Pace: per un avvenire competente

Se la pace è un frutto artigianale, quali competenze sono necessarie per provare a raggiungerla?
17 Settembre 2025

Due settimane fa avevo pubblicato un articolo in cui muovevo una garbata critica al nostro amato Avvenire per il racconto di quello che, in effetti, è restato un presunto attacco informatico russo all’aereo su cui volava la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Non mi sembrava che titoli ed articoli a riguardo si fossero lasciati ispirare dal saggio magistero pontificio di Francesco e Leone XIV che chiede alla comunicazione, in primis cattolica, di non farsi guidare nell’interpretazione dei fatti dalla paura e dalle fake-news: pessime consigliere di un generale riarmo quando si deve scegliere che fare per raggiungere la pace in tempi che sembrano desiderare soltanto la guerra (la quale esploderà, come sempre è avvenuto nella storia, perché quelle armi prodotte per difendersi dovranno ad un certo punto pur essere usate – o no?).

Non era in questione, come ha affermato nei commenti Roberto Beretta, il principio della legittimità del riarmo (difensivo) dal punto di vista cattolico, né pretendevo che i giornalisti di Avvenire impersonificassero «lo strillone del Papa» (sempre Beretta). Semplicemente, mi aspettavo e mi aspetto di trovare in un quotidiano cattolico – soprattutto quando legato alla gerarchia ecclesiale (qui italiana) – una lettura cattolicamente ispirata. E, in questo caso, il magistero pontificio mi sembrava potesse assolvere egregiamente il compito di rappresentarla.

Ovviamente, si può non essere d’accordo con questo magistero, criticarlo nei modi previsti dalla dottrina cattolica, ma lo si faccia in modo evidente, magari sinodale (cioè facendo scrivere anche chi “suona l’altra campana”), quindi per tutti costruttivo: altrimenti, in ogni stagione ecclesiale “guelfa” o “ghibellina” si rischia di far passare per cattolico quello che è semplicemente di parte (se non vi piace o trovate inadeguate le categorie di destra e sinistra), scontentando sempre l’altra parte e fomentando divisioni e risentimenti che si armano già nelle parole scambiate.

Perciò in conclusione chiedevo ai vescovi italiani, proprietari del quotidiano e fautori di una difficilissima via diplomatica ispirata a tale magistero pontificio (cf. Napolioni e Castellucci), quanto si riconoscessero in quella forma di comunicazione. Mi fa piacere notare che, una settimana dopo il mio articolo, anche Severino Dianich, nel presentare i libri del generale (in pensione) Fabio Mini abbia (qui) sollecitato i vescovi italiani a denunciare l’attuale «‘frenesia bellica’».

Altrove, sui social, qualcuno mi ha rimproverato di essere stato troppo severo: cosa e come potevano scrivere altrimenti i giornalisti di Avvenire? Ecco, prima di mostrare un esempio (perché comprendo che quello evocato allora – di Marco Travaglio – sia in partenza divisivo se non inviso), voglio brevemente mostrare come Avvenire ha trattato un altro piccolo e analogo caso spinoso: quello dei droni russi che avrebbero violato lo spazio aereo polacco nella notte tra il 9 e il 10 settembre e che, perciò, sono stati abbattuti dai caccia polacchi e olandesi.

A differenza della quasi totalità della stampa italiana, il giornalista a cui Avvenire ha affidato il compito di interpretare l’accaduto – Francesco Palmas – ci ha presentato (qui) una visione decisamente diversa – forse perché indipendente ed appartenente all’autorevole magazine on line di AnalisiDifesa. Mentre gli altri lettori leggevano di attacco russo, guerra nei cieli, legami con l’esercitazione Zapad 2025 in Bielorussia (ritenuta provocatoria dai polacchi), messa alla prova della difesa Nato, i lettori di Avvenire potevano leggere invece un’altra storia, o meglio una storia più completa.

Riguardo la Polonia l’autore ha parlato anche di «segnale di moderazione» da parte polacca (con l’invocazione dell’art.4 del Trattato Nato e non del famigerato art.5); non ha escluso che  «i loro [ucraini] sistemi abbiano mandato fuori rotta i droni russi (…)» destinati «a un attacco contro l’Ucraina occidentale»; ha ricordato che, anche se tali incursioni fossero viste come «test per valutare l’abilità della difesa aerea» della Nato, ciò «è sempre avvenuto, fin dal tempo della guerra fredda, ed il confronto è ripreso soprattutto dal tempo del colpo di mano russo in Crimea nel 2014 e della maggior presenza occidentale a ridosso della Russia». In definitiva, Palmas dipinge un quadro nel quale «la provocazione è reciproca» e si fronteggiano, per ora con «misure preventive», «un nemico revanscista, guardingo e ostile» e «un’Alleanza atlantica che preme ai confini (…) sebbene nessuno abbia in animo di attaccare la Federazione russa».

Il problema vero è, quindi, che «il rischio di incidenti non è nullo», ossia che – con le parole del card. Parolin e del presidente Mattarella – siamo «sull’orlo di un baratro», per cui la saggezza del magistero pontificio dovrebbe essere ancora di più riconosciuta, insieme alla necessità di farsi ispirare da essa. Una ricostruzione del presunto attacco informatico russo all’aereo della Von der Layen ispirata in tal senso, anche dal punto di vista umoristico, si può facilmente leggere sempre su AnalisiDifesa a firma di Francesco Ferrante (vedi qui).

Di conseguenza mi è dispiaciuto leggere, dopo solo due giorni, un intervento online su Avvenire del pur ottimo Luca Geronico, il quale descriveva nuovamente la vicenda dei droni russi in Polonia come un’unilaterale «provocazione assolutamente da non sottovalutare», come «una “linea rossa” violata che, ora, deve svegliare l’Europa», «una sirena d’allarme per Varsavia ed alleati europei». Di più, nel gioco delle citazioni, l’autore non si accorgeva di non chiarire subito, mediante il virgolettato, il fatto che l’interpretazione dell’obiettivo dell’esercitazione Zapad 2025 quale tentativo di «simulare un attacco al “corridoio Suwalki”» fosse un’accusa polacca, ma costringeva il lettore a comprenderlo passando per la lettura della smentita russa di tale accusa (per di più bollata – dai russi – come «retorica tipicamente europea»).

Mi sembra chiaro l’esito interpretativo – dal punto di vista emozionale prima ancora che razionale – della costruzione involuta della frase. Soprattutto, però, procedendo in tal modo, l’autore non si accorge neanche di offrire una direzione interpretativa delle parole di Parolin (più che di quelle di Mattarella) contraria all’intenzione dell’alto prelato di spingere entrambi i contendenti, a prescindere da chi abbia cominciato, verso un atto reciproco di «ripensamento», correndo il rischio di alimentare invece la narrazione di quel «braccio di ferro» che, purtroppo, non è vero che non è ancora, bensì è già «escalation».

Una risposta a “Pace: per un avvenire competente”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Pace frutto artigianale? Si; necessita competenza a realizzarla? Si, ma prima serve la determinazione a raggiungere questo fine disposti a convergere sulla priorità “ la vita della propria popolazione, il bene comune che è non distruggere ciò che faticosamente si è costruito a salvaguardia: Libertà, “ Uguaglianza,Fraternita tra tutti i popoli della Terra. oggi si assiste a un provocarsi reciproco tra governanti, un misurarsi in potenza numerica di uomini, di armi, e ricchezza. E come in un film, il popolo assiste senza aver coscienza che il dramma di guerra o pace lo trova soggetto passivo senza diritto di decisione. Solo dalla Chiesa di Papa Leone XIV i comuni cittadini sono informati in che cosa è possibile sperare, e la realtà dei fatti che stiamo vivendo

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