In un contesto che ogni giorno racconta la violenza, l’aggressività, la sopraffazione del forte sul debole, dove l’unica legge sembra quella del dominio, senza più alcuna remora, senza più alcun pudore, ci sono ancora piccole luci, semplici segni di speranza e, al tempo stesso, di umanità, che possono permetterci di non farci abbattere dallo sconforto.
Uno di questi piccoli segni è accaduto il 26 gennaio scorso, al teatro Vascello di Roma: lì Sami Modiano, uno dei pochi superstiti di Auschwitz-Birkenau ancora vivi, ha incontrato gli studenti, in un dialogo forte, vero (disponibile anche in video).
Modiano ha la fragilità dei 95 anni, ma una grande forza morale, insieme alla volontà di spendersi fino alla fine per custodire la memoria della Shoah. Ed è durante questa testimonianza che, rispondendo alle domanda di una giovane studentessa, accade un fatto (visibile qui) che andrebbe rivisto, meditato, custodito, ricordato: preso dalla sofferenza e dall’emozione forte di quanto ha vissuto nel campo di sterminio, ricordando la morte dell’amato padre — un dolore ancora vivo — Modiano alza il tono della voce, dopo aver mostrato il tatuaggio b7456 sul braccio, ovvero il numero impresso ad Auschwitz. La ragazza al suo fianco, presa ugualmente dall’emozione e dall’intensità del racconto, inizia a piangere.
E qui Modiano, accortosi di aver alzato la voce e dell’effetto che questo ha avuto sulla studentessa, fa un gesto semplice, umile, ma grande: chiede scusa, ripetutamente, abbracciandola e dandole una carezza sul volto.
Ecco, è tutta qui la possibilità di un altro modo di vivere rispetto a quello che sembra imperversare oggi: la forza di saper chiedere scusa, la forza di usare un gesto di tenerezza. Ma questa forza, questa grandezza umile, è di chi ha visto l’orrore, di chi ha sperimentato nella propria vita l’odio e le sue conseguenze, la violenza e i suoi effetti.
Ci vogliono grande equilibrio e profonda umanità per domandare scusa, tanto più quando si è patito il male senza alcun senso; o, forse, proprio perché si è patito il male si è consapevoli di quando sia importante chiedere scusa, dare un abbraccio, una carezza. Senza timore di apparire deboli.
L’empatia che nasce dal dolore e dalla condivisione, sembra dirci Modiano, ci rende attenti all’altro: anche quando si sta piangendo per un padre ucciso a Birkenau e ci si accorge delle emozioni di chi ci sta accanto.
(E per chi ha responsabilità educative, un piccolo insegnamento: quando ci si accorge di aver sbagliato, chiedere scusa anche ai piccoli, anche ai giovani. Non è sminuente, dà credibilità).
“Vedere Medusa” senza rimanere impietriti, come diceva Levi; oppure, dare spazio a “ciò che inferno non è”, come scriveva Calvino: sono questi gesti, semplici ma grandi, profetici perché opposti a quanto succede nel gioco del potere o nel quotidiano governato dall’odio, a non farci perdere la speranza: come ha fatto, con spontaneità, con umanità, Sami Modiano.