Una lettura storica
In questi giorni, dopo la morte del cardinal Ruini, ho letto molti commenti, ma non ho trovato chi abbia provato ad uscire dalle dichiarazioni ufficiali o da quelle ideologiche, tentando invece di ricollocare Ruini, la sua esperienza e le sue idee sulla scena della chiesa italiana, in quell’epoca precisa, in quel tempo determinato in cui lui ha vissuto.
Il punto di partenza
Ruini fu tra i primi a comprendere che il crollo della Democrazia Cristiana non era semplicemente una crisi politica, ma il segnale della dissoluzione dell’intero sistema culturale che aveva sostenuto il cattolicesimo italiano nel dopoguerra. Il problema reale non era soltanto la scomparsa di un partito, ma la fine di un mondo, di cui già c’erano tracce negli anni ’80. La sua risposta fu quella di cercare un nuovo punto di aggregazione per i cattolici nello spazio pubblico. Da questa intuizione nacque il cosiddetto Progetto culturale orientato in senso cristiano, che avrebbe dovuto favorire una nuova presenza dei cattolici nella società italiana. L’obiettivo non era ricostruire un partito confessionale, ma mantenere una capacità di incidenza culturale in una società sempre più pluralistica.
I valori non negoziabili
Egli spostò progressivamente il baricentro dell’intervento pubblico dei cattolici verso alcuni principi etici ritenuti irrinunciabili, i cosiddetti valori non negoziabili. Nella sua intenzione essi non dovevano sostituire una visione teologica complessiva, ma rappresentarne una traduzione accessibile e condivisibile anche nello spazio civile, discutibile anche da chi non condivideva la fede cristiana. La logica sottostante non era quella dell’imposizione confessionale, ma quella della ricerca di un linguaggio pubblico comune fondato su una determinata concezione della persona umana.
Il cambiamento non percepibile
Il problema è che questa operazione avveniva mentre il cambiamento culturale era già in corso e stava trasformando in profondità le condizioni stesse della fede, aprendo una vera e propria rivoluzione antropologica che lui non poteva vedere, perché accadeva proprio mentre lui stesso stava vivendo e pensando il suo progetto. La frammentazione antropologica e culturale, la perdita del senso della progettualità temporale, la perdita di credibilità delle istituzioni, un senso della vita appoggiato soprattutto sul sentire e sempre meno sul pensare, avanzavano rapidamente.
E, allo stesso tempo, gli elementi che avevano sostenuto per secoli la vita cristiana stavano perdendo forza e si indebolivano i luoghi quotidiani di trasmissione della fede. In questo quadro molti credenti (anche tra i vescovi) iniziavano a percepire il rischio reale del dissolvimento dell’identità cristiana, e a vivere un senso di spaesamento, impotenza e paura.
Un inevitabile fraintendimento
Per questo motivo la proposta ruiniana venne recepita in modo diverso da come era stata pensata. Il problema non fu tanto il contenuto dei valori proposti, quanto il contesto storico nel quale furono accolti. Infatti, al di là di ciò che Ruini immaginava, molti cattolici li interpretarono come strumenti di rassicurazione identitaria in una fase di crescente disgregazione culturale.
Molte persone aderirono così al progetto ruiniano non tanto per la sua portata culturale e teologica, quanto perché esso offriva un senso di stabilità in un momento in cui il vecchio mondo cattolico stava scomparendo. I valori non negoziabili finirono progressivamente per diventare simboli di appartenenza prima ancora che criteri di discernimento. Si verificò così una sorta di eterogenesi dei fini. Quello che era stato pensato come un tentativo di mantenere una presenza cristiana significativa nella società si trasformò, almeno in parte, in una forma di identità difensiva. I valori divennero progressivamente bandiere identitarie più che significati esistenziali da vivere concretamente.
Due effetti sulla parabola della Chiesa
Ciò produsse due effetti. Il primo fu l’impossibilità di vedere sufficientemente la crisi della vita di fede delle comunità, già in atto da tempo, poiché il ruinismo tendeva a privilegiare la dimensione culturale e pubblica del cristianesimo più che i processi concreti attraverso i quali la fede viene trasmessa e vissuta nella quotidianità.
Molto più rilevante è il secondo effetto: si svilupparono gruppi sempre più orientati a una difesa identitaria del cristianesimo, convinti di poterlo salvare soprattutto come appartenenza culturale, anche senza una solida vita di fede. Fenomeni come l’uso identitario dei simboli cristiani nello spazio pubblico mostrano fino a che punto il linguaggio delle radici cristiane potesse essere separato dall’esperienza concreta della fede.
Una rigidità irrealistica
Quando questi due effetti si mostrarono chiaramente, cioè tra il 2005 e il 2015, la linea ruiniana non mostrò alcun segno di spostamento, (Bagnasco fu la sua chiara prosecuzione). A dire che Ruini, ad un certo punto, rifiutò di lasciarsi interpellare dai dati reali e dall’evidenza fallimentare del suo progetto.
In un prossimo articolo, partendo dal suo testamento spirituale, mostrerò come per lui fosse impossibile riconoscere questo fallimento, preferendo iniziare a pensare che i gruppi orientati a una difesa identitaria del cristianesimo, anche senza una solida vita di fede, potessero essere i segnali positivi dell’efficacia del suo progetto, finendo per favorirne lo sviluppo ecclesiale. In realtà, in questo modo lasciava che la parabola della Chiesa condannasse la maggioranza dei fedeli (vescovi compresi) a permanere in uno stato di spaesamento in cui la vita pastorale girava a vuoto, senza più connessioni sufficienti con la vita reale.
Ciò che ancora non viene riconosciuto
In questa condizione, le indicazioni di papa Francesco sono state semplicemente sopportate o neutralizzate dai movimenti identitari e non comprese o percepite come troppo rischiose dalla maggioranza dei fedeli spaesati, vescovi compresi. A dire che la Chiesa italiana non ha ancora accettato fino in fondo la rivoluzione antropologica in atto. Qualche singolo, qualche gruppo, qualche piccola comunità ci prova e cerca di far reagire il vangelo dentro a come la realtà si dipana attualmente. Ma forse il ritardo italiano dipende anche dalla parabola culturale e pastorale di Ruini.
Quale che sia stata l’operato di Papi e Cardinali i progetti, le idee portati a compimento nel loro tempo, i problemi affrontati allora erano i medesimi di oggi il cammino costante della Chiesa. da tenere viva e operante tra i popoli raggiunti. e va riconosciuto la Fede che sempre l’ha animata guardando e credendo nel suo Maestro Gesù Cristo, Figlio di un Dio creatore dell’uomo a sua immagine e somiglianza. Un operato che ha visto segni come il fare breccia,di quei muri eretti da idee concepite a sostituire quel volere di un Dio che verso l’uomo ha sempre proposto a sua salvezza. Sembra fare torto oggi vagliare l’operato degli Apostoli del ns.passato pr. se non si considerasse di quanta sincera Fede i loro propositi fossero volti al Bene della Chiesa. Hanno dato se stessi. Animato e pressato dagli eventi tristi di oggi anche Papa Leone XIV raduna in Concistoro straord..i Cardinali dialogo sul “da farsi”. Amore, Giustizia e Pace, se non in Cristo dove trovare la Via?
Sono arrivati alla meta sia Ruini che Martini. Ruini magari aspettato da Wojtyla col quale ha lavorato a stretto contatto e del quale ha assorbito il pensiero. Anche Wojtyla era fortemente anticomunista data l’esperienza polacca che lo ha portato a condividere le profezie di Fatima.
Martini voleva andare avanti, ma per arrivare dove?
Per avvicinarsi al mondo? Per normalizzare il peccato? Come fanno certi vescovi contemporanei?
Lo scopo della vita è arrivare là dove sono arrivati entrambi i cardinali e quello divino è l’unico giudizio che conta veramente
Interessante analisi, fatto salvo – a mio parere – l’accento sul Progetto culturale. Io l’ho vissuto dall’interno di Avvenire, che ne era uno strumento esplicito, e devo dire che tutta questa consapevolezza culturale da parte di Ruini e della sua cerchia non l’ho vista, o almeno era molto teorica. Agli appuntamenti era presente una sorta di volenterosa lobby di intellettuali; una parte di essi per vari motivi avevano interesse a star intorno al potere ecclesiastico, altri (i più sinceri) servivano a dare una parvenza di profondità a un progetto di presenza cattolica che in realtà era essenzialmente politica (cioè di potere). La cultura presuppone domande, ricerca, dubbi… Tutte cose assenti da quel tipo di progetto
Non ci fu a mio avviso nessuna eterogenesi dei fini. Fu una scelta voluta, Ruini sapeva bene. Ancora oggi produce cose nefaste. Poi possiamo raccontarcela diversamente.
Non rimpiango Ruini, rimpiango Cardinal Martini, il Cardinale che si era permesso di dire che la Chiesa era indietro di 200 anni. Papa Francesco ha provato a prendere la rincorsa, ma proprio alla luce delle considerazioni esposte oggi siamo tornati a vedere il rilancio da parte di molti di questa deriva identitaria (che peraltro non si è mai andata spegnendo). Ora grazie ai vostri interventi rileggo quegli anni: il servizio nella chiesa traeva ancora spinta da preti che alla luce del Concilio si erano posti domande e cercavano di responsabilizzare i laici, ma veniva nello stesso tempo avanti anche un folto numero di intransigenti che perseguiva con tenacia l’idea del blocco. La parabola discendente come sarebbe, se all’epoca, poco poco, si fosse dato retta alle parole profetiche di Carlo Maria Martini?
Non credo che la parabola della Chiesa sia solo effetto di chi vive la Chiesa. Che dalla metà degli anni ’80 il mondo abbia iniziato a cambiare e che oggi sia come è non dipende dalla Chiesa. Se avessimo avuto Martini papa avremmo comunque dovuto affrontare un cambiamento radicale e nessuno può dite se sarebbe stato meglio o peggio. Non serve restare a guardare indietro. Lo Spirito Santo lavora anche oggi e spinge affinchè il vangelo trovi anche oggi forme di incarnazioni riconoscibili dagli uomini di oggi.
Non me voglia Gil se attacco alle sue note ruinesche le mie note dopo aver scorso la MH. In cui Leo14 ci straparla della Dottrina Sociale della Chiesa, cioè della Chiesa, giusto..essendo lui Papa.. autoreferente ma doveroso? Sarà una costruzione ideologica che salverà il Mondo? Un elenco di dovrebbe essere?
Dubito.
LEO14 si pone in Cattedra.
Quale? Se si guarda come lo ha apostrofato Trump??
Ci si chiede COSA finora ha fatto la CC ( e basta citare santi!!🙃)
Basta elencare i punti condivisibili ma praticati solo da ben pochi?
Spesso lamenta la mancanza di Verità.
Sono kattivo, lo so.. ma da qs pdv come si pone la CC??
Umiltà, locale, marginale, di-messo, financo UMANO, povero, ascolto, open-mind, empatia, tutti tutti tutti sono pratica quotidiana??
PS I § 115 e segg sono i più interessanti, vi si parla di limiti e confini come voi qui sopra..