Fede e reliquie

Se Gesù ha operato miracoli, segni e prodigi, un giusto culto delle reliquie non può allontanare dalla fede ma accompagnare il credente
3 Dicembre 2025

La partecipazione ad una messa nel Santuario Santissimo Salvatore in Lauro a Roma mi dà l’occasione di ringraziare Roberto Beretta per un suo post del 1° agosto 2025 che così recitava: “Sapevamo del prepuzio di Gesù e della cintura della Madonna, ma non della reliquia del sangue di Cristo! Invece almeno due città italiane ne vantano il possesso; e sarebbe bene che qualcuno mettesse fine a questi ridicoli falsi, che col cristianesimo non c’entrano proprio”. Da qui nascono alcune mie riflessioni.

Signore, vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).

Questa richiesta di alcuni greci all’apostolo Filippo ci viene trasmessa dal quarto Vangelo dove, nel linguaggio che caratterizza l’evangelista Giovanni, il “vedere” non è il semplice esercizio del senso ottico, ma ha una valenza teologica, rimandando al “vedere” interiore, quello operato dagli “occhi della fede” (Cfr. discorso a Nicodemo Gv 3,3; la guarigione del cieco nato Gv 9, 35-40; discorso sacerdotale Gv 14,7; apparizione a Tommaso Gv 20, 27-29; il “Vide e credette” di Gv 20, 8-9).

Eppure, il bisogno ancestrale “fisico” di “toccare con mano” e “vedere con gli occhi” “l’autore della vita” (1Gv 1, 1-2) ed essere partecipi di segni e opere, ben si raccorda all’esigenza personale che coinvolge oggi ciascuno dei cittadini del mondo contemporaneo.

Non è forse vero che non solo i giovani, nativi digitali, ma anche adulti ed anziani oggi sono in uso e quasi sentono l’esigenza, di ritrarsi con un “selfie” e immortalare i luoghi e gli eventi ai quali prendono parte?

Che sia l’esperienza mondana della partecipazione ad un evento musicale o sportivo o sia quella religiosa di un pellegrinaggio in Piazza San Pietro o al santuario di qualche Santo, ognuno di noi, oggi, usa riprendere i luoghi e gli eventi e ritiene utile portarsi a casa degli oggetti, immagini, gadget o statuette, che ricordino la partecipazione agli eventi stessi o la presenza sul luogo immortalato.

L’Istruzione Le reliquie nella Chiesa, pubblicata l’8 dicembre 2017 dalla Congregazione delle Cause dei Santi, fornisce le indicazioni sulle procedure da seguire inerenti alle reliquie dei santi e dei beati.

Sicuramente quello delle reliquie è un capitolo che può costituire un gap nel dialogo ecumenico nei confronti delle Chiese della Riforma. La storia ci narra uno scisma fondato sulla Sola Scriptura e sulla critica alle deviazioni del potere della Chiesa di Roma con la vendita delle Indulgenze, che giunge a criticare e a delegittimare il peso e il ruolo della stessa Tradizione e del Magistero nella storia e nella gestione della Chiesa. Questo portò alla reazione della Controriforma, con il divieto ai laici di possedere una Bibbia e un accentramento sui Sacramenti, sull’Eucarestia, sulla devozione popolare, nutrita con processioni, rappresentazioni sacre, culto dei santi.

Il culto dei santi e la produzione delle reliquie si diffondono fin dai primi tempi del Cristianesimo ed è innegabile che commercio e mercimonio si siano accompagnati nei secoli a tali devozioni: “translare” le reliquie di un santo e costruire una cattedrale in suo onore costituiva un richiamo per i pellegrini ed un sicuro introito per i mercanti.

Se l’Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi tenta di mettere un po’ d’ordine sul culto delle reliquie dei santi, cosa dire delle reliquie attribuite a Gesù o alla Madre di Dio?

Qualcuno ha notato che con le reliquie del legno della Croce diffuse nelle Chiese della cristianità potrebbe ricostruirsi non il semplice “albero della Salvezza” ma un’intera foresta.

Le critiche al culto delle reliquie, non solo da parte della Riforma o di pensatori laici o non credenti ma anche dal parere di credenti che ravvisano in queste pratiche una minaccia allo stesso messaggio evangelico, sono diverse.

Da quello, già citato, del mercimonio, a quello che chiama in causa l’inautenticità, la superstizione, l’idolatria, la mentalità “magica”, la mancanza, dunque, di una fede autentica nel nome della ricerca del “sensazionale” e del “miracolistico”.

Torniamo al messaggio evangelico.

È indubbio che Gesù inviti chi lo segue alla centralità della fede, cioè all’adesione alla relazione con la sua persona e con il suo Vangelo, spostando i riflettori dai “segni” che accompagnano la sua predicazione, segni quali la liberazione dagli spiriti maligni, le guarigioni fisiche, l’operazione di miracoli.

Quello che salva è la fede, non il miracolo. Ai discepoli entusiasti di aver potuto scacciare i demoni, egli invita a rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei Cieli.

Il miracolo, la guarigione, la liberazione, i carismi, hanno tutti, dunque, un ruolo pedagogico, perché non sono “il centro” ma uno dei mezzi che devono portare all’incontro con il Signore.

Gesù, va detto, non si tira mai indietro nell’operare tali “segni”. Si fa vicino, si fa presente, come ricorda Pietro nel suo discorso dopo la Pentecoste, operando per mezzo di miracoli, prodigi e segni (At 2, 22).

Gesù, dunque, soccorre gli uomini sollevandoli dalle loro sofferenze fisiche e spirituali, con guarigioni e liberazioni e operando segni che superano le leggi della natura e della fisica, con il potere dei miracoli (conversione dell’acqua in vino, moltiplicazione di pani e dei pesci, cammino sulle acque, sgrido agli elementi calmando la tempesta).

Posto che ci sono teologi che mettono in dubbio la veridicità di tali episodi, letti come costruzioni mitologiche della comunità dei credenti, non dimentichiamo che i miracoli più appariscenti, quelli del riportare in vita persone defunte, sono preludio e finestra particolare su quello che è l’articolo di fede centrale non solo del Cattolicesimo ma di tutto il Cristianesimo, la credenza della Risurrezione da morte di Gesù di Nazareth.

Per la ragione umana, fondata sugli studi scientifici biologici, questa credenza sarebbe irragionevole.

Non dimentichiamo che Gesù consegna ai suoi seguaci il mandato di andare in tutto il mondo predicando, battezzando ed operando gli stessi miracoli, segni e prodigi da lui operati, grazie all’azione dello Spirito Santo.

Questi eventi sono narrati fin dal libro degli Atti degli Apostoli e dalle lettere di Paolo che ci istruisce sui carismi, dono dello Spirito.

Lo stesso culto delle reliquie attribuite a Gesù, a Maria e a i “santi e beati” può trovare dunque significato proprio alla luce del motivo pedagogico e salvifico che sottende i “segni” che accompagnano l’evangelizzazione, i miracoli, le guarigioni, le liberazioni.

Queste non devono essere idolatrate e messe al “centro” ma devono rimandare, come quelli, a Colui che è il centro della fede del credente.

Quando poi sulle reliquie stesse si affiancano studi e ricognizioni scientifiche e mediche, la credibilità delle stesse accresce anche nei confronti del dibattito laico, separando alcune di esse dai vari “falsi” prodotti nei secoli.

Certamente il reperto forse più studiato e sul quale continuano ad esserci dibattiti e contrapposizioni è quello della Sindone di Torino. Possiamo citare qui il “Sacro Volto” di Manopello, i reperti dei miracoli eucaristici di Siena e di Lanciano, le ricognizioni scientifiche sulla “Sacra Spina” conservata nella Cattedrale di Andria, gli studi sull’immagine della Madonna di Guadalupe in Messico.

“Fede e reliquie” abbiamo intitolato questa riflessione. Se la fede, autentica, non è fondata sulle reliquie, né su quelle del Signore, di sua Madre o dei suoi seguaci (“santi”) è vero che la storia di oggi e di secoli di Cristianesimo di devozione, di preghiera e di “primato dello Spirito” ci consegna il culto delle reliquie come un mezzo, non necessario ma possibile, per celebrare il Signore a partire dai “segni” della sua presenza.

 

3 risposte a “Fede e reliquie”

  1. Francesca Vittoria vicentini ha detto:

    Un esempio di Fede quella del Centurione riconosciuta grande da Gesù (Lc.7) che si è mostrato credente contrapposta a quella di Tommaso (Gv. 21) che si è mostrato incredulo pur avendo conosciuto e Gesù.” Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”., la Fede appare dono, quando si crede sulla Parola e là si mette in pratica essa opera il miracolo di convertire il cuore dell’uomo, l’oggetto in se non conta nulla se non riferito alla Santità cui fa riferimento. La Sacra Sindone è tale per il credente, esiste il fatto narrato di quello che gli apostoli hanno visto nel sepolcro vuoto del corpo di Gesù, i teli posati la e il sudario che era stato sul suo capo, non posato la con i teli, ma avvolto in luogo a parte. Molti studiosi fino ad oggi lo hanno con strumenti di alta tecnologia esaminato, rilevato prove ma rimane e inspiegabile quella figura con i segni impressi di un corpo martoriato così simili a Gesù come la storia ci descrive. Suscita profonda venerazione .

  2. Roberto Beretta ha detto:

    Questo la Chiesa l’ha sempre detto. Ma… ci sono parecchi “ma”. Anzitutto la verità del segno: nel caso del prepuzio non esiste, quindi il segno è falso e va eliminato, pena la squalifica di altri più seri. Secondo: fare il segno oggetto di culto in sé, cosa che nel cattolicesimo è molto facile per via delle tante “adorazioni” promosse dalla pastorale spicciola. Ci sono poi tanti altri “ma”, che inducono a chiedersi se il culto delle reliquie non crei più problemi di quanti ne risolve

  3. Pietro Buttiglione ha detto:

    Piccola nota;
    I selfie fanno parte di quei segni con i quali in realtà si aspira al superamento del contingente e variabile che caratterizza la vita umana. Nel mio libro ne elenco una decina.
    Sul testo concordo e aggiungo che la esposizione di certi “segni” rasentano il MACABRO. Come x il recente Acutis.

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