Ci sono temi che hanno un loro ‘momento di gloria’, e poi scompaiono, o quasi, dal dibattito. È così in ogni settore, e quello ecclesiale non è da meno. Tra questi argomenti messi nell’ombra credo si possa annoverare il celibato sacerdotale, che sembra sparito dai radar del dialogo pubblico nell’orbe cattolico, salvo poi tornare in scena (saltuariamente) di fronte a qualche caso di cronaca, che però si consuma in fretta e in fretta cade nel buio (l’ultimo, quello del vescovo Reinhold Nann).
Così, forse incalzato e scalzato dalla discussione sul diaconato femminile, o su altri nuclei di riflessione teologica, una pacata, profonda, seria discussione circa la possibilità di un superamento del celibato è tramontata. Complice, penso, un fatto che è stato una pietra tombale su tale argomento, e riguarda quando accaduto al Sinodo per l’Amazzonia (2019), il cui documento finale, al paragrafo 111, chiedeva un ripensamento della disciplina del celibato, ordinando uomini sposati (sostanzialmente i cosiddetti viri probati) «al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica». Esso, pur avendo avuto 128 voti favorevoli e 41 contrati (ovvero il 76%, ben più del 2/3 necessari), non era stato accolto nell’esortazione apostolica finale di Papa Francesco, Querida Amazonìa, per non spaccare o polarizzare (al solito, facendo prevalere i diritti della minoranza su quelli di un’ampia maggioranza). Così, però, si è non solo chiuso ogni tentativo di portare con più frequenza i sacramenti ai popoli dell’Amazzonia, ma anche ogni ulteriore riflessione: a che scopo discutere se, nonostante una consistente porzione di episcopato avesse espresso voto favorevole, poi nulla è cambiato?
La questione non è solo quella dei viri probati, ma in generale del celibato nella chiesa latina, la quale continua la prassi di scegliere presbiteri solo “tra coloro che sono chiamati al celibato”: ma questa, in buona sostanza, è una formula (retorica), per giustificare il fatto che la chiesa continua a ordinare uomini non sposati, mettendo la testa sotto la sabbia quanto a doppie a triple vite, sacerdoti con la compagna o il compagno, e così via. Perché una buona dose di ipocrisia pare non mancare mai quando si tratta di guardare alla realtà dei fatti, che è poi questa: ci sono presbiteri che vivono il celibato con equilibrio, altri che lo vivono in modo non equilibrato, finanche patologico, altri ancora che non lo vivono. Pochi giorni fa ho ascoltato, per l’ennesima volta, un ex sacerdote, ora dispensato e sposato, che ebbe un consiglio dal suo vescovo: per ora mantieni la tua relazione con questa donna, basta che non lasci il ministero….
Rimane l’antica questione, la vecchia scusa: il presbitero sposato non avrebbe tempo, energia, dedizione totali per la sua comunità. Ma siamo onesti: quanti, davvero, interpretano il proprio ministero in modo così eroico? Quanti parroci, quanti vicari sono oberati di incarichi, a rischio burnout, frantumati in mille discutibili attività, da avere quella disponibilità totale che, in realtà, li spezza umanamente, li induce talvolta al ritiro sociale, alla fuga, a vite parallele? Il tema è sempre lo stesso: che valore dare all’umanità del prete, celibato compreso?
Infine, che fare con quella risorsa preziosa che possono essere i presbiteri sposati, quando la loro ‘uscita’ è stata ben pensata, equilibrata, quando hanno costruito relazioni buone, generative, in cui ha trovato posto anche Dio?
In questo tema, oggi, mi pare, i veri nemici non sono né la tradizione né la prassi: è l’ipocrisia, che si tira dietro la paura di guardare le cose come sono, le vite degli uomini e delle donne come sono. E questo è, in ultima analisi, davvero contro il vangelo di Gesù.
(immagine creata con AI)
Letta la riflessione di don Ste, che conosco da FB.
Ci sono due punti di vista.
Da dentro. E non è il mio. Non clerico. Non ruoli laici, oggi.
Da fuori, da ex-ateo. Che cerco sempre di fare presente. Nello specifico ci si perde tra i mille rivoli ben descritti da don Ste.
Da fuori si è costretti a ” Uno alla volta, x carità!” e se anche qualcuno venisse realizzato sarebbe troppo poco x l’ateo.
Ma soprattutto troppo tempo umano.
Ci vorrebbe una rivoluzione copernicana.
200 anni. Diceva il Profeta Martini.
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Imo bisogna partire dal basso.
Aggregazioni locali di credenti pieni di Cristo, Spirito e Speranza. Testimoni.
Cosa ne pensi, don!?
PPS.
Oggi guardando la sporcizia e il disprezzo dell’altro che ci circonda pensavo….
Se proponessimo un distintivo x uomini provati che si impegnano a comportamenti umani?!? Disposti a render conto della loro fede!!??
Bellissima riflessione. Per fortuna la fede non è questione di cultura, ma di cuore e di ascolto dello Spirito.
RIflessione verissima e scandalosa….presbiteri ipocriti? ma no dai, è colpa dei vescovi che gli affidano troppe parrocchie, con l’attenzione di non far mancare mai la messa….è colpa di una impostazione tridentina che non è mai andata oltre a una certa impostazione dell’istituzione ecclesiastica….è colpa di tanti battezzati che non partecipano più attivamente (ne alle liturgie ne alle iniziative…ne sono al servizio del parroco).
Io non credo che un cambiamento avverrà nella direzione di un riconoscimento da parte del vertice…avverrà quando avremo un numero sempre più crescente di laici credibili, che parlano di fede e di spiritualità e parallelamente un numero di presbiteri sempre meno credibili nel loro ministero. Oggi lo sguardo si rivolge spesso ai vertici dell’istituzione…e si parla tanto di sinodalità. vedremo.
Sottoscrivo interamente.
Purtroppo la Chiesa non ha il coraggio o la forza di modificare alcunchè dello status quo, anche se questo status non ha alcun fondamento teologico, biblico, di buon senso, e anche su temi molto meno impattanti dello stato di vita dei preti.
Di Bebedetto solleva giustamente quel tappeto sotto cui si nascondono parecchie questioni. Su parecchie sue tesi sono concorde, ma su questa questione del celibato dei sacerdoti no. In un articolo di Assunta Steccanella (Vino Nuovo 23/6/2022) l’autrice ragiona attorno all’avverbio “anche” e ne prendo spunto per dire che il matrimonio non è una soluzione (o via di fuga-di sfogo) se diventa un altro “anche” per i sacerdoti. Inoltre, ma parlo senza alcuna competenza se non la mia felice esperienza di sposo, si tratta di scegliere cosa mettere al primo posto nella propria vita. Matrimonio e ministero ordinato non sono un servizio (parola da abrogare nel lessico ecclesiale quando riferito alla scelta di vita) in più da svolgere e da conciliare al meglio tra tanti altri. Il dibattito è, o dovrebbe essere, aperto e giustamente riportato all’attenzione, su quale scelta sia poi il meglio non ho alcuna preclusione (solo perplessità).