Certo, rimuovere quei costosi e ingombranti mosaici non sarebbe un'operazione semplice. Ma anche lasciarli al loro posto come se niente fosse presenterebbe alla Chiesa il suo pesante prezzo...
Esprimo il mio diverso parere sollecitato dalla suggestione del post di Sergio Di Benedetto, invitando a considerare meglio alcuni dati (che sono comunque provvisori fino a quando il processo non abbia stabilito la sua verità, ascoltando naturalmente anche quanto l’accusato avrà da dire a sua difesa – pure se personalmente dubito che l’ex gesuita si presenterà in tribunale).
- Anzitutto vorrei sgombrare il campo dalla questione che nel caso Rupnik sia in gioco soltanto il rapporto tra arte (del resto qualcuno ha contestato che quella di Rupnik lo sia…) e morale, o tra morale e arte sacra o addirittura arte liturgica. A mio parere la questione precede l’arte stessa e riguarda la “verità” di quei prodotti. Se infatti al processo fossero confermate le testimonianze delle vittime che raccontano dello stretto legame tra la creazione di quei manufatti e le perversioni dell’autore (che non riporto per decenza, ma sono riscontrabili facilmente in internet, per esempio qui), saremmo di fronte a una deliberata manipolazione del cristianesimo, all’uso di immagini religiose di cui si capovolge il senso. Non diversamente da una “messa nera”, in definitiva.
- Quindi pure la questione della moralità personale dell’artista va considerata secondaria. Se è vero che spesso i più grandi geni non furono modelli di comportamento (personalmente penso che l’eccellenza in un talento venga “compensata” dalla debolezza del rimanente…), né Caravaggio né Michelangelo etc – si magna licet componere parvis – si sono mai imposti come maestri di etica, di spiritualità, di religione. Rupnik invece l’ha fatto; anzi ha promosso le sue opere come espressione precipua di tali realtà, e purtroppo nella Chiesa moltissimi l’hanno creduto (anche qui gli esempi sono moltissimi, desunti dagli stessi scritti di Rupnik come questo).
- Si obietta che anche altri si sono presentati come maestri spirituali e creatori di grandiose opere evangeliche, salvo poi scoprirne la vergognosa doppia vita; per esempio l’Abbé Pierre fondatore di Emmaus, Jean Vanier dell’Arche, padre Maciel dei Legionari di Cristo. Vero. E vorrei lasciare questo fatto nel mistero che lo riguarda, senza ricorrere alle solite frasi consolatorie tipo “il Signore scrive dritto su righe storte” o “Dio sa trarre il bene anche dal male”. Noto però due fatti: nei casi qui sopra elencati, l'”opera” nata dal peccato è stata comunque ereditata dalla responsabilità di altre persone, che hanno avuto la possibilità di interpretarla e correggerla secondo principi più sani; invece i mosaici di Rupnik sono “fissi”, portano con sé per sempre la radice indelebile da cui sono nati. Ma soprattutto gli eredi dei suddetti hanno compiuto un percorso di riconoscimento e ammissione delle colpe dei fondatori, hanno chiesto perdono alle vittime, hanno attuato percorsi di cambiamento… Non mi risulta che il Centro Aletti abbia intrapreso questo cammino finora, anzi al contrario ha difeso il suo fondatore tutte le volte che ha potuto. Perciò non mi pare che possa valere il principio di “salvare le opere di Rupnik” in quanto non sono soltanto sue.
- Infine c’è la questione del simbolo nelle religioni. È chiaro che l’iconografia nel cristianesimo (e nelle chiese cattoliche più ancora che nei templi protestanti!) non è semplicemente una decorazione dei muri, ma ha un significato simbolico: ovvero non solo illustra ma anche richiama una realtà spirituale, anzi ha la pretesa di completare per gli occhi – ancorché in modo imperfetto – ciò che le parole del rito fanno risuonare all’udito, il pane e il vino dicono al gusto, i gesti esprimono col corpo. Ora, un mosaico di tema religioso di cui si conosca (o anche solo si sospetti) l’origine perversa, può sostenere questa simbolica? Lascio la risposta a chi legge, aggiungendo solo ad aggravio che l’arte di Rupnik si ispira molto chiaramente alle icone ortodosse, le quali devono essere “scritte” da veri asceti, anche santi, come opere spirituali in sé (vedi qui per esempio).
Resta dunque la domanda iniziale: che fare? Ovviamente non ho la risposta assoluta. Mi sento però di indicare alcune possibili vie, anche qui per punti.
- Anzitutto aspettare il processo. Può darsi che dalle testimonianze o dalla difesa stessa derivino elementi utili per giudicare meglio la qualità morale, cristiana delle opere di Rupnik: in bene o in male.
- Se verrà confermato quanto sappiamo finora, a mio parere il peggio sarebbe non tirarne le conseguenze: cioè non agire assolutamente su quei mosaici. Sarebbe davvero uno spregio non solo alle vittime, ma anche alla giustizia e alla verità.
- Questo però non vuol dire distruggerle o rimuoverle tutte (almeno alcune sì: bisogna farlo). Si può anche agire in modo differenziati, come è avvenuto a Lourdes dove i mosaici sono stati prima “oscurati” e poi coperti. Oppure apporre all’opera una targa che ne spieghi con trasparenza la storia e insieme chiarisca che la decisione di mantenerla ha un valore di testimonianza storica ma anche penitenziale.
- È possibile insomma trovare soluzioni “creative” differenti. Riterrei però poco tollerabile che si continuino le realizzazioni “alla maniera di Rupnik” tuttora in corso o che – di quelle esistenti – si perpetui l’uso a illustrazione di contenuti religiosi. Lo stesso Rupnik del resto, nella cappella Redemptoris Mater di Roma che l’ha lanciato come star dell’arte religiosa, fece distruggere i mosaici di un collega russo per collocarvi i suoi…
- Infine – sempre che dal processo esca un giudizio di colpevolezza nei confronti del fondatore – andrà richiesto al Centro Aletti di pronunciarsi in genere sulla vicenda e nello specifico sulle opere realizzate sotto il suo nome: tocca infatti anche a loro esprimersi in materia. La discussione continua…
Le opere d’arte una volta realizzate su volere di acquirenti sono lì a essere ammirate o se non ignorate. Diventano problema se come queste di cui si parla diventano espressione del Sacro, assumono importanza come lettura di Storia Sacra. Certe Basiliche, Chiese erette in altri secoli, proprio la rappresentazione pittorica in Pale di altari erano lettura anche per analfabeti. L’arte penetra, suscita esprime sentimenti , quella sacra tende a esaltare bellezza perché ogni opera da Dio compiuta in origine e’ bellezza, e la sua Chiesa nell’Apocalisse viene descritta in magnificenza. Tutte le opere di questo artista sono inquietanti, per via di quegli occhi neri, che emanano una luce fosca. Certamente non possono rappresentare Cristo, ne Maria, l’inchiostro a descrivere lo Spirito divino?!, forse certo animo umano, ma non il celeste. Ma si guardi La Pietà, dalla quel marmo quanta luce!
Sono rimasta basita vedendo che una grande parrocchia della diocesi di padova pur essendo a conoscenza come tutti dello scandalo Rupnik, ha portato I ragazzi di cresima comunione in pellegrinaggio in un santuario del vicentino famoso per I mosaici di Rupnik.
Il bollettino parrocchiale riportava foto e apprezzamento del mistico autore. Poi siamo senza preti nelle parrocchie e la stessa diocesi presta al centro Aletti sacerdoti . Si sa che è più gratificante lavorare per Rupnik che nel nascondimento di una parrocchia.
Grazie Roberto per il confronto, nella differenza di opinioni.
Noto solo che la tua proposta 3 in parte è quanto auspicavo: per evitare “che tutto passi” nell’indifferenza, una cartiglio, una spiegazione etc…