Quando le schegge sono di speranza

In un libro di Rita Garofalo una lettura concreta e reale della speranza
31 Marzo 2026

In questi tempi di guerra, il termine “schegge” associato a “speranza” può sembrare quasi un ossimoro; eppure è proprio a partire da questa provocazione gentile che la dottoressa e psicoterapeuta Rita Garofalo ha pubblicato il suo ultimo libro, “Schegge di speranza. Le relazioni che curano tra epigenetica, neuroscienze e Gestalt Therapy”, uscito proprio il mese scorso. Come ho già avuto modo di mostrare qui, lei stessa afferma di averlo concepito come un figlio, frutto di esperienze e riflessioni personali e professionali; già la settimana scorsa ho avuto la gioia di presentarlo sulle mie pagine social, mentre ora possiamo osservarlo più da vicino.

Autodefinendosi un ibrido professionale, in quanto medico endocrinologo ma anche psicologa e psicoterapeuta gestaltista, l’autrice ha lavorato per molti anni presso un noto ospedale di Catania, prendendosi cura di pazienti diabetici in età pediatrica e adolescenziale, per poi specializzarsi in psicoterapia della Gestalt fino a diventarne anche didatta. Un percorso professionale che, dall’inizio alla fine, lei stessa definisce “circolare” e che l’ha aiutata, mettendo in dialogo medicina e psicologia, a individuare connessioni basate proprio su quei processi biochimici, emotivi e affettivo-relazionali alla base della vita.

C’è una consapevolezza socialmente diffusa, che ogni nostro mancato equilibrio, ogni malattia e ogni fragilità fisica e psichica ci facciano sentire, ed essere, più deboli e disperati. Ma è proprio questo che il libro vuole confutare: se disperare (etimologicamente “rifiutare la speranza”) può sembrare una reazione immediata, restando in contatto con sé stessi, con il proprio corpo e con il proprio respiro, è sempre possibile riattivare quella speranza che è la vera protagonista del testo, con le sue “schegge” positive che raggiungono il lettore.

L’autrice riesce così a delineare, dall’interno, percorsi di autentica vitalità, concetto cardine della Gestalt Therapy, e una reale visione olistica, lontana da sentimentalismi oggi troppo diffusi sull’argomento, che evidenzia la bellezza sapiente di “relazioni che curano tra epigenetica, neuroscienze e Gestalt Therapy”, citando per intero il sottotitolo del libro. È proprio questo ciò che Rita ha scoperto sulla sua pelle, attraverso la passione personale e la dedizione professionale nella cura di pazienti cronici e fragili: l’olismo non è un manifesto superficiale, ma nasce da una competenza relazionale intima e personale, che diventa cura integrale quando poggia su basi scientifiche.

Abbiamo citato termini forse complessi per il grande pubblico: epigenetica, neuroscienze e Gestalt Therapy. Proviamo brevemente a spiegarli, prendendo spunto dalla raffinata tessitura che l’autrice ne offre nel suo testo, che non si rivolge solo a medici, psicoterapeuti e operatori sanitari, ma a chiunque desideri approfondire le basi della fisiologia umana e la conseguente capacità vitale che ci caratterizza come esseri umani, fatti di corpo, mente, cuore e spirito.

Parliamo quindi della prima “scheggia”, per restare nella metafora del titolo: l’epigenetica, intesa come quella branca della biologia molecolare che studia i cambiamenti nell’espressione genica, ereditabili e influenzati dall’ambiente. Le neuroscienze, seconda scheggia, possono essere descritte come quel patrimonio interdisciplinare in continua evoluzione che indaga il legame tra funzionamento del cervello, mente e comportamento. Infine, la Gestalt Therapy, o psicoterapia della Gestalt, nata negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, valorizza il corpo, la relazione e il tempo presente: aiuta a comprendere come, nel “qui e ora”, entriamo in contatto con l’altro, con quanta energia ciò avvenga e come cambiamo a partire da questa esperienza relazionale, che ci permette di sentire chi siamo, decidere cosa fare e aggiornare la nostra identità.

Leggendo il testo, ci sentiamo quasi come se fossimo suoi pazienti in visita, mentre lei cerca di confortarci spiegando che è possibile convivere con una patologia cronica e avere comunque una vita piena e significativa, se si costruisce una relazione autentica con l’altro e, prima ancora, con la propria sapienza corporea. E questo non solo in riferimento al diabete, ma alla patologia in generale, intesa come alterazione di un equilibrio allostatico, cioè di un processo che mantiene la stabilità interna attraverso il cambiamento.

Pagina dopo pagina, Rita accompagna il lettore nel mistero della vita, del DNA e dei sistemi che regolano l’esistenza (come quello immunitario o endocrino…). Talvolta possiamo perderci in passaggi più tecnici, ma il senso generale resta chiaro e coinvolgente: ci emozioniamo nello scoprire “quanto siamo fatti bene”, cogliendo anche la sua umiltà professionale nel raccontarlo. E ci riagganciamo così alla speranza, che forse conoscevamo come sentimento umano o virtù teologale, ma che qui scopriamo anche come un vero e proprio “farmaco”.

Vengono infatti richiamati gli studi del neurofisiologo Fabrizio Benedetti, secondo cui, in una relazione di cura significativa, “le parole, da suoni e simboli astratti, si trasformano in veri e propri armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre, attivando le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina”. Le parole di cura e i farmaci seguirebbero dunque meccanismi biochimici simili. Da qui l’importanza di usare parole di speranza a ogni livello, perché la speranza è “un’entità concreta che ha il potere di modificare il cervello e l’intero organismo”. Emerge così quanto sia fondamentale una relazione di sostegno positiva in ogni percorso terapeutico e come essa rappresenti, a tutti gli effetti, una forma di cura su base biologica.

Al termine di questo percorso, restiamo colpiti da due figure di pazienti, citate con nomi fittizi: il primo in apertura, la seconda in chiusura. Il primo è il signor Carmelo, paziente diabetico, figura macilenta che immaginiamo di fronte a una giovane dottoressa Rita agli inizi della sua carriera. Sarà lui, sentendosi finalmente compreso e ascoltato, a coniare in siciliano una suggestiva definizione della patologia diabetica, che non anticipiamo per non togliere il piacere della scoperta. Questa espressione diventerà per Rita un vero filo conduttore per comprendere come corpo e mente procedano insieme, illuminandosi reciprocamente.

Si giunge infine alla storia di Ilaria, adolescente solitaria, che chiude il libro. Con il signor Carmelo non condivide solo la malattia, ma anche una grande fatica relazionale e il bisogno di imparare a prendersi cura di sé. Saranno le sue parole, vibranti e autentiche, a concludere questo viaggio: parole di una ragazza diventata donna, cresciuta nella relazione con la sua dottoressa e pienamente consapevole del proprio corpo e dei propri bisogni.

Perché la speranza è un “farmaco” che serve a tutti, anche a chi non soffre di patologie gravi, e ciascuno di noi può diventare veicolo di questo bene nella vita quotidiana.

Per questo, davvero: grazie Rita, per avercelo raccontato con tanta delicatezza.

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