Lo scorso mese di agosto ha visto la scomparsa di due figure ecclesiali post-conciliari significative e portatrici di due visioni profondamente diverse della Chiesa e del suo compito di evangelizzazione: don Luciano Meddi e mons. Cesare Nosiglia.
Don Luciano Meddi (1956-2025), è stato parroco di san Gelasio a Roma negli anni ’90, docente e preside dell’Istituto Superiore di Catechesi e Spiritualità Missionaria dell’Università Urbaniana; poi docente ordinario di Catechesi Missionaria presso la stessa Università e professore invitato presso la Pontificia Università Salesiana. È stato autore di numerose pubblicazioni sulla pastorale e la catechesi (ricordo il suo ultimo testo: Catechesi, EDB – 2022).
Al centro della sua impostazione si trova sempre l’integrazione tra fede e vita. Nella sua riflessione, don Luciano partiva dalla constatazione del fatto che le comunità parrocchiali si limitano alla attuazione delle dimensioni della pastorale ordinaria, fermandosi a gestire la catechesi, la liturgia, la carità e la comunione in vista di una migliore spiegazione della dottrina e della pratica sacramentale. Di conseguenza, la pastorale si concentra nel momento della traditio dei mezzi della grazia lasciando al singolo il compito sia della interiorizzazione sia della “messa in opera”, della traduzione nella vita. È come dire che alle persone viene continuamente consegnato il “libro delle istruzioni” per portare una automobile, senza mai fare scuola pratica di guida. Riteneva necessario, invece, abilitare i giovani e gli adulti a realizzare una comunità adulta nella fede capace di portare segni del Regno di Dio in un territorio. Considerava che il compito principale della catechesi con giovani e adulti fosse allora quello di “costruire comunità missionarie”, intendendo questa espressione nel senso di comunità che si fanno carico di continuare le azioni del Gesù pre-pasquale nel proprio territorio e nella cultura (con la forza dello Spirito nella spiritualità delle Beatitudini).
Nella sua visione, dunque, era fondamentale la catechesi con (e non “per”) i giovani e gli adulti, mentre per i bambini e gli adolescenti sviluppò percorsi catechetici sotto forma di progetti di animazione, cioè esperienze realmente educative, fatte di gioco, attività e momenti comunitari che consentissero una “catechesi esperienziale” e che lasciassero un segno nella crescita dei ragazzi, secondo una visione concentrata soprattutto sui processi interiori, spirituali e sociali della persona a cui si rivolge il messaggio cristiano, evidenziando il rapporto diretto tra maturazione umana e sviluppo della fede nella vita con gli altri.
In un suo articolo per Note di Pastorale Giovanile (1998) chiariva molto bene il suo pensiero: “La fede è davvero dono di Dio, proposta che Lui fa ad ogni uomo per mezzo della predicazione di Cristo nella Chiesa, e tuttavia tale dono fa fatica ad entrare nel tessuto della vita dei credenti e delle persone in generale e produrre quella novità di vita che è speranza per il mondo. (…) Interiorizzare significa radicare il Vangelo nella parte interiore della persona che biblicamente è chiamata cuore, quindi significa integrare il messaggio e la proposta cristiana nell’insieme della vita dei credenti o di coloro a cui viene rivolto. Questi sono invitati a farlo proprio, cioè a personalizzare lo stesso Vangelo nelle differenti storie delle persone in modo tale che il Vangelo crei nuove forme di vita cristiana infiltrandosi nei diversi contesti”.
Un approccio dunque fortemente innovativo e centrato sulle persone e sui loro contesti di vita per calare il messaggio cristiano nel concreto della vita umana, inserito pienamente nella visione del Concilio Vaticano II: “La comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia. (…) Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d’amore verso l’intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società”. (GS nn.1 e 3)
Mons. Cesare Nosiglia (1944-2025) fu nominato nel 1991 da Giovanni Paolo II vescovo ausiliare di Roma con l’incarico per la Catechesi e la Scuola e successivamente vicegerente per la Diocesi di Roma; fu nominato poi vescovo di Vicenza e infine arcivescovo di Torino.
Siamo negli anni della cosiddetta “svolta ruiniana”, cioè quel movimento interno alla Chiesa cattolica voluto da papa Wojtyla e portato avanti dal card. Camillo Ruini, di cui mons. Nosiglia fu fedele collaboratore. Nosiglia fu relatore generale di quel Sinodo diocesano di Roma (1986 -’93) che, secondo la volontà di Giovanni Paolo II, doveva attuare il Concilio Vaticano II a Roma, mettendo al centro il tema della nuova evangelizzazione. Wojtyla riteneva che il punto culminante della secolarizzazione fosse ormai alle spalle e che il grande compito della Chiesa fosse l’evangelizzazione intesa in senso forte e pieno, come capacità di portare Cristo al centro della vita e della cultura e quindi anche del divenire della storia. Nella sua visione del Sinodo, la chiesa di Roma doveva puntare su una pastorale spiccatamente missionaria volta a raggiungere gli ambienti del lavoro, dell’educazione, della cultura e della sofferenza come ambiti da evangelizzare.
La svolta ruiniana si propose di rilanciare fortemente l’evangelizzazione all’interno della città di Roma, ma più in generale all’interno della società italiana, proponendosi di ridare visibilità alla Chiesa stessa restituendole un ruolo pubblico e da protagonista nel contesto della comunità civile. Ha rappresentato, dunque, un cambio di prospettiva rispetto all’impostazione conciliare che era stata più prudente da questo punto di vista e aveva percepito e presentato la Chiesa come una delle componenti all’interno dei contesti sociali di riferimento: madre e maestra sì, ma anche discepola e compagna di strada degli uomini e delle donne del mondo contemporaneo.
Mons. Nosiglia rimase fedele alla linea ruiniana, intervenendo nel campo sia della catechesi che dell’insegnamento della religione. Per ciò che concerne la catechesi, riteneva necessario abbandonare un’impostazione ritenuta troppo “antropologica” e tornare ai contenuti stretti della dottrina e della morale. Egli considerava la catechesi come iniziazione al mistero cristiano per nutrire e sviluppare la vita cristiana dei fedeli di tutte le età. Riteneva inoltre i segni, le testimonianze, le feste elementi fondanti dei percorsi catechistici poiché favoriscono il senso di appartenenza al popolo di Dio.
Per ciò che riguarda l’insegnamento della religione cattolica, egli ritenne non completamente positivo il processo che si era avviato con gli accordi di revisione del Concordato (1984) a cui seguì una maggiore stabilizzazione professionale degli insegnanti e una maggiore focalizzazione su contenuti culturali (poiché i principi del cattolicesimo vennero mantenuti nella scuola pubblica in quanto facenti parte del patrimonio storico del popolo italiano). Secondo Nosiglia, tutto ciò aveva in certo modo allentato il riferimento alla Chiesa e alle comunità locali in cui sono situate le singole scuole da parte dei docenti, lasciando prevalere gli aspetti più propriamente e strettamente professionali e culturali (ma anche amministrativi), rispetto a quelli spirituali ed ecclesiali, che pure caratterizzano i docenti di religione cattolica.
Il cambio di rotta che si era evidenziato tra la fase preparatoria del Sinodo di Roma presieduta dal card. Poletti, caratterizzata dalla partecipazione capillare e diffusa, dalla ricerca di concretezza pastorale e dalla progettazione comune, e quella successiva, presieduta dal card. Ruini, più teologica e tradizionale, si è mantenuto anche nei decenni successivi, portando alla coesistenza di due filoni interpretativi piuttosto divergenti tra loro.
Questo ha determinato una certa confusione tra i fedeli, portati a seguire un’impostazione o l’altra a seconda del pastore a cui facevano (e fanno) riferimento, ma non ha certamente giovato alla chiarezza dei contenuti del credo cattolico.
Per coloro che avevano accolto con entusiasmo le aperture del Concilio e si aspettavano di poter attuare le nuove prospettive da esso presentate, è rimasto forte il senso di un percorso interrotto e la sensazione – amara – di una occasione mancata.