L’aspetto preminente attraverso il quale è riconosciuta la vita cristiana, la presenza della comunità ecclesiale all’interno delle nostre società, escludendo il fattore edilizio degli edifici, è certamente l’aspetto rituale. Preghiere, abiti, celebrazioni, solennità, luoghi di culto. Aspetti diversi tra loro ma genericamente riconducibili alla vita “rituale” della chiesa, ultimo porto (comunque poco sicuro) di una presenza sempre più destinata a scemare e a rendersi insignificante.
Ma che senso ha, allora, continuare con queste pratiche? Se il messaggio di Gesù, in fin dei conti, è di amare Dio e amare il prossimo come ha fatto Gesù; se la comunità cristiana l’abbiamo definita “vivere concretamente l’amore”, che senso hanno i sacramenti, il culto, le preghiere?
Volendo offrire alcune piste di orientamento lungo le quali strutturare la riforma della chiesa, un elemento imprescindibile è certo la vita rituale. Allo stato attuale, la chiesa vive di sacramenti vissuti senza aver la minima idea di cosa possano significare, senza che abbiamo il minimo senso per la vita di coloro che pure li celebrano e senza che ci si ponga nemmeno la questione di dover “insegnare” questo legame tra rito e vita. I sacramenti semplicemente “si fanno” (con la bestialità che “poi si capiscono”).
Il carattere “magico” dei sacramenti è il sottofondo continuo che abita le diverse celebrazioni. Gesù presente nel pane e nel vino, il matrimonio che rafforza e conferma l’amore di chi si sposa, il battesimo che libera dal peccato originale, la confessione che libera dai peccati, l’ordine che conferisce il carattere e trasforma in sacerdoti, la preghiera come speranza che Dio intervenga a sistemare qualcosa ecc. (sì lo so, sto generalizzando sacramenti, preghiere ecc., ma lo trovo più comodo per arrivare al punto).
Gli atti genericamente rituali della vita ecclesiale sussistono in un orizzonte di senso semplicemente imbarazzante, anche perché quasi quotidianamente destinato ad essere smentito. In effetti, direbbe il signor Dursley, “non esiste quella robaccia, la magia!”, e avrebbe anche ragione. E invece continuiamo a portare avanti questa prospettiva e, in aggiunta, spendiamo energie, forze e capitale umano per approntare un intero sistema attorno a questi eventi. La catechesi, i corsi di preparazione, la liturgia… ambiti, compiti e impegni diversi, senza avere nemmeno chiaro il cuore di ciò che stiamo celebrando (noi e coloro a cui lo offriamo!).
È proprio questo, allora, un punto imprescindibile dal quale partire: riscoprire il senso dei riti. Celebrare un sacramento significa confessare la propria fede. La chiesa, in tutta la sua tradizione, ha codificato dei momenti rituali con gesti, parole, luoghi, tempi… affinché possiamo dare voce, corpo, insomma fare esperienza della nostra fede, della nostra vita di fede, affinché nel vivere questi momenti “simbolici”, riscopriamo e alimentiamo il senso del nostro esistere nella vita di tutti i giorni.
L’esempio più lampante in questo senso sarebbe il matrimonio, ma ne parleremo in un altro contributo. Guardiamo allora alla confessione: essa ci offre la possibilità (appunto) di confessare che la nostra vita si fonda sul dono d’amore che Dio ci ha fatto in Gesù e che di questo amore noi viviamo. Proprio riconoscendo questo dono di grazia che ci “anticipa”, siamo in grado di riconoscere dove noi ci siamo allontanati da Dio, quando abbiamo pensato che fosse “contro” di noi e abbiamo creduto che il senso della nostra vita potesse trovarsi in qualcosa d’altro. La confessione non è un’elemosina di perdono da Dio, ma è riconoscere il dramma del nostro peccato e il miracolo dell’amore di Dio è sempre fedele.
Passiamo all’eucaristia: l’evento supremo, in parole e gesti, che rappresenta simbolicamente il dono d’amore che Dio stesso è e che si è consumato sulla croce, e che solo può fare forza e senso al nostro esistere. Tutti radunati come comunità, tutti uguali, tutti dipendenti dall’unico Dio che solo ci nutre del suo pane. Da questa esperienza simbolica che ci permette di vivere il senso pieno del vangelo, possiamo e dobbiamo viverne tutti i giorni. Nella messa c’è tutto: il perdono, il dono, la pace, la fraternità, la Parola. Il simbolo di tutta la nostra vita di fede.
Questi sono solo alcuni esempi, ma che portano con sé una serie di conseguenze radicali che ci porta a ripensare completamente il cammino che conduce a queste esperienze, affinché possano essere vissute non come tradizionali momenti di festa quasi obbligatori e senza senso, ma come un evento di compimento gioioso, perché lì, in questi momenti, sento di portare la mia vita, sento che in essi la mia vita parla di sé di fronte a Dio e trova così costante alimento per parlare di Dio nel proprio esistere. Perché alla fine la nostra fede non si gioca in chiesa, a messa o nel rosario, ma nella vita quotidiana, nella Galilea del tempo ordinario.
Per Maria Crasso che dice “ L’obbedienza è divina mentre la ribellione è satanica. Dio ama gli obbedienti e li premia. L’obbediente si fida perché ama, è paziente e non si pone al di sopra degli altri come genio riformatore.
Dio ama gli obbedienti e li premia.”
Ahi, ahi, attenzione, fra i disobbedienti ci sono personalità che hanno sì deragliato (= eretici) ma che hanno rinnovato la comunità ecclesiastica, attuando la voce dello Spirito. Non sono “geni riformatori” (leggo un certo disprezzo o sbaglio?). La verità va cercata, senza paura, a volte disobbedendo, assolutamente! Ti assicuro che la ricerca è accompagnata sempre dalla pazienza e dalla speranza di….essere trovati da Dio, quel Dio che, cara Maria, ama TUTTI non solo gli obbedienti…..
La ms. Fede si professa o dovrebbe, nel nostro quotidiano ed è proprio per questo che dalla messa dovrebbe ricevere luce, cosa necessaria in quanto si vive in un contesto sociale che ha preso distanza dalla Parola. E’ dunque importante che l’omelia dia risposta alla realtà che si sta vivendo così come erano omelie istruttive quelle di Gesù, Parabole quanto mai utili a indirizzare verso il vero il giusto, a incoraggiare a quali ideali e scelte di vita indirizzare i ns. passi, anche al saper discernere circa ciò che non è “bene”.. Falla Messa si dovrebbe uscire con la Pace ricevuta e da saperla donare ogni giorno , altro che solo segno! Porre cura nel la lettura delle Scritture a conoscenza delle radici della Parola. Non dieci messe semivuote di fedeli, solo rito che non ha riferimento e non si porta fuori le mura del Tempio. La Parola di Dio e lettera morta se non trova operai all’opera
Guardiamo per esempio alla Parola, così importante nella Messa.
Stamane consideravo il commento, l’omelia, da due pdv.
1) spiegare al Popolo equivale a dire al Popolo di Dio che non capisce. Che per capire ha bisogno come un bambino di uno che gli apra i lumi della sua Persona. Penso ad es. A tante omelie che semplicemente vertono in prosa il testo.
Insomma si offende il nostro comprendonio.
MA NON SOLO!!
2) ha o no la Parola la capacità di parlare in modo diverso ad ogni Persona? E l’omelia favorisce o castra questA potenzialità dello Spirito??
–>> lasciare spazio agli echi del Popolo e al massimo tirare le fila.
Molto chiaro. Grazie. Mi domando se è possibile trasformare anche qualche liturgia in parrocchia in espressione della vita di fede (o della vita nel dubbio). Sono pessimista.
Sul RITO aggiungerei qs considerazione.
La trasformazione quando coinvolge comportamenti profondi\nativi incontra molte difficoltà.
Qs spiega un Galimberti che ci accusa di aver abbandonato il sacro ma anche quelli dello sbattezzo, insomma tutti quelli che si proclamano non credenti ( la quasi totalità oramai..) ma poi bestemmiano, stanno sempre a discutere dei ns problemi, ecc.
Difficile eradicare i credo che rasentano il subconscio . Occorrono generazioni
Come occorreranno generazioni per rifondare i Sacramenti ( i.e. mi sembrano dire poco le tue ‘spieghe’..😂
Molto giusto! Ma andrei ancora più in là: per “avere a che fare con la vita”, i sacramenti dovrebbero essere espressione di una vita. Una vita cristiana, dunque evangelica, dunque fraterna; che invece nella gran parte delle comunità non esiste. Per riprendere gli esempi di Fenaroli: la messa non è solo ritualità se chi la celebra poi vive davvero la fraternità che essa simboleggia e crea. La confessione ha senso se non è lavanderia individuale, ma impegno a riparare. Esaltare i sacramenti solo come veicoli della grazia non ha più senso: lo Spirito, che agisce quando e dove vuole, non ne ha bisogno.
E perché lo Spirito può e sa essere superiore agli schemi noi dobbiamo distruggere ogni ordine?
Nella Bibbia si legge che il profeta Eliseo diede ordine al lebbroso di andarsi a bagnare al fiume e lui trovò ridicola questa proposta e fu tentato di disobbedire. Ma fu proprio questa faticosa obbedienza a guadagnargli la guarigione più dell’acqua del fiume. Maria e Giuseppe andavano al Tempio e offrivano le colombe come tutti i poveri. Gesù non snobbava le usanze del tempo per una presunta superiorità che Lui sì, avrebbe potuto permettersi.
“Ordine”, obbedienza… I sacramenti garantiscono la religione. E l’aderenza alla religione garantisce la salvezza.
Quanti invocano la libertà dello Spirito spesso cercano la libertà dei propri comodi.
L’obbedienza è divina mentre la ribellione è satanica. Dio ama gli obbedienti e li premia. L’obbediente si fida perché ama, è paziente e non si pone al di sopra degli altri come genio riformatore.
Dio ama gli obbedienti e li premia.
E rispondo anche a Roberto Beretta che dice “Esaltare i sacramenti solo come veicoli della grazia non ha più senso: lo Spirito, che agisce quando e dove vuole, non ne ha bisogno.”
Sono d’accordo al 100%. Una vera boccata di aria pulita….Dio cerca l’uomo ovunque e non si può cristallizzarlo in riti che purtroppo sono spesso una coazione a ripetere.
In Ez 11,16: «Dice il Signore Dio: Se li ho mandati fra le nazioni, se li ho dispersi in terre straniere, nelle terre dove sono andati io sono diventato il loro santuario».
Purtroppo gli ecclesiastici non sembrano aver preso coscienza del sacramentalismo Teodosiano del IV secolo e ne sono stati ancorati lì, magari per il timore del venir meno della sacralità che con la Chiesa Costantiniana o Imperialista avevano acquisito, eppure è fatto storico che con l’imperialismo romano la Chiesa Apostolica ne è uscita malamente facendosi ammaliare dal sacerdozio politeista il quale era contraddistinto di privilegi che con il “presbiterato” delle origini aveva niente da spartire. Infatti ne è nato quel ceto o casta del “clero” separato dai cosiddetti laici e dando inizio al “clericalismo perverso” ancora oggi molto vivo.