Cammino sinodale: approvare, o non approvare, questo è il dilemma!

Sabato 25 ottobre sarò uno dei tanti delegati che dovrà approvare (o meno) i singoli paragrafi e l’insieme del Documento di sintesi del cammino sinodale italiano, ma i «dubbi, martellanti dubbi» sono tanti…
20 Ottobre 2025

«Professore, mi scusi, ma il suo difetto è di essere troppo ottimista!». Così una mia studentessa tanti anni fa, così qualche collega e amico ogni tanto. Ed in effetti hanno ragione, con la precisazione che ciò che loro chiamano ottimismo io lo definirei speranza – a volte, contro ogni speranza (Rm 4,18).

Comunque, venerdì scorso non ho fatto a tempo a manifestare (qui) una mia speranza relativa al documento finale del cammino sinodale italiano che, tempo qualche ora, sono stato subito smentito. In tarda serata è giunto a noi delegati diocesani il testo finale dell’assemblea sinodale italiana (che si terrà il 25 ottobre), frutto della lunga revisione effettuata dopo la “bocciatura” di quello proposto a fine marzo. Il tempo di leggerlo durante il fine settimana ed ecco l’amara sorpresa – nonostante la revisione sia stata condotta non più solo dalla Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, ma anche dal Comitato stesso, a sua volta allargato ai facilitatori dei gruppi dell’assemblea sinodale di fine marzo che “bocciò” il documento proposto; nonostante siano giunte alla suddetta Presidenza molte proposte di revisione da parte dei delegati sinodali riuniti in assemblee regionali durante il mese di settembre .

Premetto: il testo finale è un buon testo, anzi, più che buono. Rispecchia fedelmente il cammino percorso. Contiene proposte adeguate al nostro tempo: alcune anche profetiche. Perciò, nel suo insieme, avrà il mio voto positivo. Poi, ovviamente, c’è tanto che poteva essere detto meglio e, immagino, altri si periteranno nel segnalarlo. Ma, su almeno due punti che ritengo fondamentali, questo ingrato compito vorrei “accollarmelo” io. Anche perché questo non è un testo qualsiasi.

Certo, esso non ha il valore giuridico canonico di un testo conciliare e sinodale (universale o locale che sia), ma non è neanche un documento che, come altri, potrà finire facilmente in naftalina. Non dobbiamo ovviamente idolatrarlo, ma neanche guardarlo con sfiducia, soprattutto in una struttura come la Chiesa cattolica nella quale i cosiddetti “punti fermi” – pensiamo solo alle costituzioni dogmatiche conciliari – hanno valore anche solo di memoria sovversiva, a prescindere dalla loro (mancata o lenta, lentissima) applicazione. È comunque un testo che vuole dire cosa lo Spirito ha detto alla Chiesa italiana negli ultimi anni e, dopo il discernimento e la decisione finale dei vescovi, è un testo che ispirerà la direzione verso cui la Chiesa italiana vorrà camminare nei prossimi anni.

Perciò merita la nostra simpatia e, laddove necessario, la nostra critica. La prima critica, inevitabile, riguarda la parola, o meglio la categoria di accompagnamento che appunto, nonostante le mie “ottimistiche” aspettative contrarie, è invece onnipresente nel testo in modo, se posso permettermi, quasi “delirante” [1]. In tal modo il Documento tradisce il maggior equilibrio raggiunto nei Lineamenti (e nelle Schede di lavoro) tra la categoria in questione e quella di compagnia o affiancamento. I motivi linguistici, politici, biblici, teologici e da ultimo (con l’avvento di Leone XIV) magisteriali, per cui quest’ultima categoria è di gran lunga preferibile alla prima (da mantenere, o meglio contenere, nel suo alveo spirituale), li ho motivati ampiamente in passato e sinteticamente di recente (qui e qui).

Ora vorrei solo riassumerli con una domanda: in un cammino sinodale che ha ascoltato, discusso e fatto discernimento con i poveri, i giovani, i laici e le laiche, le «persone omoaffettive», i single o le coppie, nel momento in cui emerge come voce dello Spirito la necessità di permettere che tutte queste persone vivano il loro cammino di fede e rapporto con la comunità ecclesiale in modo maturo e integrato, autonomo e paritario, addirittura insegnando oltre che imparando, guidando oltre che seguendo, come è possibile, giunti a questo punto, non rendersi conto che la categoria dell’accompagnamento stona, stride terribilmente con tale finalità? E che, invece, parlare di compagnia o affiancamento risulterebbe più adeguato e rispettoso della dignità di tutte queste persone?

Comprendo che, durante il pontificato di Francesco, sia stata forte la tentazione di lasciar debordare la prima categoria in quanto molto più gesuita e quindi vicina alla sensibilità del precedente pontefice: eppure, nonostante ciò, gli stessi pastori della Chiesa italiana hanno resistito a tale tentazione (lo spiegavo sempre qui e qui). Ora, nel magistero dell’agostiniano Leone XIV si riprende l’uso puntale della seconda categoria (vedi qui), limitando la prima solo alle relazioni asimmetriche e privilegiando non a caso termini come discrezione, sparire, etc. Perché il Documento non segue in ciò il nuovo vescovo di Roma? Mentre, invece, ha fatto cadere molto velocemente le tante e possibili citazioni dell’Evangelii gaudium di Francesco, nonostante secondo Leone XIV tale esortazione abbia «richiamato e attualizzato magistralmente i contenuti» del Vaticano II?

Proprio la figura di Leone XIV, in rapporto al Documento in questione, è lo snodo che mi permette di passare alla seconda critica. Credo che non si faccia torto a nessuno nel ricordare che il cammino sinodale italiano è avvenuto sotto il pontificato di Francesco. Il Documento di sintesi riassume tale cammino e quindi sarebbe stato del tutto legittimo non sentire la necessità di citare il nuovo vescovo di Roma. Per motivi ovvi e condivisibili ciò è invece avvenuto, ma allora – mi chiedo – perché non si cita tutto Leone XIV? Perché il Documento di sintesi non lo cita rispettandone la complessità?

Tale “taglio” è avvenuto non solo con la categoria della compagnia/affiancamento rispetto a quella dell’accompagnamento, ma anche con un’altra categoria teologicamente fondamentale che riguarda la nostra relazione con il Risorto. Nel Documento si fa sfoggio del Gesù al centro che è un’espressione indubbiamente cara a Leone XIV. E, di conseguenza, anche in tale caso diventa onnipresente un’altra categoria: quella dell’annuncio/testimonianza del Risorto [2]. C’è però un piccolo notabene: sin dall’inizio del suo pontificato Leone XIV ha parlato di un Cristo che «ci precede» (8 maggio) in «luoghi inesplorati» e che «ama visitarci e stupirci» in «ogni creatura», perché «il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini» (31 maggio). Perciò, il cristiano è certamente un testimone della Resurrezione, ma insieme uno che è sempre «in ricerca» del Risorto, che sa di doversi sempre «mettere sulle Sue tracce», che deve sempre «scavare, cercare» per trovare il Regno di Dio (6 settembre) [3].

Di tutto questo complesso magistero di Leone XIV nel Documento finale c’è solo una flebile eco alla fine nel paragrafo 12. Peraltro insufficiente, innanzitutto per farsi notare nella sua importanza, ma poi soprattutto per fondare in modo adeguato i paragrafi del Documento in cui si parla di una Chiesa che deve perciò convertirsi e diventare capace anche di ricevere dagli altri (ad es. 21 e 71 che citano GS 44). Una Chiesa che non ha bisogno di cercare, di scavare per trovare, ma che deve solo evangelizzareannunciare e testimoniare ciò che ha già trovato, quale evangelizzazione permanente di sé stessa deve ricevere, quale verso deve modificare, quale con-versione deve effettuare, cosa può imparare dall’a/Altro? [4]

È appena il caso di notare che anche in tal caso nel Documento di sintesi si è perso quell’equilibrio tra annuncio/testimonianza e ricerca del Risorto che era stato raggiunto nei Lineamenti (vedi qui). Così come, è conseguenza di questa apparente estroversione/uscita della Chiesa, il fatto che non sia sentita minimamente la necessità di indicare almeno l’opportunità che negli organismi di partecipazione vi siano anche dei membri capaci di abitare la soglia [5].

In realtà, il vero problema che mi si pone ora è il seguente: approvare o non approvare i singoli paragrafi che non restituiscono il senso del percorso compiuto? Il problema diventa dilemma nel caso dei paragrafi relativi all’accompagnamento perché, in caso di non approvazione, sarebbe poi difficile attribuire la contrarietà alla questione che io sollevo e non invece alla buona volontà presente in quei paragrafi di integrare e valorizzare tutta una serie di persone che in passato sono state emarginate nella e dalla Chiesa. Tenendo poi conto quanto sia osteggiata questa buona volontà – basti vedere come la Nuova Bussola Quotidiana e la Costanza Miriano parlino del paragrafo sulle «persone omoaffettive» – riemerge con forza la domanda: che fare? Approvare o non approvare?

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[1] Cfr. i paragrafi 27; 30-31; 39; 43-44; 50; 53; 55-56; 69; 72. L’espressione accanto è presente solo nel § 27 (relativo ai poveri), mentre quella di compagna solo nel § 8 (in riferimento alla Chiesa). È significativo che l’espressione a fianco e affiancamento sia scelta per il § 32, riguardante il dramma degli abusi. Come se si fosse almeno percepito il senso meno paternalistico e potenzialmente meno violento e abusante dell’espressione anzidetta, rispetto a quello collegabile all’espressione accompagnamento. Quest’ultima, se ci pensiamo bene, comporta rispetto alle altre una maggiore vicinanza fisica e psicologica che fa correre inevitabilmente più rischi di abuso e violenza. È un peccato, però, che tale percezione non sia venuta a coscienza permettendo una modifica sistemica delle espressioni utilizzate.

[2] Cfr. i paragrafi 1; 9; 12-16; 19-20; 40; 56; 63; 69. Questa scelta non può apparire o pretendere di essere neutra se ricordiamo come, sin dall’inizio del pontificato di Francesco, l’accento posto sulla necessità sinodale di ascoltare prima di evangelizzare – quasi esortando a placare una certa ansia ecclesiale di evangelizzazione – o, addirittura, di essere evangelizzati prima di evangelizzare sia stato quantomeno incompreso se non accolto con malcelato fastidio. 

[3] Nella diocesi di Roma , forse per l’eredità di Francesco, è invece presente una decisa attenzione a questo aspetto della relazione con il Risorto, fondamentale per poter pensare e vivere pienamente l’estroversione/uscita/ad extra della  missione ecclesiale (cfr. p.12 del Programma pastorale 2025-2026 e omelia del card. Reina nella Veglia diocesana per Giornata missionaria, min. 30:00-35.15).

[4] Su questa problematica è incentrato il mio Imparare dal vento, EDB, 2024. In esso è inoltre spiegato bene a quali equivoci ci ha condotto e ci conduce oggi (anche in quella che dovrebbe essere una Nuova Bussola Quotidianala carenza occidentale di pneumatologia.

[5] Anche questo aspetto, invece, si è cercato di “metterlo a terra” nella diocesi di Roma, a partire dalla composizione dei consigli pastorali parrocchiali (cfr. art.10 Statuto CPP).

16 risposte a “Cammino sinodale: approvare, o non approvare, questo è il dilemma!”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ascoltare prima di evangelizzare: si, perché anche Gesù ha chiesto:” Chi dite che io sia?cosa pensa la gente…oppure: perché discutete che non avete pane, non capite ancora, non comprendete, avete il cuore indurito… partiva dall’ascolto, o guariva dalla richiesta.o perché questa era Fede nel cuore . Da Maestro agli Apostoli a come evangelizzare; dare risposte anche ai dottori della Legge.ai piccoli, il suo Vangelo. Cosi via da seguire. Sembra una logica normale perché la risposta secondo il Vangelo sia creativa di riflessione, di una una scelta . Ai bambini la dottrina va bene a essere appresa, perche su questa base di conoscenza da i suoi frutti in fiducia di chi insegna, ma l’adulto esige l’uso della propria intelligenza attinge dall’esercitare un proprio volere oggi più di allora, per cui l’ascolto sembra essere indispensabile. Così le omelie, se non sono risposte alla comunità, magari restano inascoltate

  2. Pietro Buttiglione ha detto:

    Mi sono costretto a leggere il lungo msg di Sergio. OK. Sottoscrivo TUTTO.
    Senza se e senza ma.
    E sottolineo che accompagnamento i.e.
    IO accompagno TE.
    Io= soggetto
    Quello che “fa”. Agisce. Azione è SUA.
    TE = OGGETTO.
    Che fine ha fatto la categoria fondamentale mancante dalle ns parti cioè l’ascolto??
    Dove emerge che accompagnare NON è imbonire? Dove l’afflato a cercare di rispondere alle domande emergenti?
    Imo ci mancano le risposte e così
    ammantiamo il tutto di parole, parole, parole..

    • Sergio Ventura ha detto:

      Grazie Pietro per la fatica della lunga lettura 🙂 e per la condivisione. Ovviamente si poteva non usare proprio la parola/categoria in questione, ma una volta che hanno deciso di usarla, “politica” insegna che bisogna lavorare per quella più adeguata. Sul resto del tuo commento, penso di aver risposto con le altre parti dell’articolo: se la verità è da cercare insieme e non la porta uno solo, allora ne consegue l’ascolto sia di quanto dice/chiede l’altro sia di quanto dice/chiede la realtà che incontriamo durante la ricerca.

  3. Pietro Buttiglione ha detto:

    Chiedo scusa se letto niente.. troppo lungo..
    Mai sopportato “accompagnare” xchè troppo paternalistico.
    Camminare insieme aiutandosi a vicenda fa davvero schifo?

  4. Giorgio Nacci ha detto:

    L’accompagnamento, così inteso, è proprio il contrario del paternalismo ed è l’antidoto efficace contro ogni deriva autoritaria possibile nelle relazioni asimmetriche (non è un caso che Francesco non abbia quasi mai utilizzato il termine “direzione”).
    Fuori da queste – a mio avviso – doverose precisazioni, resta il fatto che l’assolutizzazione di una prospettiva di significato e la lettura unilaterale di un termine-concetto rischia di farne perdere la ricchezza ma, soprattutto, offusca il cuore di ciò che il testo vuole dire. Soprattutto se si considera che, nella prospettiva del testo, accompagnamento è affiancamento, e anche qualcosa in più. Ancor di più se comprendiamo l’importanza dei temi che, in questi paragrafi, sono oggetto di attenzione pastorale.

    • Sergio Ventura ha detto:

      In conclusione, il problema è che nel Documento viene assolutizzato un termine che per essere “inteso” come “antidoto efficace”, cioè per non essere “pastoralmente” equivoco e pericoloso, ha bisogno di troppe spiegazioni. Tra l’altro, il Documento non proviene ne è destinato ad un convegno scientifico, ma dal e per il popolo di Dio. Per cui, è anche fondamentale il senso comune (e negativo) della categoria “accompagnamento” (aspetto che lei tralascia completamente). Perciò la mia critica voleva solo riportare equilibrio tra le due categorie (accompagnamento e compagnia/affiancamento), senza alcuna assolutizzazione (che lei invece impropriamente mi attribuisce), mettendomi umilmente sulla scia dei Lineamenti e dell’esempio del card. Zuppi e dell’Arcivescovo Castellucci. Mentre la sua difesa riguarda una scelta quella sì assolutizzante che, tra l’altro, non comprende come in questi temi il “qualcosa in più” risulta più equivoco e dannoso del qualcosa in meno, della vicinanza “discreta”.

  5. Giorgio Nacci ha detto:

    In pedagogia l’accompagnamento dice proprio il particolare legame che instaura tra i soggetti coinvolti, contraddistinto da uno specifico atteggiamento di cura, dalla centralità data alla persona e dalla reciprocità dell’apprendimento (cf. studi in Italia di Chiara Biasin e in Francia di Gérard Le Boudec e Mary Paul). Anche in senso teologico il termine ha una certa rilevanza proprio a partire dai riferimenti già citati (Lc 24,13-35; o anche At 8,26-40). Ma è soprattutto nel magistero di Francesco che il termine ha la sua pregnanza: esso richiama precisi atteggiamenti, basti rileggere il “piccolo trattato sull’accompagnamento” di Evangelii gaudium nn. 169-172, dal quale emerge il senso di vicinanza, prossimità, rispetto e compassione (nel senso evangelico del termine).

    • Sergio Ventura ha detto:

      I noti studi della Biasin confermano che l’accompagnamento ha il senso e la pratica asimmetrica da cui metto in guardia. D’altronde, siamo in campo scientifico e non si può assolutizzare nessuna categoria. Soprattutto se essa emerge in epoca recentissima (non caso, secondo me, neo-liberale – aspetto che lei tralascia del tutto). Il Gesù di Luca 24, però, si affianca, si fa compagno di strada, anche severo, ma non accompagna nessuno (come ha spiegato da ultimo Leone XIV – altro aspetto che lei non considera). Ed in Atti ci sono solo “compagni”: persone che condividono il pane, ma nessuno accompagna nessuno (anche “i non cattolici” Silone e De Andrè hanno colto questo aspetto della comunità cristiana). Su Francesco, ho spiegato a fondo l’errore che fa nell’usare tale categoria anche in ambiti che la rendono equivoca e pericolosa. Errore comprensibile in quanto gesuita, ma che possiamo non ereditare nella pericolosa assolutizzazione che ne è stata e che ne viene fatta.

  6. Giorgio Nacci ha detto:

    L’intento nobile che porta a mettere in discussione l’utilizzo del termine accompagnamento nel “Documento di sintesi” può facilmente ritrovarsi se si considera che quanto si afferma in questa riflessione è, in realtà, già “salvato” dallo stesso termine oggetto di critica. Basti considerare l’etimologia latina: comitor (eo-cum=andare insieme, compagno, amico) e cum-panium (cum-panis=colui che divide il pane), insieme al prefisso rafforzativo ac (che indica una direzione di movimento), richiamano proprio l’atto del camminare insieme verso una direzione comune, reso possibile da una relazione frutto di una condivisione profonda e caratterizzata da una forte reciprocità.

    • Sergio Ventura ha detto:

      Grazie don Giorgio Nacci per aver evidenziato il “nobile intento” della mia critica. Con le stesse parole potrei rispondere dicendo che la mia proposta già ricomprende il “nobile intento” di chi nel Documento ha assolutizzato l’uso della categoria “accompagnamento”, evitando però i problemi e gli equivoci che si porta con sé la categoria in questione. Come ha ben segnalato Massimo Battaglio (https://www.vinonuovo.it/teologia/etica/sinodo-gioie-speranze-e-topolini/) è proprio quell’ “ad” che, a differenza dei più chiari e meno equivoci “compagnia” e “affiancamento”, rischia fortemente di far sì che la direzione sia eterodiretta dall’accompagnatore, anche se nelle modalità della cura e della tenerezza (modalità che, però, sappiamo essere anche violente se usate in modo pietoso, seppur senza volerlo).

  7. Valentina Conti ha detto:

    Premesso che non ho letto il documento, mi sembra che, se la non approvazione di un paragrafo può essere fraintesa e interpretata come un sostegno alle posizioni più rigidamente conservatrici… meglio approvare, a scanso di equivoci!

  8. Giuseppe Risi ha detto:

    Fino a quando rimarranno nel CCC e nella dottrina cattolica certi gravi giudizi (collegati direttamente all’interpretazione letterale di alcuni passi della Bibbia dai difensori/paladini dello status quo) sarà complicato trovare le parole per mettere d’accordo posizioni tanto differenti.

    • Sergio Ventura ha detto:

      Giuseppe hai ragione, ma anche sulla dottrina, o meglio sul magistero, sono le categorie/parole scelte che aiutano a portare avanti il cammino auspicato (ad es. va bene che è immutabile, ma si deve anche approfondire/comprendere meglio), anche perché tali parole/categorie si sostengono poi tra di loro: se la dottrina/magistero non è neanche da approfondire allora io ti accompagno verso tale verità, ma se tale verità è da approfondire allora possiamo cercarla/trovarla insieme, a fianco, come due compagni e non come un accompagnatore e un accompagnato, no?

  9. Roberto Beretta ha detto:

    Sinceramente, non vedo questa gran differenza tra accompagnamento e affiancamento: magari sfumature, però a livello di comprensione ordinaria tutt’e due danno comunque il senso di minorita’ di una parte (non parliamo di “compagnia”, che è forse il termine più caratteristico e abusato di CL). Ma, al di là di ciò, siamo sicuri che il dibattito non sia uno spaccare il capello in quattro per addetti ai lavori? Non credo proprio che le comunità che prenderanno sul serio il documento, si accapiglieranno sulla sottile differenza. Altro ci si aspetta: chissà, magari una “fraternità”….

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