Una settimana fa il suicidio della giornalista perugina Laura Santi, affetta da sclerosi multipla, e la lettera ai giornali per ribadire i motivi della sua battaglia legale e politica insieme all’associazione Luca Coscioni, hanno riacceso il confronto pure nel mondo cattolico in merito alla legge sul fine-vita ancora in elaborazione: si ribadisce l’inviolabilità di ogni esistenza, si richiede un ripensamento profondo della medicina della palliazione, si rilancia la legge 219/2017 sulle Dichiarazioni anticipate di Trattamento, si mette in guardia dalle derive culturali registrate nei Paesi in cui il suicidio assistito è già legge, si raccomanda proporzionalità delle terapie soprattutto quando la prassi sanitaria “salta” il confronto con i pazienti e i loro familiari.
Le testate nazionali hanno dato rilievo al ringraziamento che Laura Santi, molto critica sull'”invadenza del Vaticano” su questi temi, ha rivolto a mons. Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, che ha chiamato “amico speciale” per l’ampio ascolto riservatole nella visita di undici mesi prima: “Mi ha abbracciata, mi ha passato la borraccia, si è seduto e mi ha ascoltata”, aveva detto allora, sottolineando di non averlo riconosciuto subito come arcivescovo, essendosi presentato soltanto come “don Ivan”.
Dopo la pubblicazione della lettera di congedo di Laura Santi, l’arcivescovo Ivan ha affidato all’agenzia ANSA poche parole di commento con tempismo giornalistico (Maffeis è stato per dieci anni direttore del settimanale della diocesi di Trento e per sei anni portavoce della CEI) al fine di evitare fraintendimenti o strumentalizzazioni. “Questo è il giorno del silenzio, abitato dal dolore per lo spreco che la morte porta con sé e dalla riconoscenza per il tratto di strada condiviso”, ha dichiarato l’Arcivescovo, che al Corriere della Sera ha aggiunto poche altre frasi: “Sono un prete, un pastore, entro nelle case in punta di piedi con il rispetto e la discrezione che ogni persona merita. Parlare, in questo momento, sarebbe consegnare un mistero che deve restare custodito”.
Poche righe che possono marcare però un riferimento prezioso per chi s’interroga sulla posizione dei cattolici in queste situazioni. Don Ivan già undici mesi fa aveva agito con umiltà e prudenza, senza dare enfasi a quella sua visita. Ha “cercato” e visitato Laura perchè per lui era un’ammalata della sua città ed una collega con la quale aprire un dialogo o meglio un ascolto. “In punta di piedi”, appunto, con quell’atteggiamento di estrema attenzione semplicemente a “stare accanto”, a esprimere vicinanza umana e cristiana. Una scelta che rende evidente come la persona – ogni persona con quel mistero che deriva anche dalla sua storia e dai suoi percorsi di senso e di valore – viene prima di ogni posizione politica o ideologica. Anche prima di una specifica battaglia di cui può essere diventata simbolo.
Un precedente simile si potrebbe ricercare nell’iniziativa di papa Francesco che nel novembre scorso, di ritorno in macchina dall’Università Gregoriana, si è fatto portare a casa di Emma Bonino, appena rientrata da un delicato ricovero in ospedale, per esprimerle incoraggiamento e coltivare una relazione di sostegno motivata dallo stato di fragilità in cui si trovava l’esponente radicale. Al Papa, per quel gesto di amicizia, non mancarono severe critiche da parte di qualche cattolico che anche in quest’occasione avrà storto il naso per il riferimento di mons. Maffeis a quel “tratto di strada condiviso”.
Ma possiamo stare certi che vi sono anche tanti cristiani e cristiane – senza essere papi o arcivescovi – che sanno ogni giorno andare a “visitare” chi è attanagliato dalla disperazione del dolore. Tanti samaritani del fine-vita che sanno regalare ascolto discreto e umile a chi si trova prigioniero di malattie invalidanti ed è costretto ad affrontare sulla propria pelle (non solo nel dibattito politico-giornalistico) le domande angoscianti sul senso e l’accettazione dei dolori che segnano la fase finale della propria esistenza.
Si visitare, si ascoltare, ma anche ammonire.
La disperazione non è data dai dolori fisici ma dalla mancanza di senso del non credente.
Laura Santi si era fatta sbattezzare come suo marito. Senza saperlo, o forse sapendolo, aveva ritirato la rinuncia a Satana che si fa nel battesimo.
I pastori non devono fare gli amiconi come i genitori che rinunciano a fare i padri per essere amici del figlio. Devono istruire, ammonire, mettere in guardia dai pericoli veri
E se un giorno scoprissero che con la loro “amicizia” hanno ingrossato l’inferno?