Ravagnani, Acutis… e una Chiesa che con i giovani non sa cosa fare

Due fenomeni all’apparenza opposti, i video di Ravagnani e una certa devozione emotiva per Acutis, dicono la grande difficoltà della Chiesa a capire chi è nato nel XXI secolo
13 Febbraio 2026

Sul caso Ravagnani hanno già scritto in molti, e tanto, anche assecondando l’esposizione mediatica del personaggio. Quello che, però, mi pare meritevole di ulteriore attenzione riguarda il nodo della ‘pastorale giovanile’, ovvero: che tipo di pastorale la Chiesa riesce a mettere in campo per stare con adolescenti e giovani e vivere con loro durante il tempo della crescita?
A me pare che il ‘fenomeno Ravagnani’ (prima dell’estate 2025) e il ‘caso Acutis’ siano due facce della stessa medaglia, ossia manifestino — su fronti all’apparenza opposti — come la Chiesa oggi molto spesso non sa cosa fare, cosa dire, cosa e come ascoltare, in che modo camminare con i giovani.

Preciso che per ‘caso Acutis’ non intendo la figura di Carlo in sé (sulla cui santità e della cui testimonianza cristiana ci sono state le necessarie indagini e il sigillo della Chiesa), ma tutto il clamore emotivo e mediatico che è nato ed è stato fomentato attorno alla vita di questo ragazzo, con forme comunicative assai discutibili (l’uso dell’intelligenza artificiale, in primis, per ‘dialogare con lui’, mescolando vero e falso senza alcuna remora), modalità devozionali che rispondono a criteri premoderni (l’insistenza sulle reliquie, sul corpo, sui fioretti, etc), con un culto religioso che a volte si basa su paradigmi esistenziali quasi disincarnati.
Ecco, da una parte la Chiesa con i ragazzi ha percorso la strada nota e rassicurante della devozione agiografica e della comunicazione apologetica, decidendo di puntare su un modello il più alto possibile, il più ‘luminoso’, e quindi il più superficiale, al fine di ‘conformarli’, di spingerli all’imitazione, indicando che quella è la strada per maturare nella fede: ma davvero l’immagine che è stata data di Acutis gli ha tolto carne e vita, staccandolo dalla quotidianità degli adolescenti di oggi, e in questo facendo un torto, forse, allo stesso Carlo. La medesima scelta di renderlo patrono di Internet risponde a questo: abbiamo uno schema tradizionale e noto, griglie comportamentali consolidate, diamo una pennellata di contemporaneità e così abbiamo ‘risolto’ la questione. Illusione di adulti che con i ragazzi e le ragazze spendono poco tempo.

Uno schema analogo, mi pare, è stato quello di Alberto Ravagnani: i suoi video social avevano un contenuto tradizionale, da catechismo libresco in pilloline, con non poca dose di morale e di spiritualità classica, ma il tutto era reso con uno stile e un linguaggio accattivanti, rapidi, contemporanei. Dunque, un mezzo nuovo per trasmettere (e sottolineo trasmettere) l’architrave dei contenuti dottrinali tradizionali, ma lontani dal vivere attuale di giovani e adolescenti.

In entrambi i casi, dunque, vi era una modalità trasmissiva e unidirezionale, con la proposta di qualcosa (modello, concetto, etc) a cui il giovane e la giovane potevano aderire e non aderire. Ma, appunto, tutto unidirezionale.
Non è un caso che, salvo eccezioni, questi modi abbiano avuto più successo con gli adulti formatori che con i ragazzi: perché gli adulti formatori si trovano oggi di fronte alle grandi difficoltà del credere e del vivere delle nuove generazioni, per le quali le antiche chiavi non aprono sostanzialmente quasi più alcuna porta di vita vissuta, di condivisione, di linguaggi, di cammini umani e spirituali percorsi insieme.
I video di Alberto rimbalzavano sulle chat delle catechiste e dei catechisti, ma nessuno degli adolescenti con cui passo le mie giornate sapeva e sa chi è; indubbiamente alcuni giovani sono stati attratti dal carisma di Ravagnani, ma su decine di migliaia di follower, quanti realmente? E di Acutis, mi pare parlino più gli adulti che gli adolescenti.

Questo scarto, peraltro, è stato ammesso dallo stesso Ravagnani, nel suo recente libro, dicendo che (semplifico) alla fine si è accorto che dava contenuti ‘vecchi’ in modi ‘nuovi’, che, tuttavia, non rispondevano più alla concretezza del vivere di chi oggi è in crescita, di chi attraversa smarrimenti e disorientamenti notevolissimi. Questo per dire, comunque, che la difficoltà oggi della ‘pastorale giovanile’ è grande e richiede così tanto impegno e tempo che le scorciatoie sono solo consolanti per gli adulti. Rassicurano gli adulti, tracciano piste all’apparenza nuove (il santo giovane, il video su tiktok), ma in sostanza molto datate e poco aderenti a quella che è l’esistenza di una persona nata e cresciuta nel XXI secolo.

Ovviamente non ho ricette e indubbiamente la via di Ravagnani è stata un tentativo, certamente buono nelle intenzioni, e a tentativi oggi si procede. Rimane, però, il nocciolo: a questi giovani, a questi adolescenti, oggi cosa possiamo offrire? E da loro cosa possiamo ricevere? E insieme, come possiamo abitare il qui e ora da cristiani?

16 risposte a “Ravagnani, Acutis… e una Chiesa che con i giovani non sa cosa fare”

  1. giovanni sannino ha detto:

    Nel cammino Neocatecumenale, che tanti criticano ma pochi conoscono, c’è una figura, quello del didascalo. Sono tanti. Si configura a quella del catechista. Sono coppie sposate con figli. in breve : si prendono cura dei figli degli altri in maniera costante settimanalmente presso le loro case in un percorso catechetico ben strutturato post cresima per portarli ad una fede più adulta tramite la loro esperienza e trasmettendo quello che è sempre giovane: Cristo Gesù morto e risorto. i giovani apprezzano e vivono momenti di comunione che culmina in un campo annuale estivo. i Sacerdoti appoggiano con discrezione e intervengono regolarmente con i sacramenti per i giovani opportunamente preparati dagli adulti e supportano i disascali con la loro presenza e sostegno in questo compito arduo. Tutti crescono in pazienza perché con i giovani ci vuole molta pazienza ma non deve mai mancare il rispetto per chi trasmette loro la perla preziosa.

  2. Daniele Gianolla ha detto:

    Concordo su tutto, e mi ritorna alla mente quel che avevo scritto tempo fa su Vino Nuovo… È una situazione che perdura da almeno 25 anni!
    Ormai a messa (mentre ascolto un’omelia che dice niente) mi metto a contare le persone nella fascia d’età 10-45 anni: mi basta una mano.

  3. Erik Moratto ha detto:

    Per i giovani conta la testimonianza in carne ed ossa di chi si trovano davanti. Il resto è un contorno, su cui molti spendono energia, tempo e soldi con pochi risultati.
    Ci vogliono insomma uomini e donne
    gioiosi, saldi nella fede, aperti all’ascolto che vivono la dove sono posti dal Signore.
    I ragazzi vedono tutto.

  4. EFISIO BOVA ha detto:

    Concordo al’80%. La Chiesa fatica con gli adulti (dal 35% di pratica negli anni ’80 a meno del 20%).
    Il vero problema è il focus ossessivo su “contenuti” e “comunicazione” (marketing).
    Nelle aziende serie il marketing è conseguenza del prodotto.
    Il “prodotto” vero — quello su cui nessuno vuole lavorare — sono le comunità: luoghi dove si fa esperienza di Dio e di carità fraterna.
    Non è la comunicazione efficace a generare esperienze, ma sono le esperienze a comunicare efficacemente.
    Le trattorie dove si mangia bene non spendono in marketing ma hanno sempre la fila: chi ci va ne parla spontaneamente.
    Sono i fast food a investire in comunicazione.
    Alberto poteva fare i reel più fighi del mondo, ma poi? Dove potevano andare quei giovani a vivere un’esperienza che cambiasse la loro vita?
    Rahner disse che il cristiano del terzo millennio o sarà un mistico — con una fede vissuta nell’interiorità e nell’esperienza diretta di Dio — o non sarà.

  5. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Se il cristianesimo non fa breccia, forse dipende dal fatto che necessità essere conosciuto incarnato; come il bambino conosce la madre quando accosto al seno si nutre, sente il suo amore, e nel caldo abbraccio percepisce da lei sicurezza, la chiama e lei la madre sa di cosa ha bisogno anche se il figlio ancora non ha l’uso della parola. Nella frenesia del correre per molte altre incombenze si sta trascurando questa essenzialità che è il dialogo tra esseri umani basato sul donare in tanti modi di se, facendo la reciproca conoscenza. E da quale Maestro ricevere lume se non da Cristo maestro in umanità! Lui il Dio incarnato ha testimoniato prendendo dal Padre per dare a noi ciò di cui abbiamo bisogno. Lui allora :” cosa vuoi che ti faccia?oggi a noi: “venite a me perché spendere denaro per ciò che non è pane? “ Tutti chiedono denaro oggi, tutto dipende da quanto si possiede ! ma Cristo desidera essere nel cuore della persona per offrirgli la vita

  6. Georgiana Tufeanu ha detto:

    Tutti i miei amici giovani erano accattivati dallo stile di Alberto, perché sapeva davvero comunicare con loro. Per il resto si parla sempre di attrae i giovani ma non funziona con lo stile delle signore over 70.

  7. Mariaregina Zanelli ha detto:

    Grazie per questo articolo, mi ha fatto sentire meno sola e più “a casa”. Da anni sto con adolescenti e giovani e in questi ultimissimi anni davvero mi chiedo, quasi ogni giorno “da che parte cominciare?” vedo sempre più proposte, ai ragazzi, da parte di sacerdoti ed educatori “al ribasso”. grandi mangiate, bevute, divertimenti, le solite gite …”eh così li attiri”, mi obiettano alla mia perplessità, che però rimane. Perché, mi chiedo, che cassetta degli attrezzi stiamo dando loro per affrontare scelte e sfide (che saranno anche dolorose, certo difficili)? Non pretendo certo di avere risposte, solo mi chiedo chi annuncerà il Vangelo, se non lo farà la Chiesa, cioè ciascuno di noi? il Vangelo quello delle Beatitudini, per intenderci, quello di Mt 25 che non è devozione non è qualche (bella!)pratica non è una qualche esperienza emozionante… Poi i mezzi sono molto meno importanti di avere le idee chiare su “dove” vogliamo andare.

  8. Stefano Buttinoni ha detto:

    Grazie.
    Finalmente qualcosa che mi risuona come utile, come vero.

  9. Aldo Di Canio ha detto:

    La pastorale giovanile, come tutte le pastorali, vengono portate avanti “per” e non “con” e se il “con” esiste è tutto intra ecclesiale non sono neanche ascoltati i giovani lontani, quelli scomodi, a cui bisogna andare incontro almeno per ascoltarli.
    I giovani, per quel che conosco, sono più per impegni forti…Acutis lo è!

  10. Maria Crasso ha detto:

    I genitori dovrebbero ricordarsi che i figli sono di Dio, anche se affidati a loro, e dovrebbero affidarli a Lui per proteggerli dal male e vederli felici. Perché Acutis era un ragazzo felice.
    Pregava perché ci credeva e si inginocchiava davanti all’Ostia perché sentiva che lì c’è Gesù. Il Ravagnani di recente ha confessato i suoi dubbi sulla Messa, come tanti sacerdoti che recitano anziché pregare.
    Invece la preghiera è la chiave di tutto, come disse Salomone, perché Dio è onnipotente.
    “Pregai, implorai, e ottenni la sapienza che preferii a scettri e troni perché di tutto questo è madre…”.

    • Luigi Mansi ha detto:

      Tanti sacerdoti che “recitano” anziché pregare….Penso, a mio modesto avviso, che proprio questa è la radice di tanti problemi nel rapporto con i giovani. + Luigi Mansi

  11. Adriano Lanzoni ha detto:

    Concordo totalmente.
    Con i giovani bisogna starci, ascoltarli.
    Va capito il linguaggio giusto da utilizzare.
    Oggi si commentano alcuni modi utilizzati negli anni 70, ad esempio la Messa beat con chitarre e batteria, ma hanno permesso di interfacciare parecchi giovani e poter dialogare con loro.
    Non dico che oggi si deve tornare lì ma come a quei tempi dobbiamo trovare il modo magari un po originale per poter stare con loro.

  12. angelo bertolotti ha detto:

    Caro Di Benedetto, la questione vera non e’ il non avere ricette, ma la mancanza di volonta’, nei “nostri ambienti”, anche solo di mettersi a parlarne. Lei continui a farlo: per favore!

  13. Roberto Piva ha detto:

    Condivido perfettamente la riflessione. Il cardinal Martini diceva che “nella Chiesa siamo indietro di 100 anni”. Si rende necessaria la riforma che papa Francesco aveva aperto nel campo pastorale, liturgico e di evangelizzazione. I pastori dovranno spingere di più per il cambiamento guardando in faccia una realtà che ha dato il volto alla Chiesa più da ONG che di cristianesimo; gioca molto la confusione tra tradizionalisti che dicono una cosa e i progressisti che ne dicono un’altra e diviene deleteria per esempio sulla diffusione della Parola cosicché si resti il più possibile nell’ignoranza. Nessuno ha la bacchetta magica per cambiare le cose ma abbiamo Qualcuno che è tanto di più: lo Spirito Santo, Egli ci porterebbe in Cristo e, con più realismo si potrebbe migliorare o svecchiare la liturgia, il rubricismo, il sacramentalismo… per portarci ad essere quello che dobbiamo essere: pescatori di uomini e, dunque, una Chiesa in uscita. Grazie buona giornata.

  14. Massimo Gonti ha detto:

    …e se lo chiedessimo a loro?
    Per poi provarci, naturalmente!

    • Emilio Lazzeri ha detto:

      Perfetto. E’ sicuramente la strada giusta. Come quando Don Milani faceva scrivere ai suoi ragazzi cosa pensavano di un argomento e poi ne traevano una sintesi e una conclusione. Lettera a una professoressa è stata scritta così; idee nuove che poi hanno rivoluzionato la scuola. In questo caso , chiaramente, i desideri, le preoccupazioni, gli ideali, le speranze dei giovani dovranno essere elaborate nello spirito cristiano, ma sempre secondo il loro modo di vedere il mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I commenti devono essere compresi tra i 60 e i 1000 caratteri. I commenti sono sottoposti a moderazione da parte della redazione che si riserva la facoltà di non pubblicare o rimuovere commenti che utilizzano un linguaggio offensivo, denigratorio o che sono assimilabili a SPAM.

Ho letto la privacy policy e accetto il trattamento dei miei dati personali (GDPR n. 679/2016)