Pace: quel giorno è oggi!

Dentro scenari internazionali drammatici possiamo scorgere concreti semi di pace che possono essere i giusti modelli affinché essa fiorisca nei nostri cuori e nelle nostre esistenze.
2 Dicembre 2025
  • Ph Cole Keister

Nella liturgia di questa  prima domenica di Avvento, il profeta Isaia ci dice che, alla fine dei giorni, i popoli “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.

Questi giorni futuri, però, ci sembrano sempre più lontani, in una fase storica in cui la guerra è rientrata prepotentemente nella cronaca quotidiana, e, peggio ancora, è stata normalizzata nella narrazione pubblica, tanto da ritornare ufficialmente nella denominazione dei  ministeri: negli USA, il Dipartimento della Difesa è stato rinominato ufficialmente  come Dipartimento della Guerra.

Per tutti coloro che ritengono la pace un valore fondativo e pensavano che fosse definitivamente acquisito, almeno in Occidente, tutto questo è veramente sconfortante, e, per i credenti, la visione proposta dalla fede sembra sempre più lontana.

Ma proprio  le letture di questa domenica ci offrono degli spunti che ci possono aiutare a cambiare prospettiva. San Paolo ci dice che dobbiamo diventare “consapevoli del momento” presente e che “è ormai tempo di svegliarsi dal sonno”.

Gesù nel vangelo dice: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. (…) Tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”:

“Viene“: è un presente, non un futuro. Il Signore è già in mezzo a noi.  E allora possiamo forse  immaginare che la visione di Isaia non sia riferita al futuro, ma esista già nel nostro oggi.

Ma come? E dove?

Anche se gli scenari internazionali restano drammatici, noi, guardandoci intorno, possiamo vedere nella realtà semi di pace che possono fiorire nei nostri cuori e nelle nostre esistenze, semi concreti, esperienze reali che coesistono con l’orrore bellico che scorre davanti ai nostri occhi e che proprio a causa di  quest’ultimo acquistano maggior valore.

Provo a fare qualche esempio.

Ricordo  prima di tutto l’art. 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Poi mi vengono in mente alcune importanti esperienze che sono realtà vive e collaudate, in Italia e nel mondo:

La marcia della pace Perugia – Assisi, che si svolge dal 1961 (su iniziativa di Aldo Capitini) e che ha visto la partecipazione nell’edizione del 2025 di oltre 100 mila persone provenienti da tutto il mondo. I partecipanti manifestano per i diritti umani e la fratellanza tra i popoli, contrastando le guerre e le ingiustizie.  I frati francescani hanno un ruolo fondamentale nell’organizzazione dell’evento, mantenendo il focus sulla cura reciproca e sulla costruzione di un mondo più pacifico.

Rondine, Cittadella della pace. Ha la sua sede in Toscana, in provincia di Arezzo, e si propone di ridurre i conflitti armati nel mondo attraverso la convivenza e l’educazione, in particolare  per mezzo dello Studentato internazionale che accoglie giovani provenienti da paesi in conflitto per farli convivere e studiare insieme, con l’obiettivo di renderli ambasciatori di pace nelle loro comunità di origine.

Nomadelfia, comunità di cattolici praticanti situata in provincia di Grosseto. Fondata negli anni ’30 da don Zeno Saltini, raccolse dapprima bambini orfani (poi orfani di guerra) e successivamente famiglie intere che costituiscono la attuale comunità. Essa si propone uno stile di vita alternativo, ispirato a quanto riportato dagli Atti degli apostoli, mettendo in comune i beni e facendosi carico comunitariamente della educazione dei bambini e dell’assistenza degli anziani, dei malati e dei disabili. L’associazione ha fatto propri i valori della giustizia sociale e della fraternità universale.

Anche nel martoriato Medio Oriente ci sono esperienze importanti di pace vissuta:

Neve Shalom/Wahat al-Salam (“Oasi di pace”) è un villaggio cooperativo nel quale vivono insieme ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana. Equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, Nevé Shalom/Wahat al-Salam fu fondata nel 1972 da padre Bruno Hussar su un terreno preso in affitto dal vicino monastero di Latrun. Nel 1977 vi si insediò la prima famiglia. Nel 1999 le famiglie residenti erano 30; oggi sono un centinaio e altre nuove famiglie vi stanno costruendo le loro case. I membri di Nevé Shalom/Wahat al-Salam dimostrano in modo tangibile che ebrei e palestinesi possono  coesistere quando diano vita, insieme, a una comunità basata sull’accettazione, il rispetto reciproco e la cooperazione. Gestito in modo democratico, il villaggio è di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico. Neve Shalom/Wahat al-Salam traduce in pratica i propri orientamenti ideali attraverso l’attuazione di vari progetti.

Parents Circle – Families Forum (Pcff), organizzazione congiunta israeliana e palestinese che riunisce oltre seicento famiglie in lutto. I membri hanno pagato il prezzo più alto a causa dei conflitti: la morte di una persona cara, molto spesso un figlio. Il progetto consiste soprattutto in attività di dialogo con gli studenti nelle scuole superiori in Israele. Un programma consolidato, che esiste da più di vent’anni, approvato anni fa dal ministero dell’Istruzione (anche se oggi è osteggiato dall’attuale governo israeliano).

Women Wage Peace è il più grande movimento pacifista israeliano, costituito quasi interamente da donne. Conta oltre 40 mila componenti provenienti da tutta Israele (israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, drusi e beduini). I membri sostengono fortemente una convivenza possibile basata su dialogo e incontro, promuovendo una soluzione non violenta e rispettosa tra le parti.

Infine, a livello internazionale, ricordo l’Organizzazione Mondiale per la Pace, un ente senza fini di lucro, la cui funzione è quella di preservare la vita umana in tutto il mondo. L’organizzazione, che ha sede a Londra, Madrid e Roma, segue  le linee tracciate dalle Nazioni Unite, società madre e di riferimento che, insieme  con i suoi Stati membri, si propone di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, promuovere la cooperazione internazionale per la risoluzione dei problemi e favorire il rispetto dei diritti umani.  Gli scopi principali dell’OMPP sono di favorire il cessate il fuoco in tutto il pianeta e di promuovere il dialogo pacifico attraverso gli innumerevoli cammini che conducono a una cultura di pace durevole e al benessere generale.

Questi sono solo alcuni esempi; se ne potrebbero fare molti altri. Ci aiutano a capire quale è la nostra casa, il luogo in cui l’assenza della guerra profetizzata da Isaia diventa realtà quotidiana, vita vissuta.  Luoghi reali, in cui sentiamo che la pace  promessa dalla Scritture si fa esistenza viva e dove sentiamo che possiamo, come ci insegna san Paolo, rivestirci di Cristo e accogliere la sua salvezza.

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