Juror No. 2: fatalità e castigo

L'eterna dialettica tra giustizia e misericordia, indagata con lo sguardo di Clint Eastwood e Fëdor Dostoevskij.
16 Luglio 2025

Giurato numero 2 (Juror No. 2) – presentato nell’ottobre 2024 al Festival dell’American Film Institute e premiato due mesi più tardi a New York dal National Board of Review – ha segnato il ritorno alla regia del novantacinquenne Clint Eastwood, capace di dirigere una delle più interessanti pellicole drammatiche della stagione cinematografica appena conclusa.

Seppure lontano dalle vette artistiche toccate con capolavori come Mystic River, Million Dollar Baby e Gran Torino, la produzione eastwoodiana si fa apprezzare per pulizia della regia, ritmo della narrazione e impatto sullo spettatore. Notevole la profondità di scavo psicologico e di indagine autenticamente filosofica su grandi temi quali: la coscienza, la responsabilità personale e sociale, l’amministrazione della giustizia, il sottile e talora invisibile filo che misteriosamente lega tra loro le esistenze umane.

Justin Kemp è un giovane giornalista con passato da alcolista, dal quale ha saputo “risorgere” anche grazie all’aiuto di persone che hanno creduto in lui: Larry, avvocato e tutor di Justin nel gruppo Alcolisti Anonimi, e la moglie Ally, maestra di scuola primaria, ora incinta di una bambina. Tutto è pronto per la nascita della primogenita di Ally e Justin: cameretta, baby-shower e quel timore e trepidazione che accompagnano una gravidanza a rischio, per una coppia che ha già sperimentato il trauma di un aborto spontaneo e la perdita di due gemelli.

Justin riceve la convocazione dal Tribunale di Savannah (Sud della Georgia), dove vivono i due sposi: il suo nome è stato estratto nella rosa dalla quale il giudice sceglierà i dodici giurati di un processo per violenza domestica e omicidio, avvenuto un anno prima nella contea. Justin è esitante: sa che le ultime settimane di gravidanza di Ally saranno emotivamente e fisicamente delicate, che la sua presenza al fianco della compagna sarebbe importante. Manifesta le proprie riserve alla Corte, che tuttavia decide ugualmente di nominarlo componente della giuria.

 

L’esito del processo sembra segnato prima ancora di iniziare: il giovane James Sythe è accusato di avere seguito in auto e ucciso in strada la fidanzata Kendall dopo un acceso litigio scoppiato sotto gli occhi di tutti gli avventori di un pub della contea, lasciandone cadere il corpo senza vita oltre il parapetto nel torrente sottostante.

Tutto sembra deporre contro Sythe, seppure questi rivendichi convintamente la propria innocenza. I conoscenti testimoniano le continue violente discussioni della coppia; ad avviso del perito della polizia scientifica, verosimile causa del decesso è stato il violento colpo di arma contundente – peraltro mai rinvenuta – alla testa della giovane vittima; inoltre, un anziano nomade dimorante in un camper oltre il lato opposto della strada – nonostante la distanza, la forte pioggia e la fitta vegetazione – identifica con sicurezza in James Sythe l’uomo che quella notte si fermò e uscì dall’auto precisamente all’altezza del parapetto sotto il quale, il mattino successivo, il martoriato cadavere di Kendall fu ritrovato nel bosco presso il torrente. Il pubblico ministero Faith Killebrew, infine, punta fortemente sull’esito favorevole del processo: ottenere una condanna esemplare nel noto caso di femminicidio le spianerebbe la strada all’ambita elezione a Procuratrice Distrettuale della Contea di Chatham.

 

Tuttavia, i racconti e le testimonianze sin dalle prime fasi del processo risvegliano in Justin ricordi sopiti, che ora dopo ora e giorno dopo giorno si tramutano in tragica e scioccante presa di coscienza.

Il giovane scopre dentro di sé di non essere per nulla estraneo alla vicenda che è stato chiamato a giudicare, ma di esserne stato – all’insaputa di tutti, e di se stesso – inconsapevole protagonista.

La sera della morte di Kendall era stata segnata per Ally e Justin dal dolore per la perdita della gravidanza e dei due gemellini attesi. Justin, affranto, rincasando in auto si era fermato presso lo stesso pub della contea frequentato da James e Kendall. Siede lì, isolato in un tavolo appartato, davanti a un drink: non aveva più bevuto dall’inizio del suo percorso di disintossicazione. Il giovane resiste alla tentazione di portare il bicchiere alle labbra, esce dal pub e raggiunge il parcheggio quando il litigio tra James e Kendall si è ormai concluso e la ragazza si è avviata, sola, lungo il ciglio della strada buia e battuta dal diluvio.

 

Justin mette in moto e avvia l’auto verso casa: la pioggia è scrosciante e ininterrotta, è ormai notte e la visibilità ridottissima. Uno squillino dal cellulare sul cruscotto: è un messaggio di Ally, “You ok?”… Justin lo visualizza: una frazione di secondo e l’auto è scossa da un forte impatto frontale. Si ferma, scende in strada sotto la pioggia: l’automobile è ammaccata. La strada è sgombra; si sporge dal parapetto adiacente: solo buio. Alza lo sguardo, un segnale stradale richiama alla prudenza, avverte che nell’area sono presenti animali selvatici: “Ho investito un cervo”, pensa Justin tra sé e sé. Da allora un anno è trascorso, il protagonista ha riparato l’auto in carrozzeria e l’episodio è dimenticato.

Sino a oggi, quando la terribile evidenza si staglia atrocemente alla coscienza del giovane giurato: non si trattava di un cervo, ma di una persona… Che fare adesso?

 

Justin chiede consiglio al suo mentore Larry, esperto avvocato difensore: confessando subito, potrebbe forse cavarsela con poco?… In fondo – pensa – si è trattato solo di un incidente (“What if it was an accident?”).

Larry lo disillude prontamente: dato il suo passato da alcolista, incluso un incidente stradale senza vittime per guida in stato di ebbrezza, quale giuria crederebbe che Justin la sera della morte di Kendall fosse davvero sobrio?… La pena sarebbe massima: trent’anni di carcere per omicidio colposo.

Al protagonista non rimane che provare a scalfire le certezze dei congiurati, insinuando ragionevoli dubbi sulla colpevolezza di James Sythe: Kendall – che camminava con i tacchi, al buio e sotto il forte diluvio – avrebbe potuto essere scivolata e caduta violentemente sulle rocce sottostanti, senz’altra causa. I giurati, inizialmente quasi unanimi nel ritenere Sythe colpevole, cominciano a dividersi.

Eastwood mantiene magistralmente alta la tensione e serrato il ritmo della narrazione, pur nella complessità della trama giudiziaria e processuale tipicamente americana (la memoria torna all’iconico capolavoro di Sidney Lumet La parola ai giurati – 12 Angry Men), verso la quale non nasconde tutto il proprio disincanto. Ogni attore dell’intreccio è indagato e cesellato con profonda introspezione psicologica e possiede autentico spessore di personaggio.

Quando il più anziano dei giurati, il detective in pensione Harold, comincia a nutrire perplessità sia sulla ricostruzione della pubblica accusa che sulla tesi di Kemp, inizia a indagare autonomamente avvalendosi del database delle auto riparate in carrozzerie della contea nelle settimane successive alla morte di Kendall. Justin – interpellato dallo stesso ex poliziotto – per evitare di vedersi ricollegato all’incidente, svela con uno stratagemma le intenzioni di Harold alla Corte, ottenendone l’espulsione dalla giuria.

 

Il dubbio comincia a insinuarsi a fondo anche nella mente del pubblico ministero Faith Killebrew, sino a questo momento sicura della colpevolezza di Sythe. E se davvero gli ispettori di polizia avessero agito con eccessiva fretta e superficialità, omettendo indagini necessarie?… Se lo stesso anziano nomade che aveva identificato Sythe si fosse sbagliato, condizionato da confirmation bias?

Faith indaga a propria volta sulla lista di auto riparate ottenuta da Harold. La macchina di Justin, identico modello di quella di Sythe, è però intestata alla moglie Ally. Recatasi a casa della coppia, Faith vi trova solo Ally: nonostante l’evidente gravidanza avanzata della giovane, non immagina si tratti della sposa di Justin.

Ally, ancora ignara di tutto, risponde con sincerità alle domande che Faith le rivolge: la sera della morte di Kendall l’auto era stata utilizzata dal marito, che era rincasato per un tragitto estraneo al luogo del ritrovamento del corpo della ragazza. Justin – infatti – aveva omesso di menzionare alla compagna di essersi intrattenuto al pub quella notte.

 

Quando Ally racconta al marito della visita di Faith, Justin le confida la terribile verità di cui ha preso coscienza durante i giorni del processo. Ally, affranta, gli chiede di agire solo per proteggere la loro famiglia: da quel momento lo stesso Justin si sente investito unicamente della sua responsabilità di marito e futuro padre. L’atteggiamento del giovane giurato muta totalmente: una ad una le riserve dei congiurati svaniscono e il verdetto pende unanimemente per la colpevolezza dell’accusato.

Il giorno della lettura del verdetto Justin è assente giustificato dai banchi della giuria: è insieme ad Ally, che sta dando alla luce la loro prima bimba.

 

La tensione sembra sciolta. Arriva il giorno della sentenza di pena da parte della giudice. Faith, nel frattempo eletta nuova procuratrice distrettuale, nota che l’unico giurato presente tra il pubblico è proprio Justin.

L’espressione sofferta del volto di lui accresce nell’animo di Faith il drammatico interrogativo: si sta facendo davvero giustizia?… Faith alza lo sguardo: la scritta sopra la parete della Corte recita “In God we trust”… L’intuizione sopraggiunge improvvisa: una rapida ricerca sullo smartphone la porta finalmente a collegare tra loro Ally – e dunque la sua auto – e Justin!

 

La giudice dà lettura della sentenza di pena su James Sythe. Ergastolo.

I familiari di Kendall congratulano Faith per avere ottenuto giustizia per la ragazza, ma ella avverte ormai incrinarsi ogni intima certezza. Rivolge nuovamente lo sguardo là dove era seduto Justin: la sua sedia ora è vuota.

 

Fuori dal Tribunale campeggia una statua di Θέμις, la dea “irremovibile”: bendata, con una bilancia in mano. Qui si gioca una dialettica quasi “teologica”: quale “divinità” presiede al sistema investigativo, giudiziario e processuale che ha condannato a vita un innocente (James Sythe)?… In quale Dio (“God”) confida (“trust”) il popolo americano e chi lo rappresenta (Faith: “fede”, “fiducia” appunto)?

D’altra parte: un sistema che condannasse a trent’anni di carcere per i suoi (superati) precedenti da alcolista l’inconsapevole autore di un incidente mortale (Justin Kemp), seppure sobrio e di fatto privo di reali responsabilità, sarebbe forse più …“giusto”?

 

Il sistema giudiziario che si affida totalmente alle decisioni di una giuria popolare, con tutti i pregi e limiti umani dei suoi membri, può solo oscillare – come la bilancia della bendata Thèmis – tra due condanne a vita. Quella di un uomo innocente, e quella di un giovane padre che aveva potuto “risorgere” dalla morte della disperazione e dell’alcol grazie alla “fiducia” e alla forza dell’amore delle persone che hanno “creduto” in lui, ma che agli occhi di una società puritana resta marchiato per sempre dal proprio passato.

Questo sistema è davvero “giusto”? È davvero il Dio evangelico quello in cui esso ripone la propria “fiducia”?…

Un dio bendato, che condanna a vita un innocente. Oppure che priva per trent’anni del padre una bimba appena nata e del marito una moglie premurosa e maestra amata: non sulla base delle autentiche responsabilità di un incidente dettato solo da tragica fatalità, ma perché incapace di “credere” che un uomo possa davvero cambiare. Di riconoscere che la forza dell’amore (grazia) e della “fiducia” (“fede”) possano averlo profondamente trasformato e liberato dalla sua malattia? (“Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”, Lc 17,19).

Questa immagine pietrificante e non liberante di Dio conduce Justin a confidare a Faith, nel dialogo tra i due che è implicita confessione da parte del giovane: “Sometimes the truth isn’t justice”. Anche questa una riflessione di spessore “teologico”: la “verità” nuda, cruda, astratta dalla vita, incapace di guardare con l’amore e la compassione del Dio Padre di Gesù all’esistenza, al cuore, alla “fede” profonda dell’essere umano, non è “giustizia”. Perché giustizia di Dio è misericordia e grazia (cf. Mt 5,20; 9, 12-13).

 

Indimenticata narrazione della grazia e misericordia di Dio in Cristo – dopo il delitto, la confessione e la pena – è il capolavoro di Fëdor Dostoevskij Delitto e castigo: il cui fil rouge è dato precisamente dalla parola “Resurrezione”, sullo sfondo evangelico dell’episodio di Lazzaro.

Il racconto della resurrezione dell’amico Lazzaro da parte di Gesù riecheggia più volte nel romanzo nella vicenda del protagonista Raskòlnikov: dall’interrogatorio inquisitore da parte del giudice Porfirij Petrovič, l’uomo che un giorno riceverà la confessione del giovane (“Credete nella resurrezione di Lazzaro?…”); alla fervente e appassionata lettura offertagli dalla fede di Sonja; al graduale e profondo farsi spazio nell’animo di lui – già al confino in Siberia – dell’apertura alla luce della grazia (“Posso non avere le sue stesse convinzioni ormai? O, almeno, i suoi stessi sentimenti, le sue stesse aspirazioni?… Li aveva risuscitati l’amore, innumerevoli fonti vivificatrici erano nel cuore di Rodiòn per il cuore di Sonja… Egli era risuscitato, e lo sapeva, lo sentiva in tutto il suo essere, e Sonja, Sonja viveva della stessa vita di lui!”).

Le due trame, dostoevskijana ed eastwoodiana, si intersecano quasi a formare una croce nello spazio delle “confessioni” dei personaggi. Mosse meno dal pentimento che dal senso di colpa ossessivo quella dell’omicida premeditato Raskòlnikov; dall’incapacità di arrendersi a sapere murato vivo un innocente quella di Justin Kemp: “una brava persona”, colpita dal fato (“a good person, caught in terrible circumstances”). Parabola evangelica la prima, tragicamente classica e di-sperata la seconda.

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Persino il sistema giudiziario che giudica il protagonista di Delitto e castigo, per quanto antico, si mostra più “evangelicamente” in grado di valutare i trascorsi sociali pesantemente condizionanti il colpevole, le sue limitazioni fisiche e mentali, le passate azioni di gratuita generosità, la confessione volontaria, le circostanze attenuanti. La condanna per lui è di soli otto anni di lavori forzati al confino: quasi un nulla rispetto a quanto attende Justin Kemp. Tanto più che “nei primi tempi della lora felicità vi erano alcuni momenti in cui i due giovani (Sonja e Rodiòn) erano disposti a considerare quei sette anni come sette giorni…”.

La novità e la grazia liberanti del Vangelo sconvolgono e rovesciano le logiche (anche giudiziarie) troppo umane.

Sempre nel romanzo dostoevskijano le ascoltiamo annunciate e spiegate da Gesù stesso, per lo stupore di moralisti e benpensanti, nel ‘monologo’ dell’anziano ubriacone Marmeladov, padre di Sonja: “«Perché li accolgo (i deboli, i viziosi), o saggi, perché li accolgo o voi ricchi di buon senso? Perché non uno di loro se ne è mai creduto degno…”. E ci tenderà le sue mani, e noi vi accosteremo le labbra, e piangeremo… e capiremo tutto!… Signore, venga il regno tuo!”».

 

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