I giovani e la povertà culturale

Qui è in gioco qualcosa di più profondo, il mutamento del rapporto tra cultura, identità e vita.
21 Luglio 2026

È ormai diventato quasi un luogo comune affermare che i giovani di oggi soffrano di una certa povertà culturale. Se per cultura intendiamo l’accumulo del sapere, riferimenti, codici simbolici condivisi, indubbiamente esiste una povertà culturale giovanile. Ma questa constatazione va collocata dentro il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Non si tratta semplicemente di una minore conoscenza dei classici o di una ridotta familiarità con la storia e la filosofia: qui è in gioco qualcosa di più profondo, cioè il mutamento del rapporto tra cultura, identità e vita.

Nella tarda modernità, avere una ricchezza culturale era considerato condizione quasi necessaria per una “vita buona”. Si pensava che la vita dovesse prima essere pensata e poi vissuta. L’ideale formativo prevedeva un lungo tempo di preparazione: studio, riflessione, interiorizzazione di un patrimonio di senso. La cultura era bussola e argine; offriva criteri di giudizio, modelli esistenziali, orizzonti normativi. La biografia individuale doveva essere progettata, e la progettazione richiedeva strumenti simbolici solidi. In questo senso, la cultura rappresentava una forma di capitale, non solo sociale ma anche morale ed esistenziale.

Eppure questa visione non è priva di ambiguità. Proprio nella seconda metà del Novecento, autori come Foucault e Derridà avevano messo in discussione l’idea di cultura come spazio neutro di emancipazione, mostrando come sapere e potere siano intrecciati, perché ogni costruzione culturale si fonda su esclusioni, gerarchie, che strutturano il senso: non esiste sapere innocente.

Se guardiamo al presente con questi strumenti critici, la povertà culturale dei giovani può apparire sotto una luce diversa. La postmodernità ha rovesciato la sequenza della modernità: non si vive più dopo aver pensato, ma si pensa dopo aver vissuto. L’esperienza precede la teoria. Le identità non sono progettate una volta per tutte, ma continuamente rinegoziate. I giovani costruiscono il proprio senso attraverso pratiche, relazioni, reti digitali, mobilità, contaminazioni. La cultura non è più un deposito da interiorizzare, ma un flusso da attraversare.

In questo scenario, la minore adesione ai canoni tradizionali non è solo perdita; è anche rifiuto implicito di una cultura percepita come normativa, talvolta escludente. La vita si fa laboratorio, e la riflessione segue l’esperienza invece di precederla. Sorprendentemente, questa inversione presenta un’affinità con l’intuizione di San Francesco d’Assisi. Per lui, la sapienza autentica non coincide con l’erudizione, ma con la vita evangelica concretamente vissuta, che si fa critica al sapere separato dalla vita, perché diventa motivo di prestigio o dominio. La verità non è possesso, ma cammino. Non è accumulo, ma trasformazione.

In questa luce, la minore centralità dell’accumulazione culturale potrebbe persino diventare uno spazio di possibilità. Se non si dispone di un grande capitale culturale tradizionale, si è forse più liberi di cercare un senso incarnato, relazionale, solidale. La vulnerabilità può aprire alla fraternità; la mancanza di certezze può rendere più autentica la ricerca.

Le possibili conseguenze positive sono molteplici. Anzitutto, una maggiore attenzione all’esperienza concreta rispetto al prestigio simbolico. In secondo luogo, una cultura meno gerarchica e più dialogica, fondata sull’ascolto e sulla condivisione piuttosto che sull’esibizione del sapere. Infine, una rinnovata centralità dell’etica della prossimità: cura, servizio, responsabilità reciproca. Ciò non significa celebrare acriticamente la povertà culturale. Il rischio che questi giovani siano presi dell’immediatezza senza profondità è reale, così come quello di essere manipolabili, all’interno di un ecosistema informativo caotico e virtuale.

Significa solo sottolineare che, già oggi, esistono esempi concreti che ne mostrano i frutti. Si pensi ai molti giovani che, pur senza un vasto bagaglio di riferimenti teorici o letterari, scelgono esperienze di volontariato stabile. O a coloro che privilegiano lavori socialmente utili o ambientalmente sostenibili, anche a costo di rinunciare a percorsi più prestigiosi. Si possono citare anche le reti informali di condivisione: gruppi di acquisto solidale, cohousing giovanili, comunità digitali nate per sostenersi reciprocamente. Perfino nell’uso dei social emergono segnali interessanti: giovani che raccontano fragilità personali, percorsi di cura, cammini spirituali non codificati.

In tutti questi casi, la “povertà” non è miseria intellettuale, ma libertà da un sapere vissuto come potere. È spazio per una cultura che nasce dall’esperienza condivisa, dalla prossimità, dalla concretezza. Se accompagnata da un minimo di discernimento critico, questa postura può rendere i giovani meno ossessionati dal prestigio e più attenti alla qualità delle relazioni e alla coerenza tra vita e valori.

Una risposta a “I giovani e la povertà culturale”

  1. Pietro Buttiglione ha detto:

    Se applico a me qs analisi mi vedo ricco di cultura e povero di esperienze di vita, cui credevo di sopperire leggendo letteratura moderna. Risultato? Mi è mancata quella visione “La vita è complicata” che ti rende furbo, accomodante, approfittatore.
    Sicuramente per la accelerazione sociale odierna diventa il format più conveniente. Vorrei evidenziare:
    1) OK. Ma solo se la vita in cui ti immergi è quella REALE, non quella virtuale o artificiale
    2) Visto il prepotere dei poteri diventa ancora più vitale sapersi aggrappare, saperli sfruttare
    Altrimenti rischi di diventare uno SCARAFAGGIO. Come in India. Ma attenti! Quegli scarafaggi soffocheranno il potere!

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