Risorgerà, un giorno, anche il cammino sinodale?

La sinodalità è un po' come la resurrezione, tesa tra un "già" - fatto di ascolto, dialogo, discernimento e decisioni in comune - e un "non ancora", legato alla scarsa consapevolezza ecclesiale che il Risorto è innanzitutto da cercare, sempre altrove.
17 Aprile 2026
  • fotografia di Matt Sclarandis su Unsplash

Il cammino (o processo) sinodale, la sinodalità stessa, con tutti i suoi pregi e difetti, speranze e delusioni, realizzazioni e incompiutezze, sono stati vissuti e interpretati come un’esperienza personale ed ecclesiale di vita nuova, rinnovata, risorta dalla morte e dalla tristezza che attanagliano spesso il nostro vivere quotidiano (DF 2). Per questo si è gradualmente consolidata la convinzione che tale processo potesse essere compreso (e ricompreso) all’interno di quello che è l’evento essenziale del cristianesimo: «ogni nuovo passo nella vita della Chiesa è (…) un’esperienza rinnovata dell’incontro con il Risorto… Partecipando a questa Assemblea sinodale, (…) vivendo la conversazione nello Spirito, in ascolto gli uni degli altri, abbiamo percepito la Sua presenza in mezzo a noi (…) che, donando lo Spirito Santo, continua a suscitare nel Suo Popolo una unità che è armonia delle differenze» (DF 1).

I padri e le madri sinodali hanno testimoniato che sono stati i racconti evangelici della Resurrezione ad aver «ispirato il nostro discernimento e nutrito il nostro dialogo. Abbiamo invocato il dono pasquale dello Spirito Santo, chiedendo a Lui di insegnarci ciò che dobbiamo fare e mostrarci il cammino da seguire tutti insieme» (DF 12). D’altra parte, come l’evento della Resurrezione, anche l’evento sinodale si muove tra un già e un non ancora: se non si può non riconoscere che la sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, «è già parte dell’esperienza di tante nostre comunità», non si deve nascondere che c’è ancora bisogno di suggerire «strade da percorrere, pratiche da attuare, orizzonti da esplorare» (DF 12) – che c’è ancora bisogno di esercizi spirituali di sinodalità per convertirsi dai peccati sinodali che abbiamo commesso e che non smettiamo di commettere. [1]

Il primo e fondamentale non ancora è legato ad un aspetto evangelico ed ecclesiale che segnalo da tempo – e di cui proprio un anno fa Papa Francesco ci ha donato (qui) un’ultima splendida testimonianza – ma che risulta essere anche lo snodo decisivo per un’interpretazione adeguata della missione nei nostri tempi difficili: non è un caso che esso sia stato identificato dai padri e dalle madri sinodali come il «cuore della sinodalità» (DF, Parte I). Il Risorto che la Maddalena, Pietro e Giovanni incontrano per primi – certamente ognuno «a modo suo» ma con una «dipendenza reciproca» – è il Risorto che ciascuno di loro innanzitutto «cerca» (DF 13). La Chiesa stessa, di conseguenza, prima ancora di essere colei che deve «testimoniare» il Risorto – un Risorto già da sempre dato, trovato e quindi semplicemente da trasmettere “bello e impacchettato” insieme ai suoi doni (di «pace», «libertà», «speranza», ecc.) – deve ricordarsi di essere innanzitutto e soprattutto «in ricerca» del Risorto (DF 14; cf. anche 140) – un Risorto che solo così può anticipare la Chiesa e donarsi in modo imprevedibile e sorprendente anche al di fuori di essa (AG 4; GS 44; EG 246; 272; 288). [2]

Non sembri questa una mancanza secondaria o un aspetto scontato. Una Chiesa che prima cerca e solo poi testimonia il Risorto, o meglio una Chiesa che testimonia innanzitutto e soprattutto il suo cercare il Risorto – e solo poi Chi ha trovato, o ancora meglio da Chi si è fatta trovare – è una Chiesa più attenta alla qualità che alla quantità della sua missione evangelizzatrice. È una Chiesa in cui, ad esempio, quell’«insieme abbiamo pregato, riflettuto, faticato e dialogato» (DF 49) non riguarderebbe solo la componente maschile, ma finalmente anche quella femminile, dato che le Scritture e la Tradizione ecclesiale, rispettivamente, «attestano il ruolo di primo piano di molte donne nella storia della salvezza» e «confermano l’apporto essenziale di donne mosse dallo Spirito» (DF 60). [3] È una Chiesa in cui ci sarebbe maggiore consapevolezza del fatto (evangelico) che «le vie della missione» sono tanto più fruttifere quanto più sono controcorrente e condivise: da un lato, concretizzandosi nel «fare qualcosa che i discepoli da soli non avrebbero fatto, (…) che i loro occhi e la loro mente non riuscivano a intuire» (DF 79); dall’altro lato, nel procedere sempre e solo se «tutti collaborano», se «ognuno ha un compito preciso, diverso ma coordinato con quello degli altri», a tutela dello «scambio dei doni» tra le «varietà di ogni popolo e di ogni cultura» (DF 109). [4]

Perciò la speranza finale del cammino sinodale è stata individuata nell’immagine escatologica del «banchetto», laddove «lo stupore e l’incanto della Sua presenza» è al servizio della possibilità che vi sia del buon cibo e del buon vino da condividere «per tutti» (DF 152), a cominciare da «i poveri, gli ultimi, gli esclusi, coloro che non conoscono l’amore e sono privi di speranza, coloro che non credono in Dio o non si riconoscono in nessuna religione istituita»: tutti da incontrare «con la creatività e l’audacia che lo Spirito ispira» (DF 153).

A noi, gente di Pasqua, il compito di cercare e imitare il Risorto, affinché così sia

______________________________________

[1] Ricordo che questi articoli si inseriscono nel tentativo di costruire un anno liturgico sinodale, partendo dal tempo ordinario successivo a quello di Natale – dedicato al dialogo ecumenico e interreligioso (con ebrei e musulmani) – e passando per quello quaresimale – conclusosi con la Via Crucis e la Via Lucis della sinodalità.
[2] Questo aspetto è presente nel  Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia solo nel paragrafo 12, laddove si invitano i cattolici italiani ad «essere più attenti alla voce dello Spirito e più incisivi nella ricerca e nella testimonianza del Signore risorto». Non è presente, invece, laddove poteva esserlo, come ad esempio nel paragrafo 20, laddove si cita il DF 14, ma si parla solo di testimonianza mentre si tace sull’espressione «in ricerca». Ciò costituisce sicuramente un passo indietro rispetto ai Lineamenti del cammino sinodale italiano (come avevo evidenziato qui).
[3] Da qui l’auspicio che «i relativi passi della Scrittura trovino adeguato spazio all’interno dei lezionari liturgici» (DF 60).
[4] Sorge qui, ad esempio, la necessità di «iniziative audaci per una data comune della Pasqua, in modo da (…) dare così una maggior forza missionaria all’annuncio» (DF 139).

2 risposte a “Risorgerà, un giorno, anche il cammino sinodale?”

  1. angelo bertolotti ha detto:

    Grazie per il compendio. Mi permetto far presente che chiedersi se anche il cammino sinodale potra’ risorgere presuppone il pensare che questi sia morto. Ora, augurarsi che un qualche cosa muoia prima ancora di iniziare (o che e’ appena iniziato) non e’ un bel augurio. Forse piu’ che di risurezione la sinodalita’ ha bisogno di un terreno che sappia dare ora il 100, ora il 60, ora il 30.
    E anche con frutti al 30% ce ne sarebbe d’avanzo.

    • Sergio Ventura ha detto:

      Prego. Mi permetto solo di precisare che in nessuna parte di questo articolo o nei precedenti articoli o nel libro del sottoscritto dedicati al tema in questione si pensa o addirittura ci si augura qualcosa come la morte del cammino sinodale. Il titolo, poi, vuole solo esortare a non lasciarlo sfiorire in questo tempo di innegabile attesa delle decisioni dell’assemblea di maggio della CEI…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)