Un Dio infantile e ridicolo?

Quando ascoltare i giovani costringerebbe a ripensare e ridire Dio...
28 Febbraio 2022

In questi tempi sinodali, perché non ascoltare – ancora una volta e più a fondo – gli studenti e le studentesse sul rapporto tra adolescenti e fede in Dio?

Da un primo ascolto, circa il 70 per cento di coloro che si avvalgono dell’IRC (nel mio caso circa l’81 per cento del totale) non crede in Dio.

Tre le motivazioni principali, se vogliamo, strettamente collegate:

1) una qualche forma di fede è considerata incompatibile con un pensiero razionale;
2) credere in Dio è un’esperienza infantile, buona per l’infanzia o fin quando credi a Babbo Natale, ma inconciliabile con la libertà e l’autonomia di chi cresce, diventa adulto e vuole decidere da sé;
3) quasi di conseguenza, Dio, la religione e “tutto il cucuzzaro” sono qualcosa di ridicolo, di buffo, un meme di cui ridere e per cui prendere il giro chi non ne percepisce la portata ironica e, in fin dei conti, la vacuità.

Va da sé che, con le parole di De André, “al loro Dio perdente o fatti il culo, non credere mai!”. A un personaggio immaginario che vuoi chiedere? Che non ci siano le guerre, che si sconfiggano il dolore e la fame, che stiano bene tutti, che si decidano a legalizzare l’erba…

Alcuni studenti, proprio in questi anni, stanno abbandonando comunità o gruppi parrocchiali che avvertono avvitati su sé stessi, autoreferenziali, in fin dei conti inutili. A frequentarli o non frequentarli, come avvenuto in pandemia, non c’è differenza.

Altri non hanno mai frequentato nulla e stanno bene così. Seguono l’ora di religione a scuola perché così hanno deciso i genitori e poi si sono trovati bene; oppure non c’è stata occasione per entrare in seconda ora o uscire prima; oppure perché affrontano la religione in maniera sensata come qualcosa di cui si possa parlare ragionevolmente, senza pregiudizi o senza essere giudicati; alcuni addirittura hanno trovato conferme per il loro ateismo o agnosticismo, a dimostrazione del mistero della libertà umana e della gratuità assoluta di ogni scelta di fede.

Sono passati più di dieci anni da quando Armando Matteo ha pubblicato “La prima generazione incredula”, in cui denunciava l’incomunicabilità radicale tra il mondo della chiesa e quello delle nuove generazioni, per le quali il tema della fede era evaporato, divenuto inconsistente.

Pur nella parzialità di queste esperienze di ascolto, due elementi emergono con ancora maggiore radicalità: in primo luogo, la percezione della fede come un elemento fuori dal tempo, incapace di essere vitale oggi, di intercettare bisogni, linguaggi e vite nell’oggi. In secondo luogo, l’assenza di credibilità della religione in quanto legata all’assenza di figure credibili.

Secondo un vizio tutto cattolico, questa è stata vissuta come un’accusa moralistica a chi predica bene e razzola male, come se la chiesa non fosse stata da sempre la casa prima di tutto di peccatori, prostitute e poco di buono. No: qui manca proprio il predicare bene, il saper dire e ripensare Dio oggi, smantellando quei feticci a cui si è tanto affezionati, ma che ormai non significano più nulla.

 

Una replica a “Un Dio infantile e ridicolo?”

  1. Giovanni Benacus ha detto:

    Alleluia, e allora……. Cosa facciamo? Continuiamo ad essere religiosi o diventiamo Cristiani?

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