Un cattolicesimo (finalmente) conciliare

L’approccio iniziale di Leone XIV all’esercizio della propria autorità sembra prospettare un cattolicesimo, se non conciliare o sinodale, almeno “ghost-papale”
17 Ottobre 2025
  • La cena di Emmaus, Rembrandt (1628-1629)

La condivisibile riflessione di Sergio Di Benedetto sul «cattolicesimo post-papale» potrebbe essere sintetizzata anche con il titolo di «cattolicesimo post-clericale» o, meglio ancora, di «cattolicesimo (finalmente) conciliare» o «sinodale».

Si tratterebbe di un titolo meno poetico e più prosaico, ma comunque giustificato dal ragionamento sviluppato nell’articolo: chi esercita l’autorità deve “aprirsi”, in un certo senso “spostarsi”, per lasciare spazio agli altri, a coloro che nella gerarchia occupano il posto “inferiore” (cardinali, vescovi, presbiteri, diaconi nell’ordine sacro; religiosi/e, laici e laiche in relazione all’ordine sacro). Sempre che questi altri abbiano (ancora) voglia e tempo di entrare in questo spazio, magari dovendo salire qualche gradino, ma senza alcuna ambizione clericalaicale di riconoscimento o di potere.

Solo così la responsabilità di tale esercizio potrà essere condivisa e, soprattutto, arricchita dalle competenze, o meglio dai carismi e dai doni (dello Spirito) presenti nella comunità ecclesiale e, in alcuni casi, al fuori di essa.

Esiste un tema che conferma a contrario il nucleo di tale riflessione ed è racchiuso da una parola abusata durante il pontificato di Francesco: accompagnamento.

Ho già ampiamente spiegato (qui) i motivi per cui l’uso del termine è comprensibile nell’alveo dell’accompagnamento spirituale, mentre suona e opera in modo paternalistico nell’ambito sia politico che ecclesiale: come, in effetti, il senso comune di “minorità” (appunto da accompagnare) che si porta dietro tale termine può evitare di stridere con la tante volte affermata necessità, soprattutto nel cammino sinodale, di far sì che tutta una serie di persone (giovani, laiche, povere, lgbt+, single o in coppia) vivano la fede e la comunità ecclesiale in modo maturo, integrato, paritario e autonomo? Addirittura, non più solo come discens ma anche, se abitati dallo Spirito, come docens?

Quella di accompagnamento, quindi, è una categoria che mi è sempre sembrata stonata con la ripresa sinodale e conciliare portata avanti da Francesco. Di conseguenza, in un cattolicesimo post-papale, essa dovrebbe essere contenuta nel suo alveo originario, per far riemergere categorie più adeguate, peraltro già utilizzate in passato.

Ed infatti, già durante il cammino sinodale italiano era emersa tutta l’importanza di tale questione, non tanto e solo dal punto di vista linguistico, ma innanzitutto e soprattutto dal punto di vista del contenuto teologico. Poco dopo la prima assemblea sinodale della Chiesa italiana, avevo messo in evidenza (qui) come nei Lineamenti e negli stessi interventi introduttivi del card. Zuppi e di mons. Castellucci venisse recuperata la categoria di compagnia o affiancamento (cf. §§ IX; 26; 35; 37; 41-42), peraltro più evangelica (Lc 24,13-35; At 2,42-47) rispetto a quella di accompagnamento (cf. §§ 25; 28; 30; 34-35; 38; 43).

Nella prospettiva di cattolicesimo qui auspicata, spero quindi – ma non sono il solo – che il testo finale da votare nella prossima terza assemblea sinodale della Chiesa italiana (25 ottobre), oltre a migliorare quello “bocciato” al termine della seconda assemblea (3 aprile), conservi questo saggio e prudente equilibrio.

D’altronde, questa sembra essere anche la volontà del vescovo di Roma. È vero che, con il nuovo pontificato, coloro che in ogni stagione ecclesiale sono più realisti del Re hanno cominciato a ripetere come un mantra l’espressione Gesù al centro (che è sicuramente cara a Leone XIV). Ma allora, aggiungo io, mettiamolo veramente al centro, questo Gesù, in quello e per quello che lo stesso Leone XIV evidenzia.

A proposito del nostro tema, ad esempio, non deve sfuggire – perché sarebbe un’altra sottile forma di “censura” – che nella catechesi dell’udienza generale del 8 ottobre il vescovo di Roma ha commentato l’apparizione del Risorto narrata in Luca (24,13-35) scrivendo che Egli «si mette accanto», «si affianca», si fa «nostro compagno di strada» (e gli stessi termini vengono poi ripetuti nell’udienza del mercoledì successivo). Mentre mai l’attuale vescovo di Roma ha usato il termine accompagnamento al di fuori di relazioni che sono già in partenza asimmetriche. Non è un caso che alla categoria di tenerezza, usata da Francesco come potente correttivo alle derive paternalistiche (e, a volte, anche violente) dell’accompagnamento, Leone XIV preferisca quella di discrezione (anche a costo di apparire non interventista).

Questo esempio mi sembra la conferma che – forse per carattere, forse per impostazione teologica, forse per altro che piano piano scopriremo – Leone XIV, sin dalla sua prima omelia (del 9 maggio) inviti il cattolicesimo ad un esercizio dell’autorità in cui quest’ultima deve «sparire perché rimanga Cristo». Ma allora, quello dell’attuale vescovo di Roma, se non sarà un cattolicesimo (finalmente) «conciliare» o «sinodale», potrà essere – e non nel senso negativo che già qualcuno gli rimprovera – un cattolicesimo almeno «ghost-papale».

Una risposta a “Un cattolicesimo (finalmente) conciliare”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Ma come si può arrivare a definizioni tanto inconsistenti come il termine proposto a definire il pontificato di Papa Leone XIV, un Papa che a distanza di mesi sembra ancora sconosciuto! Eppure: Quando ebbero mangiato, Gesu disse a Simon Pietro”Si one figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Signore tu conosci tutto tu sai che ti voglio bene. Gli rispose Gesu:” Pasci le mie pecore”. E detto questo, aggiunse: seguimi”. Domanda ripetuta a ogni Successore, il quale oggi ha un gregge che in ogni parte del mondo a Lui guarda, da Lui attende Voce e questa fatta giungere perché il Cristo così gli ha chiesto la sua Parola via, verità, vita conosciuta per essere accolta da ogni uomo. Papa Prevost in Leone XIV da subito ogni lingua lo ha compreso e, le folle cosmopolite lo sentono parlare nella loro lingua. Cristo effettivamente gli è accanto come ai due di Emmaus. Il Primato di Pietro rimane inalterato malgrado i cambiamenti della Storia.

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