La forma della sua fede
Questa riflessione sul testamento di Ruini mira a chiarire quale sia stata la forma con cui lui ha vissuto la fede, senza minimamente discutere del valore di essa, certamente vera e solida. Questo per comprendere (come già detto qui) perché, a fronte dei dati di realtà che segnalavano il sostanziale fallimento del suo progetto, Ruini non abbia accennato minimamente a riconoscerlo e a rivederlo.
Un atto di onestà
Ad ascoltare col cuore, il testamento di Ruini è un atto di grande onestà esistenziale, soprattutto per l’ammissione dei limiti della sua fede. Limiti che abbiamo tutti, ma che nel suo caso non apparivano mai o quasi mai nel modo di esprimersi, di mostrarsi, di stare al mondo. “A difendere la fede mi sono dedicato, già da studente liceale (…). Nonostante tutto questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato”. Un passaggio rivelativo di una “sfasatura” interiore presente in lui fin da ragazzo.
Una fede ricevuta culturalmente
Se la percezione interiore era dominata dal dubbio, allora la domanda che mi sorge è: come è nata in lui la fede? “Fin da piccolo ho avuto il dono della fede e ho detto le preghiere, la fede fino a oggi mi ha sempre accompagnato”. Sembra davvero difficile negare che per lui la fede sia qualcosa che gli è arrivato culturalmente, attraverso l’educazione. Quasi un dato strutturale rispetto alla sua stessa identità.
Se faccio reagire questo dato con l’espressione di Ratzinger in apertura di “Deus Caritas est”, sull’origine della fede, ci si accorge di cosa non ci sia nel testamento: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Nonostante tutte le persone che Ruini ringrazia e di cui segnala l’amore che hanno avuto per lui, il testamento non sembra l’espressione di un innamorato, di una persona che è stata afferrata esistenzialmente da Cristo, per un contatto diretto con Lui. Solo attraverso Giovanni Paolo II dice di aver sperimentato la presenza di Cristo per lui, senza però riuscire a seguirne l’esempio in ciò che avrebbe rimediato alle sue colpe più gravi. Sembra più il testamento di chi cerca di afferrare Cristo, ammettendo di non esserci riuscito come avrebbe desiderato.
Come si è nutrita la sua fede
Lui stesso afferma che il testamento è scritto per “stimolare a fare meglio” di sé stesso. Se avesse avuto qualcosa che si avvicina a ciò che Ratzinger chiama “incontro con un avvenimento, con una Persona”, perché avrebbe dovuto tacerlo? In questo silenzio allora la domanda che sorge è: come ha potuto mantenersi la sua fede, di cosa si è nutrita? Due tracce ci possono aiutare.
La prima. Ruini si rammarica che ora che avrebbe tempo per dedicarsi alla relazione con Cristo, di fatto è preso più dallo studio, dalla teologia, la sua grande passione. “Ho cercato di approfondire con lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di proporli e difenderli con passione e convinzione”. A dire che la sua fede si è mantenuta per la robusta ricostruzione concettuale che lui ne ha fatto. Una fede pensata prima che vissuta, che rincorre la verità, più che farsi portare dall’amore, che tende a identificarsi con la sua stessa ricostruzione concettuale teologica. Un primo motivo per cui non può riconoscere facilmente l’inefficacia pastorale, pena la messa in crisi della fede stessa.
La seconda. Ruini riconosce che la sua fede è “sottodimensionata” rispetto ad una vita totalmente dedicata a Cristo e ai fratelli. Difficile, però, negare che la sua vita sia stata, di fatto, dedicata tutta alla Chiesa. Il surplus di energia necessario per una vita del genere, se non viene dalla fede, viene da gratificazioni umane connesse proprio a ciò che si vive. E Ruini lo riconosce, quando ammette che l’essere fatto vescovo ha risolto una “stanchezza che minacciava di opprimere” il suo sacerdozio e gli ha dato, da lì a poco, di diventare “un personaggio pubblico”. A dire che il ruolo e la notorietà lo hanno sostenuto nel suo essere vescovo, ben oltre la sua stessa fede, tanto che prega per riuscire ad accettare la “progressiva estinzione” del suo ruolo. Un secondo motivo, che lo ha spinto a non poter accettare facilmente una sconfitta pastorale: il suo equilibrio personale sarebbe andato fortemente in crisi.
Essere cristiani più di quanto si sente di esserlo.
Sembra, quindi, che lui stesso ammetta una fede in cui si deve mostrare di essere cristiani più di quanto si sente davvero di esserlo nel profondo. E qui si apre l’aspetto più rilevante del suo modo di vivere la fede. A livello teologico lui riconosce che la pienezza della fede sta nella consegna totale di sé a Cristo. Nella sua esperienza esistenziale, però, l’incremento della sua fede verso tale pienezza è ipotizzato come risultato di una volontà volente. Qualcosa, quindi, che non nasce come risposta all’esperienza di pienezza dell’essere amati da Dio, che non si lascia riempire e modellare dall’amore di Dio, ma cerca tale pienezza come effetto della propria decisione volontaristica.
Non è casuale che la sua ultima preghiera al Signore sia quella di essere convinto “interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane”. Che segnala, al contrario, quanto la sua azione pastorale sia stata improntata, invece, dalla convinzione che tutto dipendesse da lui, dalla sue scelte e dal suo pensiero. Un terzo motivo per cui gli stato impossibile riconosce l’inefficacia pastorale delle proprie scelte: avrebbe messo in crisi la sua stessa vocazione.
Una forma di fede legata al suo tempo
Proprio su questo punto lui non è riuscito a cogliere il cambiamento profondo portato dalla post modernità, sulle dinamiche che oggi permettono ancora la fede. Oggi una fede tramandata culturalmente, che non si appoggia essenzialmente sull’esperienza interiore di sentirsi amati da Dio direttamente, che sta in piedi soprattutto per una costruzione teologica e per gratificazioni umane non riesce più ad essere attraente.
Il modo con cui oggi l’uomo immagina si possa avere a che fare col trascendente passa molto di più e molto prima sul piano emozionale e sensoriale, più che da quello razionale. Cosa che nella forma di fede di Ruini è chiaramente sullo sfondo. Oggi la fede rinasce laddove nel presente si riesce ad avvertire la presenza amorevole di Dio per sé stessi e, a partire da lì, provare a rispondere a questo amore. Nella forma di fede di Ruini, invece, ad essere dominante è il futuro, cercando di anticipare ciò che si è chiamati a diventare, mettendo sulla sfondo l’esperienza del presente. Oggi la fede rifugge dalle direzioni istituzionali entro le quali la si vorrebbe vedere scorrere e cerca, invece, la costruzione di percorsi personali, che possono dare adito anche a visioni concettuali diverse della stessa fede. Nella forma di fede di Ruini, invece, l’oggettività istituzionale è l’unico canale entro cui la fede si può sviluppare.
La sua è stata una fede sincera e permanente, ma che ha assunto una forma che oggi non la rende più possibile.
@ Maria
Premetto che x me il cristiano deve essere schietto, amare la realtá e cercare sempre la verità.
Il suo intervento mi ha portato alla mente il format della Confessione, fino a non molto tempo fa. Era:
Hai detto le preghiere? Mattino e sera?
Lo stesso identico format di chi x giustificare la propria fede scrive:
Da piccolo dicevo le mie preghiere .
Non vado oltre x non infierire anche se Lui non usava la mano leggera x la correzione tra fratelli…
II confessori andavano di fretta e per abitudine. Ma io penso che quando si diceva ogni mattina “preservarmi dal peccato e liberami dai pericoli” la giornata ci andava meglio. Crescendo si è privilegiata la spontaneità snobbano le formulette, ma erano fatte bene quelle preghierine. Si insegnava ai piccoli a salutare Dio e mettersi sotto la sua protezione. Un po’ come dire “Dì buongiorno al nonno!” Era educativo.
Errata corrige. È scomparsa la d di snobbando.
Snobbando non snobbano.
Traggo dal testamento il brano sulla fede:
“Confesso
anzitutto la pochezza della mia fede. Fin da piccolo ho avuto il dono
della fede e ho detto le preghiere, la fede fino a oggi mi ha sempre
accompagnato e sostenuto, in particolare nell’accogliere la
chiamata al sacerdozio. A difendere la fede mi sono dedicato, già da
studente liceale, senza timidezza o paure. Ho cercato di
approfondire con lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di
proporli e difenderli con passione e convinzione. Nonostante tutto
questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato
sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai
ceduto alla tentazione. Concretamente, la mia fede era e rimane
sottodimensionata per reggere e animare una vita che TAGLIO x contenere lunghezza…”
Noto che la fede intesa come pregare e studiare a mio avviso è diversa dalla fede intesa come relazione personale con Gesù.
Full stop.
Scusami tanto ma la preghiera non è forse relazione? Quando preghi parli da solo (come dice l’ateo) o parli con Qualcuno che ti ascolta?
Poi non dice di avere perso la fede ma di essere stato tentato. Gli amici di Dio, si sa, sono strapazzati dal diavolo ora con la blandizie illusoria, ora con la paura, ora col martirio. È successo anche a Gesù. Ma non ha ceduto alle insinuazioni mentali, ha resistito, e la fatica di questo combattimento è altamente meritoria.
Secondo me Borghi è sempre esageratamente contorto nei suoi ragionamenti, forse perché si sforza troppo di essere originale.
Chiedo scusa, ma a proposito della Fede, ho sempre sentito affermare che questa è un dono! Se è così non è detto che la persona ne sia conscia, se è dallo Spirito , ma tale Fede si fa manifesta attraverso le opere. Quindi una persona che prega può farlo da Fede ricevuta, da educatori, ma se uno decide di farsi ministro della Parola, con quanto comporta questa decisione come impegno di vita, questo sembra essere anche per un dono ricevuto. Se poi dopo una vita di serio coerente impegno Egli ritiene di aver seguito molto di aver assecondato una sua volontà’, una vita! Come non supporre aver pure servito il volere di quel Maestro che lo può avere scelto.per primo. Le sincere personali considerazioni gli fanno onore, come le sue battaglie per i principi ritenuti inviolabili! Sono bene dell’umanità malgrado la società odierna abbia optato per darsi leggi e diversi valori, e non veda quanto certi suoi mali hanno da essi origine
Articolo severissimo.
Leggerò il testamento spirituale del cardinale, per capire direttamente se effettivamente la Chiesa italiana è stata guidata per decenni da un soggetto autorevole ma sorretto da una fede (per sua stessa ammissione) quantomeno discutibile (mentre pubblicamente faceva sfoggio di certezze incrollabili evidentemente più proclamate che vissute con sincerità).
Io non ho detto e non penso che la sua fede sia discutibile, nel senso di una fede “scorretta” o “falsa”. Basandomi sulle sue parole ho descritto la forma di quella fede, che però era solida e stabile. Ma quella forma oggi non attira più
@ Fedele
Una domanda.
Ha letto il testamento del Cardinale?
Quando parla della SUA Fede?
Buongiorno. Io sono rimasto allibito dal modo gravemente irrispettoso in cui codesto Gilberto parla di un fratello nella fede, presbitero e vescovo. Lei sta valutando la.vita di una persona richiedendo che lui si penta in modo esplicito di una visione che ha alimentato, come se fosse una colpa, estrapolando da questa visione un giudizio di coscienza sulla sua fede? A me davvero pare assurdo. Puo dichiarare che nonha condiviso le sue idee, ilsuo progetto culturale e di governo, ma da questofare un salto dentro la sua coscienza, di fatto prendendo le veci del Padreterno, e dedurre che la sua fede non e piu valida, ritengo non solo non sia lecito, ma sia un giudizio temerario e questo si, rivelatore di una posiziine fondamentalistica.
Saluti
Grazie Gilberto, un bell’articolo che dice molto non solo di Ruini ma anche di parte del cattolicesimo movimentista che si è riconosciuto e che è stato riconosciuto in quel modo di governare la Chiesa istituzionale. Dietro ci sono ecclesiologia, antropologia e anche teologia con accenti spesso unilaterali
Scusa ma imo molto importante qs ipotesi che, se vera, suona da terribile monitor a tanti teologisti.
E se fossero state proprio le incertezze di base della sua fede, che tu hai rilevato, a illuderlo di riuscire a basarla sul depositum, sta scritto, and so on..??
Dice qualcosa questo?
Gilberto ha scritto:
” Nella sua esperienza esistenziale, però, l’incremento della sua fede verso tale pienezza è ipotizzato come risultato di una volontà volente. Qualcosa, quindi, che non nasce come risposta all’esperienza di pienezza dell’essere amati da Dio, che non si lascia riempire e modellare dall’amore di Dio, ma cerca tale pienezza come effetto della propria decisione volontaristica.”
Trovo centrato e perfetto il tuo scritto. Solo mi permetto qs. Osservazione
Che Fede non è data senza atto di volontà, libera scelta, così ho concluso il mio libro. IL VA SENS DIRE.
OK.
Ma non basta!
QUALE CRISTO?
QUALE RELAZIONE?
RUINI ci ha dimostrato, con il suo fallimento, che non può essere quello della Teologia. Quello dei sacri testi e relative interpretazioni. Anche le post e le trans e le…
La Parola giusta, che tu conosci bene, quella che Jannacone ci sta mostrando in qs GG, è
U M A N I T A’
La Fede dono ricevuto. Si perché da educazione famigliare(le preghiere) il conoscere una Persona altra come facente parte, membro non visibile ma esistente. Una Fede che ha evidentemente trovato terreno fertile a radicare se ha provato interesse a coltivar e lo studio della teologia, Cristo che si fa vicino a chi lo cerca? Viene di pensare che Cristo scelga le persone di cui ritiene aver bisogno la sua Chiesa, come è stato con gli apostoli, anche per le doti personali- anche gratificando il desiderio e dove volontà tende realizzarsi. Dice bene che in effetti è nell’operare che uno scopre di avere certa Fede, se questa essere costruttiva, anche soddisfare la naturale tendenza della persona a realizzarsi. “La Chiesa è di Cristo Egli stesso ne ha cura” che sia Lui a considerare quanto necessita e Nel tempo presente la scelta di Robert Francis Prevost a Papa Leone XIV e’ da credere si rivela essere risposta alle necessità della di oggi sua Chiesa