Pagine senza retorica e senza discorsetti edificanti, a favore di realtà e di verità: potremmo sintetizzare così il nucleo de Le confessioni del parroco imbruttito di don Manuel Belli (Milano, San Paolo, 2025), sacerdote bergamasco noto soprattutto in rete per uno stile diretto, ironico, pungente, ma non banale. Il che, nell’epoca degli influencer, non è poco.
Così, dalla sua esperienza di prete, nasce il libro, che tocca alcuni temi che chiunque nato e/o cresciuto nell’orbe cattolico ha sentito: la vocazione, la mitica vocazione per cui spendiamo preghiere, e che in realtà è qualcosa di molto più prosaico, concreto, umano (per inciso, chi scrive non crede che esista la ‘vocazione’ che Dio ha pensato per ognuno, ma questo è un altro discorso). Relazioni e riposo, per cui un prete ha sempre delle ‘cugine’ con cui andare in pizzeria e tanti corsi di esercizi spirituali da seguire quando è stanco e vuole il mare; preghiera (questa sì, dice Manuel Belli, decisiva per ‘stare in piedi’) e liturgia, studio e parrocchia, paludamenti retorici e commissioni su commissioni: c’è tanto della vita media del prete (ma anche del cristiano) oggi, retaggio di altri tempi, blocco per tempi nuovi. Un po’ stretti dall’idea di sé e dalle maschere che i sacerdoti si danno, un po’ preda di mille attività, un po’ oggetto di tante aspettative e critiche, il libro è un’immersione — ironica, sana — in quello che è anche il dietro le quinte delle sacrestie e delle canoniche. Con spunti utili per tutti: ad esempio, nel capitoletto Cose “fighe” o cose vere, l’autore tratta delle molteplici comunicazioni consolatorie, superficiali e irrealistiche di cui si nutre molta pastorale giovanile, che invece dovrebbe andare in cerca di «spazi di verità» dove stare con i giovani, dove camminare con loro, dove vivere con un po’ di autenticità senza essere sempre prestazionali e alla ricerca della ‘felicità piena’ che forse, in questo mondo, non esiste; perché magari dovremmo smetterla di pensare che «ci siano orde di giovani tristi e sbandati, che aspettano che arriviamo noi con la nostra citazione di sant’Agostino ad annunciare loro una vita mega-felice». Infatti, «quando cacci il naso fuori dall’oratorio, non è che vedi così tanti giovani depressi; almeno, non più di quelli che ci sono dentro l’oratorio». È una pura verità, che chiunque incrocia i giovani sa: eppure quanta fatica nel riconoscere questo semplice dato… che vorrebbe poi dire cambiare qualcosa della nostra idea e delle nostre comunicazioni per adolescenti e giovani.
In fondo, nel libro si respira una legittima libertà di critica, per cui è possibile, e sarebbe anche auspicabile, cercare di alzare la mano, per essere più onesti e meno compiacenti, quando si tratta di parlare di chiesa, parrocchia, comunità, movimento, in primis quando si incontrano vescovi e superiori; perché la piaggeria paga, per certi versi, ma non aiuta, né è costruttiva: «La rimozione dei problemi è un irenismo che non risolve nulla».
Il tutto è tenuto insieme da numerosi spunti autobiografici, perché per giungere qui Manuel Belli ha dovuto attraversare le sue crisi, smontarsi e smontare anche una certa idea (disincarnata?) di prete e di uomo; ha dovuto ri-conoscersi e ri-conoscere se stesso e Dio, per darsi il permesso di stare dentro chiare verità di fondo.
Così le riflessioni simpatiche si uniscono a molta riflessione e a non poca esperienza personale: con i tempi che corrono, non è coraggio da poco dire (e questo mi pare il messaggio di fondo): anche noi preti siamo uomini con tutta l’umanità che ci portiamo addosso, in un’istituzione che fa ancora fatica a riconoscere la complessità e la realtà del vivere dei suoi membri; almeno pubblicamente. Ma è il momento di meno omelie e più vita vissuta, cioè più Vangelo quotidiano.
Manuel Belli, Le confessioni del parroco imbruttito, Milano, San Paolo, 160pp, 16€