Da più parti si sente dire quante somiglianze si siano evidenziate tra Papa Francesco e S. Francesco d’Assisi. Sono indubbiamente tante ed è forse necessario fare una scelta. Certamente ritroviamo un forte richiamo ad una comune sensibilità spirituale evangelica, che si incentra su perni condivisi. Primo tra tutti a mio avviso è l’invito a credere nella misericordia di Dio, tema divenuto uno dei cardini della mistica e dell’agire apostolico di entrambi.
In più parti delle Fonti Francescane infatti si riportano episodi e passi in cui si nota come il poverello d’Assisi avesse a cuore questo valore come fondamentale. Se prendiamo ad esempio una delle più belle lettere, la cosiddetta Lettera a un Ministro, vediamo che è proprio questa Misericordia che il Santo raccomanda a un ministro, non chiaramente identificato, il quale, forse preso da sacro zelo, si sente desideroso di svolgere una vita “più santa” in un romitorio, piuttosto che rimanere in compagnia dei frati di cui deve prendersi cura e che spesso cadono a causa del loro frequente peccato.
Francesco raccomanda a quel superiore di considerare come grazia (“tutto questo devi ritenere come una grazia”), quello stare in relazioni scomode che spesso causano sofferenza, a contatto con una fragilità che si ripete, ma chiede anche di essere perdonata, in un’obbedienza ai fratelli che vanno sempre riaccolti senza pretendere “che diventino cristiani migliori”. Perché è questo il vero male: il perfezionismo spirituale!
La fragilità invece ci sarà sempre, in ogni uomo, nel ministro stesso come nei suoi frati; solo non si deve perdere la certezza del perdono perenne di Dio; in un passo sublime, sempre di questa lettera, Francesco scriverà: “che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede”. Il perdono vero slega l’uomo, lo fa ripartire a schiena dritta consapevole della propria dignità di figlio di Dio.
Ed è proprio quello sguardo ricco di misericordia per ogni uomo, soprattutto il più lontano e il più inconsapevole, che ritengo papa Francesco abbia avuto sempre durante tutta la sua vita, e che certamente tanto lo abbia fatto amare. In una delle ultime occasioni pubbliche, prima del ricovero, col respiro già affaticato ricordava: “Dio è vicino, Dio è tenero e Dio è compassionevole sempre.”
E quello sguardo egli davvero lo ha posato sui barboni di piazza San Pietro, sulle comunità di donne Transgender, sui carcerati a cui in varie occasioni ha lavato i piedi nel Giovedì santo, sugli ultimi a pranzo nella Mensa dei Poveri di Biagio Conte a Palermo e ancora su tante svariate persone in diversi momenti: si palesava così lo sguardo commosso di chi sa di essere egli stesso fragile e aver bisogno di cura e perdono da parte di Dio.
Che cosa era in fondo quel continuo chiedere in ogni occasione di pregare per lui, se non anche un sentirsi fragile e bisognoso di perdono e di conforto come ogni altro uomo? In più punti ha ripetuto: “chi sono io per giudicare?”. Uno sguardo ancora che si estendeva, attraverso iniziative concrete e riflessioni scritte su documenti ufficiali, perché anche l’ultimo uomo scartato sulla terra potesse sentirsi invece un figlio di Re, ed essere trattato dignitosamente.
Una misericordia che richiamava non solo il perdono, ma anche la virtù della pazienza come attenzione e cura nelle relazioni, e che ad esempio ricordava in un’Udienza Generale del 9 marzo 2022: “Abbiamo bisogno di pazienza e di costanza per affrontare le difficoltà della vita. La pazienza non è rassegnazione, ma è la virtù di chi cammina verso una meta”. E ancora sull’amore in famiglia: “La pazienza non si mostra solo nei grandi momenti della vita, ma anche nei dettagli quotidiani. […] La pazienza si rafforza con l’amore e con la speranza”. (Cfr. Amoris Laetitia, 91-92).
Ben consapevole che le relazioni sono cosa complessa, sembra riecheggiare la sapienza antica delle ventotto Ammonizioni che aveva scritto San Francesco, quali consigli di vita evangelica per il buon vivere comune. Per citarne solo alcune, nella tredicesima infatti il santo affermava: “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non più”.
E ancora la misericordia significa avere una vista buona anche su noi stessi, per non essere sempre scontenti di chi siamo e cosa abbiamo, perché Dio ha distribuito i suoi doni ad ogni figlio, in maniera creativa e diversa. Dunque nell’ammonizione ottava, contro il peccato di invidia, San Francesco affermava: “Perciò, chiunque invidia il suo fratello riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene”.
Così Papa Francesco, che con una sua colorita immagine nel 2018 aveva detto che gli invidiosi hanno l’anima gialla “poiché mai possono avere la freschezza della salute dell’anima”, nel 2024 aggiungeva che è un vizio che “non sopporta la felicità altrui” e che, alla sua base, vi è “una falsa idea di Dio”, poiché non si accetta che Dio abbia la sua “matematica”, diversa dalla nostra, e che i suoi doni siano fatti per essere condivisi.
E infine la misericordia sa vivere essenzialmente di “perfetta letizia”: come nella migliore lezione francescana dove il santo, pur lasciato fuori dalla porta del convento in una ipotetica notte in cui fosse rientrato tra le intemperie e non gli fosse più stato aperto dai suoi frati, non si conturbava e affermava: “Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.
Fa sempre eco Papa Francesco, che ha dimostrato fino in fondo di saper vivere in questa contraddizione, mentre già nel 2016 affermava, chissà se riferito pure a tante sue fatiche personali: “Il dolore è dolore, ma vissuto con gioia e speranza ti apre la porta alla gioia di un frutto nuovo”.
A entrambi quindi un grazie immenso per tutto, e anche per aver saputo tradurre, per i propri contemporanei, la parola di Vita che ci dice: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.