.
[2] Discorso a parte meriterebbe il passaggio di Leone XIV sui «laici e preti preparati e competenti (…) posti nelle condizioni – pastorali, giuridiche ed economiche – di dedicarsi alla vita accademica e alla ricerca» e sulla necessità che «gli studenti siano motivati ed entusiasti, disposti allo studio rigoroso».