Su Ravagnani abbiamo dato (spesso) il peggio di noi

La violenza web contro Ravagnani di molti che si dicono cristiani non è legittima libertà di critica, ma è segno di poca formazione evangelica, equilibrio umano e dice, ancora, un grave problema con la libertà di coscienza
9 Aprile 2026

Possiamo legittimamente avere remore, perplessità e anche critiche nei confronti di Alberto Ravagnani; o meglio, non tanto su di lui, sulla sua persona, ma sullo stile, le parole, finanche le idee e le scelte che egli ha compiuto. Alberto è un uomo pubblico, che ha dato ampia risonanza, da anni, a ciò che vive, e, dunque, è più che legittimo esprimere educatamente consenso o dissenso.
Io stesso, ad essere sincero, ero scettico sui modi del primo Ravagnani, il ‘prete influencer’ (e l’ho anche scritto), pur riconoscendo che, almeno, tentava una via ‘cristiana’ di abitare la rete, visto che ad oggi non siamo ancora riusciti a trovare un modo equilibrato, umano e evangelico di stare dentro l’online.

E tuttavia, sul suo caso, a partire soprattutto dalla comunicazione che ha fatto urbi et orbi (ma è la grammatica dell’influencer) della scelta di lasciare il ministero presbiterale, il peggio del mondo virtuale ‘cattolico’ è venuto a galla, senza freni, senza nessun tipo di limite. L’universo ‘cattolico’ ha ritenuto legittimo, giusto, se non doveroso, armarsi di livore e riversarlo su Ravagnani.
Invece di sobrie e argomentate critiche, ecco l’odio, la denigrazione, il giudizio implacabile sulla persona ad ogni piè sospinto, ad ogni occasione. Gli haters, si sa, popolano il web; ma fa sempre un poco specie vedere ‘persone’ con profili pieni di madonnine, santi, angeli, arredi liturgici, giaculatorie diventare voci distruttive di disprezzo, di odio; ovviamente in nome della ‘purezza evangelica’, della ‘sana dottrina’. Come se abbattere l’altro, insultarlo, ricoprirlo di sprazzante supponenza fosse la via maestra per ‘convertirlo’, per farlo ‘tornare sulla retta via’ (ammesso che questo, in fondo, sia lo scopo di tante parole).

Davvero sul caso Ravagnani la comunità cristiana (tutta, da chi ha ruoli importanti e parla nelle sacrestie a chi naviga il web per fare polemiche religiose) ha dato il peggio di sé: non accoglienza, sospensione del giudizio, misericordia o silenzio, moderazione, accettazione della libertà dell’altro; bensì toni urlati, condanne, minacce. La tristezza per le sue scelte, che possono peraltro essere comprensibili, così come la delusione, sono divenute frustrazione e amarezza e si sono trasformate, come troppo spesso capita, in una catena di produzione aggressiva, dove la violenza verbale diventa una bandiera. E si pretende che sia fondata sul Vangelo? Che spettacolo triste, che contro-testimonianza misera hanno messo in scena molti uomini e donne, che pure vogliono mostrarsi cristiani.

Non entro nelle dinamiche personali delle scelte di Ravagnani, di cui lui ha voluto dare in qualche modo conto (certamente assecondando la fretta del web) e che lo hanno posto in una posizione oppositiva, ‘ribelle’ per certi versi. Ma la nostra fede si basava prima sui video di Alberto come adesso sulle sue prese di distanza? Con un mondo in fiamme, dove la dignità umana è continuamente calpestata, non abbiamo forse dato troppo peso ai gesti di un giovane uomo in cerca di un diverso sé stesso? O forse meritava più attenzione, togliendo ciò che è semplice provocazione, il merito di alcune istanze che Ravagnani poneva e pone, seppur con modi discutibili, sulla vita del presbitero e del cristiano in generale in questo XXI secolo. Ancora: forse che abbiamo ancora un problema con la libertà di coscienza (la risposta è abbastanza ovvia: sì, abbiamo ancora non raramente quel problema).

Comunque, il tema che merita attenzione mi pare essere un altro: quanta cura di sé e del proprio equilibrio umano, quanta formazione evangelica, quanta capacità almeno di tacere mancano ancora in buona parte del popolo cristiano che abita la rete? Perché non si nota la contraddizione tra l’insulto gratuito in rete e la madonnina sul profilo, tra la violenza verbale e la giaculatoria su facebook?
Ci si lamenta della violenza dei potenti del mondo, che arrivano a farsi benedire mentre bombardano; ma non rischiamo di cadere nelle stesse dinamiche? Perché, alla fine, vale sempre il motto evangelico: «con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7,2).

 

5 risposte a “Su Ravagnani abbiamo dato (spesso) il peggio di noi”

  1. Gerlin Beppino ha detto:

    Sul tema preciso di questo ex prete dispiace constatare che il rilievo mediatico della sua esperienza abbia scatenato tutto il male qui accennato, anche se penso fosse inevitabile, visto il mezzo a disposizione di tutti e con il quale il protagonista si è fatto conoscere, apprezzare e (ahinoi) denigrare.
    Non è la prima e non sarà l’ultima celebrità dello schermo che viene osannata, giudicata e condannata. Amareggia che ciò sia accaduto ancora una volta, ma mi sembra che sia pure pietoso che il protagonista continui a dar spettacolo delle sue decisioni e scelte personali, pretendendo di volere l’approvazione di tutti. Con questo suo modo di fare sta rivelando l’inconsistenza della sua persona e rovinando la fiducia che si era conquistata, proponendo il volto giovane della Chiesa. Il mio consiglio è che sarebbe meglio per lui se evitasse di esporsi alla gogna mediatica e “scomparisse” nel silenzio come S. Giuseppe.

  2. Maria Smaldino ha detto:

    A me la sua scelta mette davvero molta tristezza, non rabbia, per quello a cui ha rinunciato e per i giovani che hanno creduto in lui. Spero che ci ripensi. Non tutto quello che dice è da rigettare, anzi. Ma rinnegare la propria chiamata… no.

    • Roberto Beretta ha detto:

      Non capisco perché. Se uno si converte al cristianesimo è un eroe da imitare, se uno lascia il sacerdozio diventa un rinnegato… Non sarà che ragioniamo per stereotipi?

      • Maria Smaldino ha detto:

        Gent.mo, ci terrei a precisare il mio pensiero. Non rinnego nessuno nel rispetto dei personali percorsi di vita, a volte difficili. Quindi nemmeno io accetto tanta violenza da parte di chi ha commentato. Mi sembra però che ci sia stata una dolorosa frattura con il passato voluta proprio da Alberto. Potremmo usare un altro termine più dolce di “rinnegamento” ma temo che non cambi la sostanza. Grazie.

  3. Francesco Ciottilli ha detto:

    Ho letto il suo libro e sinceramente non trovo quasi nulla da contestare, ammesso che sia il termine giusto…Anzi piuttosto condivido molto del suo pensiero, mentre non condivido affatto la critica negativa che gli è stata rivolta. Direi che se ci fossero più preti liberi di esprimere la propria opinione seguendo la propria coscienza avremo meno chiese vuote. La gente ha sete di verità non di ipocrisia.

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