All’inizio del pontificato di Leone XIV ho messo in evidenza la «complessità» dell’approccio teologico e antropologico del nuovo vescovo di Roma. Tale caratteristica rende assolutamente necessario non selezionare e, soprattutto, non assolutizzare i singoli interventi del pontefice, ma tenerli presenti sempre insieme. Se nel caso di Francesco, però, era necessario inseguire e ricomporre i frammenti del suo «pensiero incompleto» nel loro sviluppo processuale (come è tipico del pensiero gesuita), riguardo Leone XIV tale «complessità» sembra presentarsi spesso in modo dialettico, all’interno di interventi ravvicinati che si rispecchiano l’uno con l’altro (caratteristica probabilmente non casuale per un agostiniano).
Già era successo a proposito della tematica famiglia, quando ad un discorso più tradizionale (quello dell’omelia del 1 giugno) era seguito (il giorno successivo) un messaggio contenente le consuete – durante il pontificato di Francesco – aperture alle situazioni familiari che richiedono «nuovi criteri di valutazione e diverse modalità di azione». O più di recente – come ha fatto notare Stefano Sodaro – quando all’udienza concessa al segretario della Lega (in qualità di vice presidente del consiglio e ministro dei trasporti) è seguita, nell’eparchia di Piana degli Albanesi, la nomina a vescovo cattolico di un prete di rito bizantino. In modo ancora più eclatante ed esemplare tale complessità si è manifestata tra il 24 e il 25 agosto scorsi, sempre che leggiamo il discorso ai ministranti francesi del 25 agosto alla luce dell’angelus del giorno precedente.
Il primo discorso, in sé, sembra volto a rinserrare le fila e rafforzare l’entusiasmo della propria (futura) squadra. Una squadra in cui «la mancanza di sacerdoti» viene letta esclusivamente secondo la categoria della «disgrazia» («grande») – quando in effetti Papa Francesco invitava (qui) a «riflettere insieme e restare attenti ai segnali dello Spirito». Di conseguenza, il loro «numero» diventa «grande consolazione», oltre che «segno di speranza», mentre la testimonianza richiesta deve essere carstterizzata non più solo dalla «gioia» ma anche dalla «fierezza».
L’incontro e il rapporto intimo (di dialogo, d’amore e di amicizia) con Cristo viene giustamente messo al «centro», perché egli è il «solo» salvatore: di fronte alle «sfide sempre più gravi e inquietanti», «nei momenti difficili di dubbio, di sconforto e di tempesta», di fronte alla «sofferenza», alla «malattia», alla «morte». Con la precisazione che Egli è tale «ancora sicura gettata verso il cielo (cfr. Eb 6, 19)» solo ed esclusivamente per amore nei nostri confronti, «fino a morirne».
La stessa Eucaristia, il memoriale della Sua salvezza e del dono gratuito della Sua vita per amore, è «il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori». Un momento però, non solo di «festa», di «santità», ma anche «serio, solenne, intriso di gravità». Perciò, aggiunge Leone XIV, il sacerdote deve sentire non solo la «gioia» ma anche l’«onore» di servirne la «grandezza sacra»: con il «silenzio» e la «bellezza liturgica», ma anche con «la dignità», «l’ordine e la maestà dei gesti».
In definitiva, potrebbe sembrare che in questo discorso di Leone XIV trionfi, con le parole di alcuni teologi, più la società dell’onore che quella della dignità, più una liturgia del culto che quella della vita. Certo, di sfuggita si parla anche dell’aiuto di Gesù «a “convertirci”, (…) a crescere nella fede e nel suo amore, per diventare discepoli migliori», ma sostanzialmente la vita con Gesù è «meravigliosa», «bella e felice»: «che destino inatteso! Che felicità! Che consolazione! Che speranza per il futuro!».
Se ci fermassimo qui e cedessimo alla tentazione predominante di polarizzare anche questo aspetto della vita, potremmo dire, usando le parole di don Tadeusz Rozmus, parroco di Castel Gandolfo, che con Leone XIV «dopo 13 anni cambia la storia», esultando o lamentandoci a seconda del giudizio personale sul pontificato di Francesco. In realtà, mi sembra che l’angelus del giorno precedente funzioni da correttivo rispetto a questa tentazione e permetta di avere una visione integrale e, appunto, complessa del pensiero di Leone XIV.
Nell’angelus, infatti, il neovescovo di Roma non sfugge di fronte alla «bella provocazione» del Vangelo di Luca che vuole «scuotere la presunzione di coloro che pensano di essere già salvati, di quelli che praticano la religione e, perciò, si sentono già a posto»: «mentre a volte ci capita di giudicare chi è lontano dalla fede, Gesù mette in crisi “la sicurezza dei credenti”».
Leone XIV è molto chiaro poi – e non è la prima volta – circa il rapporto tra liturgia della vita e liturgia del culto: quanti cristiani «non hanno compreso che non basta compiere atti religiosi se questi non trasformano il cuore»? «Il Signore non vuole un culto separato dalla vita e non gradisce sacrifici e preghiere se non ci conducono a vivere l’amore verso i fratelli e a praticare la giustizia»; «non basta professare la fede con le parole, mangiare e bere con Lui celebrando l’Eucaristia o conoscere bene gli insegnamenti cristiani. La nostra fede è autentica quando abbraccia tutta la nostra vita».
Il Vescovo di Roma poi, sulla scia di Francesco, non fa alcuno sconto in materia, avvertendo questi cristiani del rischio che «quando si presenteranno davanti al Signore vantandosi di aver mangiato e bevuto con Lui e di aver ascoltato i suoi insegnamenti, si sentiranno rispondere: – Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia! – » (Lc 13, 27).
Quindi, va bene lo slogan Gesù al centro , ma sempre che Lui sia presentato integralmente come «misura della nostra fede», rifuggendo «la via facile del successo o del potere» e «diventando, con la nostra vita, operatori di giustizia e di pace», cercando di «perseverare nel bene laddove sembrano prevalere le logiche del male».
Se questa rinnovata centralità di Cristo sarà al servizio di una vita che testimoni il «cuore largo» e la «larghezza d’amore» di Dio nulla questio. Ma se diventerà la “scusa”, come qua e là appare, per ritornare ad una liturgia senza vita o ad una sacralità dell’onore che va a discapito della dignità e santità di ogni uomo e donna, allora ne vedremo delle belle…
Se la celebrazione della S.Messa tornasse a essere officiata recuperando quanto in fin dei conti, lo stesso Dio Padre ha creduto insegnare ai suoi Sacerdoti, la cura all’altare, in quanto li si fa presente Dio stesso. Una musica creata a essere preghiera corale anche per chi fa è muto a far parlare il cuore. Siamo noi che abbiamo bisogno di Lui Di Padre, Potente è Misericordioso, Maestro di verità,, Parola che non muta, siamo noi i poveri, affaticati, sempre con il cuore bisognoso di ascolto. Onore non da cortigiani, lui rifiuta chi lo invoca” Signore, Signore e poi non fa la volontà del Padre suo”La Messa così diventa quel cibo necessario in supporto alle ns. necessità, infonde coraggio la certezza che esiste più in alto, un Dio che se invocato si fa vicino, apre all’agire per amore, unica via sicura. Il mondo ci innonda in sovrabbondanza di cose, ma non può e non arriva a ciò che più conta, i desideri del cuore.
La serie di citazioni può portarci a dire che, oltre alla categoria della complessità, si potrebbe valutare anche quella della “equidistanza”, ossia del comporre fratture ‘accontentando’ l’interlocutore presente di volta in volta. Che non è tanto ‘centrismo’, ma dare un colpo qui e uno là. Ma questa strategia presto dovrà lasciare il passo, di fronte a prime inevitabili scelte.