Un patto per il sinodo italiano

Il patto delle catacombe del 1965 può dire ancora qualcosa alla Chiesa italiana di oggi, soprattutto in merito al sinodo prossimo futuro?
12 Febbraio 2021

In vista del sinodo italiano, ripetutamente sollecitato da Francesco, ritengo possa essere utile invitare i nostri fratelli vescovi a leggere il “patto delle catacombe” che fu sottoscritto nel 1965 da circa 500 vescovi (prevalentemente sud americani) all’epoca del concilio vaticano II. Il clericalismo che attanaglia le nostre comunità ecclesiali può essere debellato solo se da parte del clero, e dei vescovi in particolar modo, si faccia una severa autocritica e si avviino cammini di conversione personale e comunitaria nello spirito di questo documento che possiede una decisa e profetica impronta evangelica. Il pericolo, come la storia ci insegna, è quello di svolgere il sinodo come un adempimento formale, quello di fingere che tutto vada bene e che tutto tornerà come prima, quando si sarà ritornati ognuno nella propria diocesi. Il “patto delle catacombe”, se interiorizzato con convinzione, può costituire un forte contributo affinché la chiesa italiana si ponga “in uscita” e riesca ad incarnare la fede nella storia.

Il profetico appello alla povertà contenuto nel patto delle catacombe (di cui sotto) è stato fatto proprio da Francesco sin da primi momenti del suo servizio petrino. Il 16 marzo del 2013, disse “Ah! Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri” e nel 2016 scrivendo a Julián Carrón, presidente della fraternità di CL, sollecita un ritorno al Vangelo: “In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore”.

Le medesime “radici” sono evocate dal card. Hummes allorquando il 20 ottobre del 2019 si riunisce assieme a circa 150 partecipanti al sinodo panamazzonico per ricordare ed attualizzare un “patto delle catacombe per la casa comune”, per una chiesa che ripone la sua speranza nella “forza del Vangelo che opera nei più piccoli”. Hummes e gli altri dichiarano che “l’incontro con questi popoli ci interpella e ci invita ad una vita più semplice di condivisione e gratuità”. Viene rinnovata “l’opzione preferenziale per i poveri» e l’impegno ad abbandonare “ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale” al fine di annunciare “la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo”. Il proposito è anche quello di “camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane” e di “assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio”.

Nel 2015 fu dato alle stampe il libro “Il Patto delle Catacombe. La missione dei poveri nella Chiesa” (ed. Emi) con testi, tra gli altri, di Luigi Bettazzi, Jon Sobrino, Piero Coda e Stephen Bevans. All’epoca del concilio a spingere per il Patto fu soprattutto il “gruppo della povertà”, un sodalizio di vescovi conciliari che annoverava il patriarca Massimo IV, il cardinale Giacomo Lercaro, Georges Haddad, ausiliare di Beirut, Georges Mercier, vescovo di Laghout in Algeria, presule della diocesi di Charles de Foucauld. Ma cosa contiene il patto delle catacombe del 1965 ?

Uno dei firmatari, Helder Câmara, nel libro “Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II” (ed. San Paolo), rievoca il clima di quel periodo. “Alla fioca luce della sera” i sottoscrittori, “illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo”, si impegnarono a “vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto … rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti … Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca … tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale della nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli … rifiutiamo di essere chiamati con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre”.

Gli impegni non riguardavano solo l’aspetto personale della povertà, ma anche la testimonianza resa attraverso le strutture ecclesiali. Venivano elencati proposte per costruire una chiesa più vicina ai poveri, «consci delle esigenze di giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni”. I sottoscrittori si impegnarono altresì a dare “quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati … cercheremo di trasformare le opere di ‘beneficenza’ in opere sociali fondate sulla carità e la giustizia … eviteremo di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni …Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale; l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria … Condivideremo, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così ci sforzeremo di rivedere la nostra vita con loro; formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo …”

Sono parole che (diciamolo con franchezza) non hanno avuto una significativa recezione nella chiesa tutta. Certo è che le comunità latino americane (assemblee di Medellin, di Puebla e di Aparecida, teologia della liberazione e teologia del popolo, comunità ecclesiali di base, ecc.) hanno avuto una maggiore e più incisiva sensibilità. Ma è altrettanto certo che in Italia le sollecitazioni provenienti dal patto non hanno sortito effetti reali e diffusi. E non può certamente consolarci la situazione ben più grave in cui versa la chiesa USA.

Ecco perché Francesco insiste affinchè la chiesa italiana si ponga “in uscita” ed avvii un serio e concreto cammino sinodale. Se tale cammino viene inteso e praticato come è stato inteso e praticato il post concilio, senza che le sollecitazioni del patto siano capaci di scalfire il clericalismo, allora avremo perso un’altra occasione. In un mio precedente intervento auspicavo una codeterminazione dei laici nelle decisioni ecclesiali (qui e qui). Mi pare che il sinodo possa rappresentare un buon banco di prova per prendere seriamente in considerazione la partecipazione attiva di tutto il Popolo di Dio. Ed è del tutto naturale che ciò può avvenire solo se la classe clericale, vescovi in testa, decide di porre se stessa in quella condizione che qualcuno ha chiamato “riduzione allo stato ecclesiale” (Fratel Michael Davide Semeraro).

Quel lontano evento profetico (attualizzato un paio di anni fa) ci stimola ad individuare innanzitutto ciò che il sinodo italiano non deve essere. Non deve essere uno dei convegni  nazionali che hanno caratterizzato tutto il nostro post-concilio. Non deve essere come uno di quei sinodi diocesani celebrati, che sono stati praticamente tutti delle montagne che hanno partorito dei topolini. Non deve essere l’occasione di un’ulteriore retorica che fa il verso al papa e lascia morire ogni possibilità di aprire una nuova epoca.  Non deve essere un gesto di obbedienza per compiacere il Papa e mantenere nei fatti la consueta posizione di esasperato attendismo e di afasia rispetto agli orizzonti dischiusi da Francesco al convegno di Firenze di sei anni fa.

Il patto delle catacombe è un appello alla conversione reale e rigorosa.  Un sinodo ha bisogno di tale conversione. Esso è il luogo ove si forma il consenso dei credenti e questo avviene quando la novità della storia impone di annunciare il Vangelo in modo diverso dal passato. La via della povertà, come stile della chiesa nel mondo, significa in fondo una cosa molto semplice: nella sua missione in mezzo agli uomini la chiesa deve usare gli stessi mezzi che ha impiegato Gesù Cristo e cioè soltanto la potenza del Vangelo. La chiesa dei poveri è una chiesa povera. Non si tratta di esaltare la povertà materiale, che anzi va combattuta. Si tratta piuttosto del mistero stesso di Cristo che si rende presente nella chiesa, la quale non può che seguirLo sulla stessa via che Egli ha percorso. I privilegi giuridici, dottrinali e materiali che la chiesa ha accumulato nel corso dei secoli vanno abbandonati laddove il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza evangelica. Il clericalismo è un fardello da dismettere. L’auspicio è che il patto delle catacombe faccia da viatico al cammino sinodale che la chiesa italiana è chiamata a percorrere.

4 risposte a “Un patto per il sinodo italiano”

  1. Alvaro Sollazzo ha detto:

    Se siete dei veri cattolici invece di parlare della chiesa come fosse di un governo politico seguite ed osservate in silenzio la parola e gli insegnamenti del papa. Tanto basta.

  2. Nicola Celadon ha detto:

    un Sinodo è diventato necessario, anche perchè la Pandemia ha tirato fuori tutta la polvere messa sotto il tappeto e svelato la fragilità di una Pastorale che non è più capace di affrontare il “qui e ora”: L’unica mia perplessità sono i partecipanti, gli esperti, i relatori, i coordinatori, etc. perchè se sono gli stessi che hanno portato la Chiesa italiana a questo punto… che senso ha? chi ha una visione, oggi, nazionale (altro problema) delle cose belle che si fanno, dei pensieri importanti che ci sono, delle capacità profetiche che abbiamo, di pastori che “sanno di gregge”, che vengono sepolti da chi invece, ha creato imbarazzo e perplessità.

  3. Dario Busolini ha detto:

    Un nuovo Patto delle Catacombe per i nostri giorni: nello stesso tempo troppo e troppo poco. Troppo perché la Chiesa in Italia non è povera e anche volendo “dimagrire” non credo che realisticamente potrebbe farlo più di tanto (a me basterebbe solo che si decidesse ad abolire l’uso dei titoli pomposi, ormai sorpassati se non ridicoli); troppo poco perché nel momento attuale il Popolo di Dio ancor più che l’abolizione del clericalismo chiede con urgenza quella della pedofilia e della corruzione morale e materiale dilaganti. Qui si teme che un sinodo veramente approfondito possa portare alla luce tanti di quei problemi e tante di quelle compromissioni che è meglio continuare a nascondere… ormai, però, si è messa in moto una valanga che non si può fermare e alla fine certi cambiamenti saranno imposti dalla realtà.

  4. BUTTIGLIONE PIETRO ha detto:

    C’è una parola che sintetizza:
    I P O C R I S I A
    L’ipocrisia di una Chiesa che predica la povertà ammantata di ricchezze..
    Che invita alla Comunione chiusa nella sua torre Autoreferente..
    Che sprona alla lettura della Parola ma non la pratica..
    Che invita all’amore reciproco ma procede ponendo limiti e steccati alle Persone..
    Ce ne sarebbero tanti altri..
    A me basterebbe una Chiesa meno IPOCRITA, che almeno si ricordasse che Qualcuno amava la Verità, che, come diceva Martini, alla Sua Luce vedremo un giorno la LUCE, e allora nn ce ne sarà più x nessun ipocrita.

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