Abbiamo molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni…sinodali!

Se guardiamo ai peccati, ai mali e agli abusi confessati durante il cammino sinodale comprendiamo perché molti preti, laici e religiosi avrebbero fatto volentieri a meno della sinodalità
5 Marzo 2026

Nell’anno liturgico sinodale che stiamo provando a costruire, ho dedicato il tempo ordinario che viene dopo quello di Natale al dialogo ecumenico e interreligioso (con ebrei e musulmani). Passata da due settimane la celebrazione del giorno delle ceneri, siamo ormai nel pieno del tempo quaresimale.

Un tempo difficile perché, come il cammino sinodale,  è centrato su una conversione sempre evangelicamente ispirata, sempre frutto delle apparizioni provocatorie del Gesù risorto: lontano sulla terraferma (Gv 21) o vicino sulla via (Lc 24), ma sempre difficilmente riconoscibile e sempre con un insegnamento controcorrente. Una conversione, quindi, verso l’altro e mediante l’altro. Un altro di cui, però, facciamo esperienza nel nostro cuore, in ogni nostra relazione e financo nelle strutture in cui incaselliamo, nolenti o volenti, la vita quotidiana. Perciò la conversione auspicata nel cammino sinodale è sempre stata triplice: personale, relazionale e strutturale.

Giunti a questo punto della Quaresima, dato che «per entrare nella fede pasquale e divenirne testimoni è necessario riconoscere il proprio vuoto interiore, il buio della paura, del dubbio, del peccato» (DF 14), dobbiamo chiederci quali siano questi peccati per i quali abbiamo chiesto perdono, «provandone vergogna» (DF 6) in quanto causano l’«opacità» (DF 20) di quella Chiesa sul cui volto dovrebbe risplendere la Luce di Cristo (Ut unum sint, 11; 14; 57). [1]

Nella Veglia penitenziale che ha aperto l’assemblea  sinodale del 2024, come affermano i padri e le madri sinodali, «abbiamo chiamato per nome i nostri peccati: contro la pace, la creazione, i popoli indigeni, i migranti, i minori, le donne, i poveri, l’ascolto, la comunione» (DF 6; Evangelii gaudium [EG] 76; 103-104; 154; 186-218; 239). C’è, quindi, sulla falsariga della conversione, una trilogia di peccati: contro le persone (di solito minoranze ai margini), contro le creature e il creato, contro atteggiamenti umani strutturali.

Tali «mali» possono riguardare la Chiesa non solo direttamente ma anche indirettamente, perché compiuti da cattolici, cristiani, spesso convinti di compiere se non il bene il “male minore”: «a partire dalle guerre e dai conflitti armati, e dall’illusione che una pace giusta si possa ottenere con la forza delle armi» o che «il creato, perfino le persone, possano essere sfruttati a piacimento per ricavarne profitto»,  mettendo «a repentaglio la vita di innumerevoli comunità, in particolare nelle regioni più impoverite, se non di interi popoli e forse dell’umanità tutta» (DF 54; EG 53-60; 67; 98-99). Senza dimenticare l’«individualismo culturale, che anche la Chiesa ha spesso assorbito» (DF 48; EG 63-64; 70; 78; 89-90; 262), «le molte e diverse barriere che dividono le persone, anche nelle comunità cristiane, e limitano le possibilità di alcuni rispetto a quelle di cui godono altri: le disuguaglianze tra uomini e donne, il razzismo, la divisione in caste, la discriminazione delle persone con disabilità, la violazione dei diritti delle minoranze di ogni genere, la mancata disponibilità ad accogliere i migranti», lo «scarto dei bambini, fin dal grembo materno, e degli anziani» (DF 54), sino alla «crisi degli abusi, nelle sue diverse e tragiche manifestazioni»: «abusi sessuali, spirituali, economici, istituzionali, di potere e di coscienza da parte di membri del clero o di persone con incarichi ecclesiali» (DF 55). [2]

Come nella migliore tradizione spirituale, l’emozione che permea questi «peccati» – e che è la spia necessaria perché possano venire alla coscienza ed essere poi confessati, perdonati e convertiti – è stata individuata nella «tristezza»: dovuta, da un punto di vista personale, alla «mancata partecipazione di tanti membri del Popolo di Dio a questo cammino di rinnovamento ecclesiale», e, dal punto di vista relazionale, ad una «fatica diffusa nel vivere pienamente una sana relazionalità tra uomini e donne, tra generazioni e tra persone e gruppi di diverse identità culturali e condizioni sociali, in particolare i poveri e gli esclusi» (DF 36; EG 2; 35; 83; 275). A tal proposito, mi sembra significativa di una ancora non sufficiente comprensione della complessità del fenomeno peccato l’assenza di un’analoga (o ulteriore) emozione riferita ai peccati strutturali o alle strutture di peccato, come se anche essi non producessero conseguenze negative, anche profonde, dal punto di vista delle emozioni.

In ogni caso, la conseguenza di questo divenire «capaci di riconoscere gli errori» dovrebbe comportare il sorgere di un forte «bisogno di guarigione, riconciliazione e ricostruzione della fiducia all’interno della Chiesa (…) e della società» (DF 46), soprattutto se i mali in questione si accumulano e si sistematizzano in «strutture di peccato» (DF 53). [3] Ma, fanno notare i padri e le madri sinodali, se l’inizio della consapevolezza di tali peccati è legata ad emozioni che ci turbano, premessa «fondamentale» di questo «cammino verso la guarigione, il pentimento, la giustizia e la riconciliazione» diventa l’«ascolto» di sé stessi, della propria interiorità: «la Chiesa deve riconoscere le proprie mancanze, chiedere umilmente perdono, prendersi cura delle vittime, darsi strumenti di prevenzione e sforzarsi di ricostruire la fiducia reciproca» (DF 55) – come, d’altronde, ci ha insegnato a fare Gesù (DF 51).

Per questo all’inizio della Quaresima è importante – anche per la Curia, anche per il Papa – effettuare degli esercizi spirituali. Nel cammino sinodale il ruolo di questi esercizi, di questa “ginnastica” del cuore e della mente, è assunto dai momenti di formazione. Ma questo lo vedremo la prossima volta…

 

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[1] È curioso notare come di quest’ultima frase, nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (§21), cada proprio la parola «opacità», riferita al peccato che oscura il volto della Chiesa rendendolo meno riflettente la Luce di Cristo: non possiamo non chiederci quanto sia casuale questa “caduta”…
[2] Sul legame tra abusi e clericalismo cf. DF 74: «il clericalismo inteso come uso del potere a proprio vantaggio e distorsione dell’autorità della Chiesa che è servizio al Popolo di Dio (…) si esprime soprattutto negli abusi sessuali, economici, di coscienza e di potere da parte dei Ministri della Chiesa». Molto chiaro in tema di identificazione degli «abusi di potere, di coscienza e sessuali» e delle conseguenti «proposte» correttive anche il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia (§§ 31, lett. c; 32).
[3] Cf. anche il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia che invita le chiese italiane «a riconoscere e denunciare (…) le strutture di peccato che agiscono iniquamente causando ingiustizia, violenza e sofferenza» (§20). Importanti in tal senso, anche se non declinati in chiave negativa di peccato bensì propositiva di promozione, sono i punti legati all’ascolto (5; 10; 69), alla pace (24), al creato (25), ai poveri (27), agli emarginati (30), ai giovani (37-39), alle persone con disabilità (58), alle donne (64; 71).  

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