Ora che un po’ di (doveroso) clamore e (giusto) scandalo si è depositato sulla ‘questione Rupnik’, in attesa di avere un quadro più chiaro non solo di quello che è accaduto, ma anche di quello che accadrà e di ciò che l’ex gesuita sloveno sta facendo o non facendo (dopo la scomunica del 2020 e la sua remissione, e dopo essere stato dimissionato dalla Compagnia nel 2023 per «disobbedienza»), vorrei provare a ragionare pacatamente sulla questione dell’opportunità o meno dell’esposizione delle sue opere artistiche, cercando di andare oltre il merito degli abusi compiuti da Rupnik (pochi giorni fa il cardinal Fernandez ha annunciato che è stato — finalmente!— nominato il collegio dei giudici che prenderà in esame il caso).
Nel frattempo, un mese fa, il sito Vatican News ha rimosso le immagini dell’ex gesuita dal proprio sito e già a marzo la basilica del Rosario di Lourdes aveva deciso di coprirne i mosaici. Il nodo, dunque, è: cosa fare delle centinaia di opere realizzate da Rupnik? Rimuoverle, coprirle, tenerle come sono?
Il tema è, di per sé, classico: che relazione c’è tra arte e morale? E come questo nesso si lega al caso Rupnik?
Sappiamo che da una parte ci sono coloro che ritengono di procedere quasi come niente fosse accaduto, ricordando i casi di Michelangelo, Caravaggio, etc. per cui l’arte è valida oltre la morale. Dall’altro lato ci sono coloro che, a volte indulgendo forse a un poco di moralismo, sono per la cancellazione completa (interessante notare che per la rimozione sono quelle aeree di pensiero che, però, si battono contro la cosiddetta cancel culture: ma questo è un altro argomento).
Del rapporto tra estetica ed etica si è discusso per secoli, ugualmente con varietà di posizioni. E una via giusta non si può individuare, poiché il ventaglio delle risposte è assai ampio, tanto più che nella modernità si è via via affermata l’idea dell’autonomia dell’arte e del gusto estetico. Dunque ogni persona può avere una propria opinione del legame tra arte e morale.
Per quanto mi riguarda, ho, forse, trovato una risposta provvisoria in un testo molto fertile e ricco, di cui consiglio la lettura; si tratta di Arte e morale di Tzvetan Todorov, andato poi a comporre la seconda parte di un libro-gioiello, Il caso Rembrandt (Garzanti, 2017). Qui il grande critico letterario e filosofo franco-bulgaro tratta, con acutezza e sintesi, la questione morale nell’arte e nella vita di Rembrandt, e poi il lettore trova quella preziosa lezione che è, appunto, Arte e morale, dove l’autore ripercorre i termini del dibattito, dall’antichità al XXI secolo.
Ora, Rembrandt fu un genio assoluto (confesso che è uno dei miei pittori preferiti) eppure fu anche un uomo moralmente misero, come sa chiunque abbia avuto qualche notizia biografica dell’artista olandese: il modo in cui trattò la moglie e la figlia, ad esempio, sono riprovevoli. Ma questo ci impedisce di commuoverci davanti al Ritorno del figlio prodigo (su cui scrisse intense meditazioni anche Henri Nouwen), finanche di pregare? Ovviamente no.
Todorov coglie benissimo il punto:
«A un artista, nel momento della creazione, chiediamo di dare prova di certe qualità, e non abbiamo in mente la gentilezza (nei confronti dei personaggi o di altri membri della specie umana), né la benevolenza, né la generosità, né la volontà di proteggere. Preferiremmo invece che fosse spietato – con sé stesso e con l’umanità – per spingersi oltre i suoi predecessori nella ricerca di una verità nuova, e più profonda, dell’essere umano, per allargare i confini di ciò che ne conosciamo. È questa verità che nell’arte chiamiamo “bellezza”». Dai grandi pittori non ci aspettiamo una prova della loro virtù né una condanna dei vizi altrui, ma la capacità di capire e farci capire l’essere umano, i ladri e gli assassini come i santi e gli eroi».
E per quanto riguarda il pittore olandese, scrive ancora Todorov:
«Rembrandt appartiene a questa stessa stirpe di artisti per i quali il fiume della vita si scinde in due rami fra loro non comunicanti. Il pittore è sensibile all’umanità di chiunque, dal dio crocifisso fino al bambino che impara a camminare; dal canto suo, gli esseri che lo circondano sono messi al servizio della creazione e del creatore».
Assolvere, dunque, l’uomo Rembrandt? Non è questo che sostiene Todorov. Rimane, certamente, la presa di distanza da ciò che egli compì dal punto di vista etico; ma a Rembrandt non chiediamo coerenza di vita, chiediamo bellezza — che sappia nutrire la nostra vita, anche dal punto di vista intimo — e uno sguardo sull’essere umano — che ci aiuti a capire meglio la vita. Tanto che Todorov scrive in Arte e morale:
«Il creatore dà il massimo nell’opera che realizza, non bisogna cercare la stessa intensità nel resto della sua esistenza. L’umanità che emana dai dipinti di Rembrandt non è presente nelle relazioni del pittore con le sue compagne. Spesso questa disparità si riflette anche all’interno dell’opera: il messaggio trasmesso dalla qualità dell’esecuzione va oltre o contraddice quello che l’autore mette deliberatamente in bocca ai suoi personaggi».
Insomma, nessun artista sembra essere all’altezza della sua opera, e ci sono casi in cui questo è evidente: Rembrandt, Caravaggio (ma gli esempi potrebbero essere tantissimi, da Tommaseo a Claudel, da Neruda a Pasolini, per stare alla modernità, e così via; peraltro, chi è davvero all’altezza delle sue idee sul mondo e la vita?).
Torniamo, allora, al caso Rupnik. Se cerco di adattare i criteri di Todorov, che mi paiono ragionevoli, è chiaro che la sua condotta di vita non è all’altezza dell’arte che egli ha espresso. Qui, peraltro, l’aggravante, per così dire, è che si tratta di ‘arte sacra’ e che l’artista è un religioso (ma anche questo non rappresenta una novità nella storia).
Il nocciolo, forse, è un altro, e riguarda la contemporaneità della vicenda, la sua strettissima attualità, la compresenza nel tempo odierno di ‘vittime e carnefice’, cose che ci devono far parteggiare per la verità in primo luogo, e quindi per chi ha subito la violenza: da un punto di vista morale non ci sarebbe dubbio. E tale è, infatti, una risposta etica.
Che fare, però, delle centinaia di mosaici dell’artista sloveno? Che risposta estetica ed ermeneutica dare?
Credo che sarà da usare il saggio criterio della prudenza e della chiarezza (che evita gli equivoci), per cui è quanto mai opportuno evitare di dar ampia diffusione alle immagini di Rupnik negli strumenti formativi, nei canali informativi il cui argomento è primariamente religioso e morale, nei sussidi di preghiera, perché non deve passare il messaggio che usando quelle immagini si stia giustificando l’etica dell’autore. Ugualmente, saranno da evitare le citazioni dei suoi libri in cui tratta di questioni di vita affettiva o di vita religiosa.
È il sacro rispetto per le vittime che domanda questa prudenza, è la necessaria tutela del debole che esige chiarezza. E questo fino a quando lo scorrere del tempo non abbia ‘depotenziato’ lo scandalo nel fruitore, per cui, forse, i posteri potranno accostarsi serenamente a quelle immagini senza più sentire un rifiuto interiore, così come oggi accade per opere di artisti e scrittori di secoli fa. È il criterio del tempo che ci permette di leggere, osservare, ammirare un’opera senza sentire il peso della biografia d’artista. Ma oggi chi non se la sente di pregare di fronte a un’immagine creata da Rupnik, chi avverte un’opposizione, ne ha motivo e, quindi, non è opportuno offrire strumenti con quelle raffigurazioni.
Ma i mosaici che si trovano in chiese, anche di capitale importanza e di ampia frequentazione? Anche qui, sarà conveniente che non sosti in quei luoghi chi trova una difficoltà interiore a starvi. Ma rimuovere i mosaici, o coprirli, non mi pare la strada più giusta; meglio è non nascondere la difficoltà, chiarire che quelle immagini possono veicolare un significato buono del Mistero, sebbene l’autore non sia stato all’altezza di ciò che comunicava, suggerire che non si sta indicando come modello di vita l’artista, magari con spiegazioni e note sobriamente esplicative. Almeno fino a quando, anche qui, il tempo non abbia fatto il suo corso e si potrà osservare un mosaico di Rupnik con la serenità necessaria, senza moti interiori di turbamento, così come accade di fronte alla Vocazione di san Matteo di Caravaggio o all’Annuncio a Maria di Paul Claudel.
Due note, infine, mi sembrano d’obbligo: la prima è che quei mosaici sono frutto anche della bottega di Rupnik, e ciò non si dovrebbe dimenticare; indubbiamente Rupnik ne è stato l’ispiratore artistico, ne ha elaborato lo stile, ha rifondato una grammatica estetica riconoscibile. Ma c’era anche un atelier, il cui lavoro va comunque rispettato.
La seconda nota riguarda una modalità ecclesiale che nel Novecento, e anche nel nostro secolo, non ha fatto bene, e riguarda la trasformazione di uno stile artistico nell’unico (o quasi) stile artistico del momento. Di fronte alla grande difficoltà di trovare grammatiche estetiche adatte al contemporaneo, quando si è pensato di coglierne una efficace, si è abbracciata a tal punto da farne una moda e da saturare ogni spazio, escludendo automaticamente altre vie. Così il neobizantinismo di Rupnik è divenuto la grammatica figurativa della Chiesa cattolica occidentale per trent’anni, da cercare e imitare, da inseguire e da proporre.
Allora varrà la pena ricordare che di fronte agli innamoramenti artistici (e letterari) rimangono legittime altre strade di elaborazione estetica e di gusto, altre poetiche, altre forme di raffigurazione e interpretazione del Mistero: se molte sono le vite, se molte sono le sensibilità, molte sono anche le vie dell’arte (dell’arte: non del kitsch).
(ph: Santuario di Lourdes)
Vorrei avanzare alcuni ulteriori spunti. L’arte di Rupnik si ispira molto chiaramente alle icone, che nel mondo ortodosso devono essere “scritte” da veri asceti, anche santi, come opere spirituali in sé… I mosaici di Rupnik sono in genere estremamente pervasivi anche per la dimensione, occupano interi spazi sacri, si impongono pur volendo evitarli: partecipare alla messa guardando una di quelle opere? Anche no… Delle due l’una: o i simboli “parlano” (e nel caso di Rupnik dicono le cose che ben sappiamo), oppure possiamo appendere ai muri qualunque cosa; d’altronde si può essere ispirati alla preghiera anche davanti a un manifesto pubblicitario… Last but not least: il Vangelo dice che “l’albero si riconosce dai frutti”; frutti buoni, albero buono dunque? Alla fine, comunque, credo che gran parte di quelle opere resteranno, e non tanto per il frutto di grandi riflessioni: solo perché sono costate un sacco e costerebbe molto anche demolirle e sostituirle.
Concretamente, Roberto, cosa proporrei dunque? Se “ci fossero i soldi” demoliresti? E poi a chi tocca? “Dai frutti li riconoscerete” mi interroga molto… perchè non è sempre così, pare… e poi dovremmo chiudere Emmaus (Abbiamo Pierre), Fede e Luce (Vanier), Regnum Christi (Maciel), etc… che sono frutti buoni di semi non buoni.
Tanti, anche di quei nomi che facevo, si sono presentati come maestri, peraltro.
Non sono d’accordo. E invito a considerare meglio alcune faccende. È vero che spesso i più grandi geni non furono modelli di moralità (personalmente penso che l’eccellenza in un talento venga “compensata” dalla debolezza del resto); ma non si sono imposti come maestri di etica, spiritualità, religione. Rupnik l’ha fatto; anzi ha promosso le sue opere come espressione precipua di tali realtà (e purtroppo nella Chiesa moltissimi l’hanno creduto). Qui dunque il rapporto non è tanto tra arte (tra l’altro qualcuno ha contestato che quella di Rupnik lo sia) e morale, né tra morale e arte sacra o addirittura liturgica, ma precede l’arte stessa: è questione della “verità” di quei manufatti. Se fossero confermate le testimonianze delle vittime che raccontano dello stretto legame tra quei manufatti e le perversioni dell’autore, saremmo di fronte a una deliberata truffa spirituale, alla manipolazione del cristianesimo per giustificare le proprie aberrazioni (segue)
Grazie, Sergio, per questo bell’articolo che riesce a trovare l’equilibrio sul sottile filo fra estetica e, direi, pastorale.
L’arte di Rupnik è la testimonianza che la Bellezza è sempre più grande delle miserie (e qui sono davvero miserie) dell’artista.
Grazie Chiara, per aver ricordato una Bellezza misteriosa che val al di là del male