“Praedicate evangelium” e insegnamento della religione: educazione o cultura?

La riforma della curia romana, dalla centralità della dottrina a quella della inculturazione missionaria e del previo ascolto dialogico, messa alla prova dalla collocazione in essa dell'insegnamento della religione
23 Marzo 2022

Sabato 19 marzo 2022 è stata presentata, dopo nove anni di gestazione, la Costituzione apostolica “Praedicate evangelium” che riforma la Curia romana a partire dal 5 giugno, giorno della Pentecoste. Piano piano arriveranno analisi più compiute e complessive di questa riforma. Nel frattempo, se Luigi Accattoli la definisce «rivoluzionaria nell’intenzione missionaria e sinodale, buona in una decina di decisioni innovative, irrilevante nell’immediato», Stefano Sodaro si chiede «cosa potrebbe accadere oggi con l’allestimento di un’opera cinematografica – pasoliniana ma, purtroppo, ahinoi, senza Pasolini – che s’intitolasse “Praedicate Evangelium”», mentre Andrea Grillo ha segnalato in essa (all’art.93) la presenza di una grave svista subito corretta.

Per quanto è di mia competenza, vorrei evidenziare un aspetto che forse non è una svista, ma una convinzione inveterata negli ambienti curiali che prima o poi dovrà essere corretta. Infatti, già qualche anno fa nell’Instrumentum laboris (§193) per il Sinodo dei giovani si rischiò fortemente di confondere insegnamento della religione e catechesi (o evangelizzazione), anche se poi, fortunatamente, il paragrafo non fu ripreso nel Documento finale. Ora un problema analogo – che diventerebbe un’occasione persa se non venisse corretto – si ripropone nella Costituzione apostolica in questione.

Uno dei dicasteri istituiti dalla “Praedicate Evangelium” per unire congregazioni e pontifici consigli «la cui finalità era molto simile o complementare», e per «razionalizzare le loro funzioni con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace» (art.11), è quello per la Cultura e l’Educazione (artt.153-162). Esso sarà costituito da due sezioni, una per la Cultura e l’altra per l’Educazione, nelle quali confluiranno il Pontificio Consiglio della Cultura e la Congregazione per l’Educazione Cattolica.

Se è vero che nella definizione generale del dicastero è scomparso l’aggettivo cattolica (per motivi facilmente intuibili), è altrettanto vero che il contenuto degli articoli dedicati alla sezione Educazione fa esplicito «riferimento alle scuole, agli Istituti superiori di studi e di ricerca cattolici ed ecclesiastici» (art.153, §2), alla «promozione della identità cattolica delle scuole e degli Istituti di studi superiori» (art.159, §2), alle «norme secondo le quali debbono essere erette le scuole cattoliche di ogni ordine e grado e, in esse [scuole cattoliche – ndr], si debba provvedere anche alla pastorale educativa come parte dell’evangelizzazione» (art.160, §1).

Mi ha lasciato, perciò, molto perplesso il §2 dell’art.160, perché in esso è previsto che la sezione Educazione «promuove l’insegnamento della religione cattolica [IRC] nelle scuole». A meno che per scuole non si intenda esclusivamente le scuole cattoliche (ma non credo), e in assenza di ogni riferimento a tale insegnamento negli articoli concernenti la sezione Cultura, ciò significa che esso è stato pensato all’interno di una sezione che si occupa in modo esplicito di istituti e istituzioni educative in sé e per sé cattoliche (art.161).

Ora, è vero che in sé anche nell’IRC deve essere «salvaguardata l’integrità della fede cattolica» – e su ciò «vigila» la sezione Educazione (art.159, §2). Ed è vero che si potrebbe anche sostenere come, attraverso l’IRC, «i principi fondamentali dell’Educazione, specialmente quella cattolica, siano recepiti ed approfonditi in modo che possano venire attuati contestualmente e culturalmente» (art.159, §1). Però, quel «recepiti» e quell’«attuati» dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. L’IRC – di per sé, in qualità di Chiesa-già-in-uscita (o estroversa) – ha come scopo diretto non quello di far recepire o di attuare i principi in questione (ciò che potrebbe essere al massimo – ma evitando ogni proselitismo – uno scopo indiretto), bensì quello di attualizzarli e di disporli all’incontro con gli studenti e le studentesse che liberamente volessero confrontarsi (e anche “scontrarsi”) con essi. Non cogliere tale differenza comporta il serio rischio di perpetuare lo storico equivoco intra ed extra ecclesiale che confonde l’IRC con il catechismo o con l’evangelizzazione tout court (senza alcuna differenziazione, come si diceva un tempo, tra evangelizzazione e pre-evangelizzazione) o che lo riduce a questione meramente dottrinaria e (di statica trasmissione) dottrinale.

Guardando, invece, agli articoli dedicati alla sezione Cultura, mi sembra di ritrovare un’atmosfera più familiare e consonante con l’art.9, co.2 della L. 121/85 di ratifica ed esecuzione dell’accordo tra Stato e Chiesa sulle modifiche al Concordato lateranense. Se l’accordo di revisione lega l’IRC, oltre che alle «finalità della scuola», alla «cultura religiosa» e ai «principi del cattolicesimo» ma solo in quanto «parte del patrimonio storico del popolo italiano», nei rispettivi §2 degli artt.153 e 157 della “Praedicate evangelium” si enfatizza la missione della sezione Cultura per la «promozione della cultura» e la «valorizzazione del patrimonio culturale» (alla cui tutela e conservazione esorta l’art.155). L’IRC stesso, in fondo, costringe l’insegnante di religione – e tramite di lui la Chiesa – a praticare letteralmente ciò che chiede l’art.154, quando quest’ultimo invita la sezione Cultura al costante «confronto con le molteplici istanze emergenti dal mondo della Cultura, favorendo specialmente il dialogo quale strumento imprescindibile di vero incontro, reciproca interazione e arricchimento vicendevole, cosicché le varie culture si aprano sempre di più al Vangelo come anche la fede cristiana nei loro confronti».

Se guardiamo, infatti, all’IRC dal punto di vista degli studenti e delle studentesse che lo frequentano (ma anche delle loro famiglie e del restante personale scolastico), come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad intra – l’arte del «dialogo tra le molteplici culture presenti all’interno della Chiesa, favorendo così il mutuo arricchimento» (art.156, §1)? Come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad extra – l’arte del «dialogo con coloro che, pur non professando una religione particolare, cercano sinceramente l’incontro con la Verità di Dio» (art.158) o, semplicemente, sono in «ricerca sincera del vero, del buono e del bello» (art.154)?

Se guardiamo, poi, non solo alla credenza (o meno) e all’appartenenza ecclesiale degli studenti e delle studentesse (delle loro famiglie e del personale scolastico), ma anche agli estremamente differenziati contesti geografici di provenienza, si può non riconoscere come nell’IRC si «valorizzino e proteggano le culture locali con il loro patrimonio di saggezza e di spiritualità [quale] ricchezza per l’intera umanità» (art.156, §2)?

In definitiva, mi sembra che vi siano pochi (pochissimi?) elementi per poter affermare che la decisione di inserire l’IRC nella sezione Educazione sia del tutto adeguata. Ma spero di aver mostrato che vi sono molti più elementi per poter affermare che tale scelta dovrebbe essere rivista, affinché l’IRC venga inserito (anche o solo) nella sezione Cultura – ad esempio aggiungendo un secondo paragrafo nell’articolo 155, o forse meglio nell’art.158, che suoni nel modo seguente: «Promuove il ruolo culturale dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole».

D’altronde, una correzione importante è già stata apportata per l’art.93. Perché entro il 5 giugno non potrebbe avvenire lo stesso per il § 2 dell’art.160? Si eviterebbe di cristallizzare ad un livello molto alto di fonti del diritto della Chiesa una visione non adeguata di quello che potrebbe essere oggi un insegnamento della religione [rectius teologico] nelle scuole pubbliche. E sarebbe un modo di dimostrare che stiamo definitivamente prendendo sul serio, da un lato, la priorità della postura missionaria-evangelizzatrice (artt. 2; 56-68) sulla tutela della dottrina (artt. 69-78) che caratterizza la “Praedicate evangelium”, e dall’altro lato, il fatto che ogni atteggiamento missionario ed evangelizzatore risulta proselitismo e indottrinamento fallimentare senza un’inculturazione ben meditata (artt. 56, §1; 57; 89, §2-3) e senza un ascolto dialogico (pre-evangelizzatore) ben praticato (art. 60, §2). Aspetti, quest’ultimi, che verrebbero esaltati da un IRC il cui “ruolo culturale” venga definitivamente chiarito ed evidenziato.

 

5 risposte a ““Praedicate evangelium” e insegnamento della religione: educazione o cultura?”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Però c’è bisogno di stabilire un contatto con i giovani, perché è evidente che hanno bisogno di ascoltare chi parla loro in verità, animato da uno spirito che diventa servizio, ad aiutarli a vedere oltre la finestra del quotidiano, che c’è un modo diverso di vivere la vita da quello che li circonda e li corteggia, dove tutto si commercia e si creano bisogni effimeri, come fare la fila per acquistare un modello di orologio che fa distinguere,costi quel che costa!.O come una ragazza, carina in persona ben vestita ed educata, che ti ferma all’angolo di una via centrale ti racconta di macchina in panne e lo fa così compita che magari subito credi alla storia del perché ti chiede “soldi”! Che pena si prova!con il no garbato il timore. Ci si domanda come ridotti spogli di ideali che li fa elemosinare cose, abbisognano di pronto soccorso educativo, che conoscano come vivere Bene e fare la vita una cosa bella.La Scuola puo salvare se fa del l’insegnamento missione.

  2. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Da esterna: i fatti: un insegnante è costretta a chiedere scusa per una osservazione critica rivolta a uno/a studente circa il suo vestire ritenuto poco consono in classe, distraente?, osservazione offensiva visto la rivolta collettiva,!? Quindi è scalare una montagna se si ha in cuore di “arare in questo campo” per piantare un vitigno dove il Crocifisso è stato messo alla porta. Non solo, ma risulta che quando si dovranno presentare a un datore di lavoro, andranno come sembra a loro o non piuttosto come anche l’abbigliamento avrà parte nel giudizio? Il cristianesimo missionario c’entra anche in questa prosa della vita, lo chiama rispetto, se un datore di lavoro esamina un richiedente, considera doti anche di saggezza e consapevolezza della persona oltre le capacità richieste di compartecipazione e adattamento all’ambiente di lavoro.. da esibire e valutare presenti nel curriculum. Si direbbe un ben vengano dei cambiamenti e culturali e educativi perché oggi c’è un GAP?

  3. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Aggiungo xchè tagliato…

    PS commenterei il probl sollevato da Sergio, e nn x fare contrappunti:
    Alla fine di ogni riorganizzazione..
    CHI porterà il Verbo?? Quanto e come sarà preparato? Mica ce ne sono tanti come voi in giro! Io vedo tanta organizzazione, tanti sussidi, tanti corsi….
    Ma l’anima?

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    Commenti a caldo. Sui ‘portanti’, nn certo sui particolari visti sia la mia impreparazione che il disinteresse🙃😛
    “Poortanti’/guideliines tutti positivi;
    1) apertura ai laici. Piccola? Ma attesa da 1/2 secolo…
    2) apertura al ‘fuori’, contrario di autoreferenza. Attenzione all’esterno. Visibile in + punti, anche ad es da S.Uffizio a ‘Evangelizzazioone’ Ma anche in cultura>educaz.catt.
    3) scadenza 5 anni. Altro contributo contro autoreferenza.
    4) posso dire che finora si poteva asserire che Vaticano fosse una struttura Gerarchica con. Il Papa al vertice e subito aggiungere che in realtà ognuno si faceva i cavoli e gli attici e i palazzi e… SUOI?
    Bene. Mi sembra che qui il Papa abbia cambiato in modo da essere più al centro.
    5) Bene la struttura specifica x i minori.
    6) intelligente aver tenuto separati, in quanto probls che richiedono approccio e forma mentis diversi, prima evangelizzazione e gestione dottrinale.

  5. gilberto borghi ha detto:

    Ci arriveremo, Sergio, se non per convinzione, per estenuazione, cioè per esaurimento delle energie che spingono nella direzione del proselitismo. Non si dura a lungo a lavorare se non ci sono risultati. Persino i TdG stanno modificando il loro atteggiamento, pre renderlo esplicitamente meno proselitico. Di fatto, e tu lo sai bene, chi vive nella scuola come IRC ha già ben oltrepassato questa postura, se non altro per sopravvivere…

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