«Fin dal mattino semina il tuo seme e a sera non dare riposo alle tue mani, perché non sai quale lavoro ti riuscirà meglio, se questo o quello, o se tutti e due andranno bene» (Qo 11,6). La vita di campagna, al netto del romanticismo bucolico, è una faticaccia. E ce lo ricorda bene questo passo di Qoelet, che potrebbe richiamare (o meglio essere richiamato da) il più noto seminatore della parabola di Gesù. Il punto in comune è questo: bisogna seminare, sempre, giorno e notte, con tutta la propria semenza. Potranno esserci terreni diversi, uccelli, sole… a condizionare il raccolto, noi non lo sappiamo. L’unica cosa da fare è spendersi per tutti, tenere l’orizzonte il più vasto possibile.
Purtroppo non sembra questo lo spirito con cui le numerosissime critiche si stanno muovendo attorno al tema “diaconato femminile” a seguito dell’ormai tristemente nota Sintesi della Commissione di Studio sul tema. Più che dei seminatori che gettano il proprio seme a piene mani, sembra di trovarsi davanti a dei cecchini che con attenzione chirurgica (meglio, canonica) cercano di centrare proprio quel pezzetto di terra affinché lì possa crescere. E niente, anche l’ultimo lancio è andato vuoto, tutto da rifare, non resta che lamentarsi.
Ma è proprio così che stanno le cose? Non staremo forse chiudendo troppo il nostro orizzonte? Non ci stiamo focalizzando su un solo problema (per il quale, sarò sincero, non mi sono mai appassionato, ma questo è un problema mio), dimenticando come questo risultato “mancato” in realtà non sia una sconfitta per pochi, ma metta in luce problemi atavici che nella Chiesa continuamente si ripetono e che forse sono il vero problema da affrontare (e, stavolta, riguardano tutti)?
Provando a passare in rassegna alcuni spunti che sembrano emergere dall’attuale querelle, emerge con chiarezza quella che ormai possiamo definire impossibilità di riforma nella Chiesa (salvo, forse, arrivarci a secoli di distanza, come detto da Manuel Belli, per poi, una volta fatta la riforma, affermare, direbbe Michael Seewald, che si è sempre fatto così). Ci sono determinate dinamiche, figure, istituzioni ecc. che, pur a fronte di una sensibilità e di una comunità chiaramente orientate, impediscono la crescita pastorale e autenticamente cristiana della Chiesa. È il classico: voi parlate pure, che tanto alla fine decidiamo “noi”. Appunto: questo “noi” è uno dei veri problemi.
A questo primo punto se ne associa un secondo, strettamente legato proprio alla Sintesi richiamata in precedenza: «Come vengono trattati certi argomenti nei documenti ecclesiastici? Quanta “violenza” si può leggere in un certo linguaggio, in certe parole, in certi “orizzonti di significato”? Da ciò che viene scritto (e come) si può già intuire molto su quanto si voglia incarnare (o ostacolare!) un effettivo stile dialogico, su qualsiasi tema» (Sergio Di Benedetto).
In terzo luogo, nell’espressione “diaconato femminile” la peculiarità è il primo termine, non il secondo. In questo senso, il diaconato è una fattispecie del vero problema: il femminile. Che ruolo hanno le donne nella chiesa, come sono viste e considerate? Al di là dei ruoli di “comando”, cui spesso comunque accedono religiose o consacrate, che valore ha la voce femminile nella comunità cristiana? Quanto sono valorizzate quelle che già ci sono? E allargando lo sguardo: che rapporto si ha nella chiesa con la sessualità, propria e altrui? Con il nostro essere maschi e femmine, ben prima della sessualità per così dire “praticata” (su cui pure si sono dette e si continuano a dire troppe parole!)?
Eppure lo stesso diaconato ha un suo rilievo e anche qui, forse, sarebbe bene giocare a carte scoperte. Quali sono le effettive ricadute di un’apertura al diaconato femminile? Sarebbe la panacea dei mali dell’attuale fede cristiana? Dubito, e dubito pure che qualcuno dei sostenitori lo pensi. È però un passo indispensabile per “crepare” quel monolite che è il ministero ordinato in generale, quindi non solo diaconato ma anche presbiterato ed episcopato: «La questione allora riguarda solo le donne o non, più generalmente, tutto il popolo di Dio nei suoi tria munera: docendi, regendi e sanctificandi? La sfida si pone tra uomini e donne o non piuttosto fra clero e laicato, ovvero per una visione differente della struttura stessa della comunità cristiana?» (Sergio Ventura).
Una visione differente che, tra l’altro, già sta fiorendo e germogliando in diverse parti, non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e nel mondo. Equipe di presbiteri, laici e laiche che gestiscono comunità a prescindere da ruoli o competenze, ma nell’unico Spirito del Vangelo. Queste esperienze raccontano da sé la possibilità di una Chiesa diversa, pur non comparendo sui social o sui documenti scritti: «Non varrebbe la pena dare voce anche a loro? Aiutarle, valorizzarle e “gettare” anche questo seme a piene mani? Quanto si può imparare pastoralmente da queste esperienze, al di fuori delle “secche” teologico-canonistiche?» (Enrico Parazzoli, Fabio Colagrande).
Queste esperienze, infine, ci aprono a un’altra grande questione: l’ecumenismo. Quale immagine di Chiesa (cattolica) offriamo con certe aperture, ma soprattutto con certe chiusure? Qualcuno si cimenta con le grandi spiritualità orientali, ma ci ricorda Sergio Di Benedetto che potremmo pensare anche al ben più vicino mondo d’Oltralpe, in Svizzera, Germania, fino al nord America, in diverse comunità soprattutto evangeliche o protestanti. Quanto c’è anche qui da imparare e da condividere? Non a colpi di fioretto con “dogmi” o “confessioni di fede”, ma sporcandosi le mani nella comunità concreta, nei rapporti vivi tra persone. Certo, se si ha la volontà e forse il coraggio…
Ben inteso, tutto ciò che stiamo dicendo non intende screditare le critiche più che lecite che si stanno sollevando da più parti: «Nella Sintesi stessa si rivelano una tradizione e una teologia che devono essere superate e illuminate proprio grazie al lavoro che tanti esperti ed esperte stanno facendo sull’autentica tradizione e su una sana teologia» (Gilberto Borghi). Eppure, si deve allo stesso tempo evitare che la polarizzazione delle parti (sì/no, maschi/femmine) e il sequestro dell’attenzione sul tema “diaconato femminile” finiscano con l’esacerbare gli animi, facendo passare il messaggio che si tratti di una “fissa” di pochi. Arrivando così, paradossalmente, a ridurre la portata effettiva delle questioni che ci sono in gioco e per cui davvero val la pena di continuare a “seminare”, criticare, risvegliare la coscienza e l’attenzione. Non è un problema solo per le donne che desiderano diventare diaconesse, non è un problema di “pari opportunità”, ma è una visione ecclesiale che deve cambiare, per tutti ma soprattutto per il senso della fede cristiana che tutti accomuna, e per la verità propria del Vangelo.
Certo, ci vorrebbe un lavoro corale anche solo per toccare e far vibrare una per una le corde che abbiamo elencato. Per fortuna il gruppo di VinoNuovo è formato da persone che hanno la giusta dose di passione, competenza e “follia” per provarci. Perché non venga mai meno il buon seme e, soprattutto, il desiderio di raggiungere tutti i terreni e tutte le terre.
Non saranno le discussionie,le tavole rotonde a portare le donne al diaconato, ma la perdita di prestigio di tale ruolo.
La storia ci insegna che quando un’istituzione, un ruolo perdono prestigio sociale si “Femminilizzano” ad esempio : l’insegnamento, la pratica medica, la politica, etc, etc. E chi vuol intendete intenda.
Grazie x qs post che *DICE*.
cosa ha detto al mio pd,v.? al solito, sintetico.. che il diaconato è UNA battaglia qui si tratta di una guerra!!
Qui bisogna partire da;
CHI?
QUANDO?
PERCHÉ?
DOVE?
COME?
…….
Traduco; bisogna mettere mano, RIFONDARE la ONTOLOGIA della Chiesa, a partire dalle RADICI.
Ai rametti penseremo dopo.